Come viene mediatizzata la scienza

21 dicembre 2004 • Giornalismi • by

Giornale del Popolo, 21.12.2004

Una svolta di grande portata nel campo della comunicazione delle scienze
La comunicazione delle scienze vive tempi di grandi mutamenti. Anzi, di grandi turbolenze. Ne abbiamo avuto piena conferma poco più di un anno fa, durante il periodo natalizio, quando una setta fondata da un ex tassista, i cui adepti credono agli UFO, annunciò la nascita della prima bimba clonata, di nome Eva. Non c’erano prove: neppure una foto. Ciononostante la notizia – o meglio, la voce, diffusa con vergognosa professionalità dai PR della setta in un ben preciso momento – finì a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali del mondo intero. La bambina clonata era diventata una notizia da prima pagina non perché si trattava di un fatto tale da scatenare emozioni in tutto il mondo, ma perché il messaggio avrebbe potuto essere verosimile.

Della svolta non fanno parte soltanto il sensazionalismo e la perdita di serietà. I giornalisti scientifici sono diventati più numerosi e sono più formati che mai. In Svizzera se ne contano 75 che svolgono a tempo pieno questa attività specializzata; in Germania sono 1700. Essi vengono riforniti di notizie da professionisti delle pubbliche relazioni, il cui numero e la cui professionalità sono cresciuti anch’essi considerevolmente. Winfried Göpfert, punto di riferimento in Germania nel campo del giornalismo scientifico, nonché Michael Schanne, scienziato zurighese della comunicazione, hanno presentato studi che lo dimostrano.

Secondo questi studiosi, il giornalismo scientifico classico si colloca in un mercato di nicchia. Si tratta di un giornalismo che trova posto in pagine e programmi specializzati, e si concentra soprattutto sulle scienze della natura, la tecnica e la medicina. La parte che esso rappresenta nell’offerta giornalistica oscilla fra il 3% e il 5%. Nei media che raggiungono un vasto pubblico, questo tipo di giornalismo ha manifestamente accresciuto la sua importanza. Göpfert definisce tali contributi «resoconti scientifici orientati in un preciso contesto»: scienziati vengono coinvolti come fonti ed esperti allorché un tema di attualità richiede una spiegazione o un contributo scientifici. Sono andate affermandosi forme di reportage molto più vivaci, basate soprattutto su una forte personalizzazione ed un ruolo crescente delle illustrazioni.

Dal punto di vista tematico, la medicina e la salute hanno acquistato un posto di riguardo negli ultimi 20 anni. I servizi riguardanti le università e la politica della scienza e della ricerca hanno invece perso terreno. L’evoluzione in corso dimostra che la logica dei media sta influenzando sempre di più la comunicazione fra le scienze e la stampa. Sono i valori dei media – vale a dire, in ultima analisi, gli interessi commerciali della stampa – a determinare quali temi scientifici avranno una risonanza pubblica. Anche nel campo della salute non sono tanto temi noiosi come il mal di testa oppure l’estrazione di un dente a suscitare l’attenzione della stampa, bensì domande legate alla vita e la morte, come la ricerca sul cancro, l’aids oppure la BSE.

Ricerche esclusive (e costose) non se ne vedono. È ovviamente molto più vantaggioso diffondere voci su un bambino clonato all’indirizzo di un vasto pubblico, piuttosto che elaborare servizi esclusivi su ricerche di laboratorio rivolti a piccole élites. Anche per questo motivo un giornalismo scientifico rigoroso ha il valore di una rarità. Le redazioni non possono fare altro. Devono rielaborare materiale di seconda mano. Il giornalismo scientifico dipende quindi da poche fonti. Il ruolo di fornitori di notizie scientifiche incombe a una manciata di riviste specializzate. L’80% dei servizi giornalistici in questo campo si avvalgono di un’unica fonte: assai spesso di articoli che, ad esempio, vengono pubblicati su Science, Nature, New scientist oppure nel New England Journal of Medicine.

Un altro problema riguarda le agenzie. Malgrado il loro ruolo- chiave esse sono male attrezzate poiché non dispongono di giornalisti scientifici propri. Una manciata di redattori di agenzie si occupano, in area germanofona, di circa la metà di tutti i resoconti scientifici. Nell’area italofona la situazione non dovrebbe essere diversa.

Purtroppo non sappiamo quanti impiegati pubblici si occupino di scienze. Si può supporre che anche qui il settore delle pubbliche relazioni cresca più rapidamente del giornalismo scientifico. Così si spostano i pesi. Ciò che viene pubblicato è sempre più indotto da un lavoro di PR: è il risultato di un comunicato stampa, di una conferenza stampa anziché di una ricerca fatta da giornalisti scientifici.

Per la maggioranza degli scienziati e delle istituzioni scientifiche è probabilmente meno vitale giungere ai riflettori della scena pubblica che non per i politici o per un oggetto di consumo. Per questo motivo, le pubbliche relazioni scientifiche si sono sviluppate in modo sensibilmente meno pronunciato che non la Corporate Communication oppure il Campaigning politico. Molti scienziati non hanno ancora capito quanto sia importante un’onnipresenza nell’opinione pubblica se non vogliono fare la parte del parente povero al momento della distribuzione dei fondi pubblici.

Sono sempre gli stessi i ricercatori cui fanno ricorso i media quando hanno bisogno di fonti di informazione in questo campo. Per il redattore medio è comodo chiamare un ricercatore che conosce già ed è in grado di esprimersi in modo spigliato. La stampa consacra come delle star scienziati che non sono necessariamente autorità riconosciute da parte dei loro colleghi ricercatori. In molte redazioni si va a caccia del tuttologo, che sappia dare informazioni su ogni problema. Peccato che, da Leonardo da Vinci e Gottfried Wilhelm Leibnitz in poi, questa razza di eruditi universali sia ormai scomparsa.

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