Chi introdurrà per primo il microcredito?

10 ottobre 2009 • Giornalismi • by

Werbewoche, 08.10.2009

Sebbene ormai da mesi, gli editori parlano di paywall o microcredito, l’esperto di media statunitense, Alan D. Mutter, ci fa notare che nessuno prende iniziativa. Le case editrici si trovano di fronte a un dilemma: nessuno può prevedere le mosse dell’altro. I coraggiosi che decideranno di fare il primo passo potrebbero rimanere intrappolati tra il rischio di essere immediatamente copiati dai competitori o di cedere i propri lettori alla concorrenza. Inoltre, in base alle norme che regolano la creazione di cartelli, non sono ammessi accordi. Questi sono i fatti.

La cosa che infastidisce maggiormente è il dibattito, ideologicamente molto connotato, sul dovere o, addirittura, l’opportunità di introdurre una sottoscrizione per accedere al giornalismo di alta qualità, sebbene ultimamente sia decisamente più placato nei toni. Certamente, queste misure saranno necessarie se si vuole preservare, o meglio, recuperare l’indipendenza e la credibilità della professione. A maggior ragione, è ancora più sconvolgente il candore con cui gli autori del Manifesto di Internet (Internet Manifest) in Germania, lodano la rete e la dipingono come un luogo di assoluta libertà, ignorando completamente il controllo tentacolare di Google e Microsoft, nuovi oligopoli. Per non parlare dell’ostinazione con cui difendono la cultura del “tutto gratis” della Rete, affermando che più informazione corrisponde a più informazione e non esiste un eccesso di informazione.  Come se nessuno dovesse affrontare il problema della spazzatura mediatica e non fosse necessario ricorrere a una consulenza professionale per salvarsi dall’annegamento, nel bel mezzo di una tempesta informativa.

Ad aggravare la situazione ci pensa anche un pensatore stimato, spesso originale e anticonformista, come Oliver Reichenstein, editorialista del settimanale Werbewoche, il quale si aspetta che la mano dello

Stato possa porre rimedio a tutti i mali (Werbewoche n. 30/31). Certamente i tradizionali metodi di finanziamento trasversali che venivano utilizzati in passato non sono più efficaci: i gruppi mediatici perdono le loro posizioni di oligopolio o monopolio, mentre il business pubblicitario, grazie ai motori di ricerca e ai social network, raggiunge i propri destinatari in modo mirato, ovunque essi si trovino, con un minore investimento di risorse, ottenendo risultati di gran lunga migliori rispetto a quelli che sarebbero riusciti a conseguire se fossero rimasti ancorati all’ormai ancestrale carta stampata o alla televisione. In tutta onestà, Reichenstein, insieme ad altri colleghi illustri e preoccupati come lui, autoproclamatisi nuovi difensori del patrimonio culturale della ‘carta stampata’, tra cui figura anche il filosofo e sociologo Jürgen Habermas, propone, dunque, che siano le casse statali, ossia i contribuenti, a finanziare il giornalismo. Come se non sapessimo, ormai da tempo, che quando lo stato esercita un monopolio su questa professione, i giornalisti tendono a diventare accomodanti con i governi: Putin, Gheddafi, Berlusconi e Co. ringraziano.

No, dott. Reichenstein, ci permetta di dissentire: le emittenti radio-televisive pubbliche sono abbastanza grandi e costose; inoltre, una cultura giornalistica ispirata all’ideale dell’incorruttibilità, non è certo diffusa in tutti i paesi del mondo, a differenza di quanto avviene in Svizzera. Negli ultimi anni, presso le maggiori emittenti nazionali, si sono moltiplicati casi di corruzione e di ricettazione di denaro pubblico: ARD, ZDF, ORF e RAI, e perfino l’integerrima BBC.

A differenza di quanto possa sembrare, caro dott. Reichenstein, anche nell’era di Internet, le costose università private americane d’elite, come Harvard, Stanford e Princeton, non si sono trasformate in istituzioni “grottesche” ma sono rimaste the best and the brightest, le migliori e le più promettenti nel campo della ricerca e della formazione dei futuri scienziati. Anche se non fossero superiori ad altre, contribuiscono, in ogni caso, a diffondere il sapere necessario per migliorare costantemente la nostra qualità di vita e a tutelare la libera circolazione delle informazioni.

Il loro ruolo nella produzione e nella diffusione del sapere non è poi così diverso da quello delle nuove edizioni della NZZ o del New York Times, del Guardian, del Frankfurter Allgemeinen Zeitung e di Le Monde. Ormai divulgare informazioni non costa più niente; ciò che rimane molto costoso è raccoglierle e passare al setaccio le notizie, per separare quelle rilevanti da quelle irrilevanti. Questo è l’apporto del giornalismo d’eccellenza e quando finalmente verrà varcata la soglia con l’introduzione delle sottoscrizioni, anche in rete nascerà la domanda di un’informazione di alto livello. Così, le più grandi case editrici potranno rimanere quello che già sono: officine mediatiche per la produzione di contenuti di prima qualità, finanziate non da pinco o da pallino, ma dai lettori più attenti. Questi ultimi, adesso utenti della rete, non saranno più costretti a pagare né per la carta stampata, costosa e dannosa per l’ambiente, né per la dispendiosa distribuzione, ma verseranno il loro contributo soltanto per un giornalismo di alta qualità. Infine, i siti web dei quotidiani così concepiti consentiranno a una percentuale più ridotta, ma non per questo trascurabile, di gruppi pubblicitari di raggiungere in modo mirato i target group d’élite.

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