Comunicazione scientifica online:
il panorama britannico

9 marzo 2012 • Giornalismi • by

Contiua il viaggio attraverso la comunicazione scientifica. Dopo gli Stati Uniti è il turno del Regno Unito dove iniziamo la nostra indagine  partendo da Richard Dawkins.

Personalità eclettica, spesso criticata per l’estremismo di alcune sue posizioni, è innegabilmente uno dei comunicatori più efficaci nel campo della biologia e della scienza tout court. Il sito web della fondazione a lui intitolata è una vera miniera di informazioni, relative a moltissimi campi del sapere: dalla libertà di espressione all’ateismo, dalla paleontologia ai cambiamenti climatici. Naturalmente, c’è una pagina del portale dedicata alle discussioni tra gli utenti, un canale YouTube ufficiale, un negozio virtuale, e un Feed RSS diversificato per categorie di contenuti.

Anche in questo caso, però, non sono le singole figure di spicco a formare la massa critica della comunicazione scientifica; lo fa, piuttosto, la miriade di blog e siti semi-professionali che allargano a dismisura lo spettro di argomenti su cui sono reperibili sul web dati, notizie e scoperte.

Un network che fa sicuramente al caso di chi vuole contribuire al progresso scientifico SciDev.Net – – the Science and Development Network – un’organizzazione non profit la cui missione è raccogliere informazioni attendibili e autorevoli sulla scienza e la tecnologia, a favore dello sviluppo dei paesi più arretrati. La versione online intende essere una piattaforma per decisori politici, ricercatori,  società civile e mezzi di informazione, che li informi di come la scienza e la tecnologia possano ridurre la povertà, migliorare la sanità e incrementare gli standard di vita su tutto il globo terrestre. Un secondo obiettivo, altrettanto importante, è la costruzione della capacità dei Paesi in via di sviluppo di comunicare queste tematiche attraverso una rete di individui e associazioni, attraverso guide e workshop per la formazione di professionisti locali.

Oltre all’apprezzabile natura di questa non profit, quel che più conta, per gli scopi della nostra indagine, sono i valori che ispirano il suo operato sulla Rete: indipendenza editoriale; libero accesso; dialogo costruttivo su questioni correlate alla scienza e alla tecnologia; uso efficiente di altre fonti di dati e informazioni. Un efficace riassunto di come dovrebbe agire qualsiasi ricercatore.

Tuttavia, il confronto con gli americani pesa come un macigno, anche in questo settore. Un’iniziativa analoga, infatti, è quella di Public Library of  Science (PLoS), una casa editrice non profit e organizzazione di consulenza legale, che abbraccia le due sponde dell’Atlantico ma con quartier generale a San Francisco. L’obiettivo che la anima è accelerare il progresso nella scienza e nella medicina, guidando una trasformazione nella comunicazione della ricerca. Anche qui, la strategia di azione è ben delineata: superare, attraverso pratiche concordate, le barriere immotivate alla disponibilità, all’accesso e all’uso della ricerca; perseguire una strategia di pubblicazione che ottimizzi l’apertura, la qualità e l’integrità del processo editoriale; sviluppare approcci innovativi alla valutazione, all’organizzazione e al riutilizzo di idee e dati.

Quegli approcci che qualcun altro si è attivato a proporre (torna a farsi sentire la presenza del fratello maggiore d’oltreoceano): ad esempio, lo ha fatto arXiv, l’archivio disciplinare di e-print più esteso e utilizzato nel mondo. Esso contiene attualmente 730.000 documenti, suddivisi in sette aree: fisica, matematica, scienze non lineari, informatica, biologia quantitativa, finanza quantitativa e statistica. Il primato di arXiv è innanzitutto temporale: nel momento in cui il suo ideatore, Paul Ginsparg, un fisico dell’Università di Harvard, decise di sviluppare un software che facilitasse lo scambio di informazione scientifica sfruttando le reti informatiche, si era nel 1991: gli studiosi avevano da poco iniziato a usare i computer per lo scambio di dati e di documenti, e inoltre lo facevano ancora a livello del tutto informale. La creatura di Ginsparg, evolutasi nel corso degli anni, andò dunque a colmare un vuoto che era chiaramente percepito dalla comunità scientifica. Si può anzi affermare che la sua presenza è stato uno dei fattori decisivi per la nascita del movimento dell’open access nell’editoria scientifica: i ricercatori lo utilizzano per consentire l’accesso ai propri lavori su scala internazionale, e a volte per far sì che essi siano rivisti dai pari prima della pubblicazione sulle testate ufficiali.

Entriamo qui nel delicato tema del “publish or perish”, il principio che stabilisce una rigida corrispondenza tra quantità e qualità delle pubblicazioni da un lato, e carriera accademica dall’altro. Questo circolo vizioso, tipico di un’epoca in cui la visibilità di un autore era vincolata alle pubblicazioni cartacee, è stato in parte messo in discussione dall’avvento delle tecnologie digitali, ma mai del tutto superato. Del resto, la cosiddetta peer review (la valutazione della ricerca effettuata da esperti del settore), rimane una fase tuttora imprescindibile per assicurare l’attendibilità dei contenuti divulgati. Quello che propone arXiv è proprio il superamento di meccanismi del genere, attraverso la convergenza dell’intellighenzia scientifica su nuovi criteri di valutazione, più adatti al panorama mediatico attuale.

Benché meno velleitario, il compito che si prefissano le realtà online come i blog network è altrettanto significativo, specialmente perché – tramite l’autorevolezza dei portali che li ospitano – assicura i lettori comuni circa la credibilità delle informazioni pubblicate. Con, in più, una componente non da poco: uno stile di scrittura accattivante e semplice, vicino a quello giornalistico.

Anche PloS, dunque, ha un network di blog. Lanciato nel 2006, esso è stato allestito per connettere un gruppi di blogger selezionati – scrittori che amano la scienza e la medicina, scienziati e fisici che amano la scrittura – con lo staff della Ong. Privo di pubblicità, il network prevede una pubblicazione sotto la licenza Creative Commons (che consente ai lettori di copiare e distribuire il materiale a patto di citarne l’autore), e si distingue in tre categorie: i blog ufficiali di PloS, i journal blog, conosciuti collettivamente come The PloS Blogs), e la blogosfera indipendente, che in quanto tale non subisce alcun controllo o mediazione da parte dello staff.

Ci sono poi, anche in Gran Bretagna, le iniziative dei più celebri quotidiani o riviste storiche. Come quella di The Guardian che nonostante la crisi economica rimane fra le testate più attive tra i media digitali. Nella sezione “Science” del sito, esso ospita dei blog che, nel proprio campo, danno seguito alla linea ufficiale del portale, conciliando qualità dei contenuti e sperimentazione nello stile. Il risultato è, fuor di dubbio, unico nel panorama britannico (e non solo). Basti vedere GrrlScientist, gestito da una biologo evoluzionista e ornitologa che scrive di evoluzione, etologia ed ecologia, con un occhio di riguardo per gli uccelli; o Political Science, eloquentemente centrato sulla “science policy” e curato da un ex parlamentare e portavoce dei liberal-democratici. I social media fanno poi da cassa di risonanza, a cominciare, in questo periodo, da Twitter: si veda @guardiansciblog.

Apparentemente, il panorama britannico non ha nulla da invidiare a quello statunitense; a guardar bene, però, come è già emerso nel corso dell’analisi, la situazione è alquanto differente: mentre negli U.S.A. una serie di grandi editori o gruppi indipendenti concentra la maggior parte del pubblico della Rete (anche se ciò non si traduce automaticamente in ricavi, come avviene per l’editoria tradizionale), in Gran Bretagna la parola d’ordine è “autonomia”. Forse la causa è da cercare nella tradizione della Royal Society – la prima grande istituzione scientifica nata nel Seicento di cui abbiamo già parlato(link all’articolo introduttivo) – che instaurò, in un’epoca  in cui il ricorso all’autorità e alla citazione era uno dei cardini della credibilità, il principio dell’indipendenza dell’autore, il quale doveva sobbarcarsi per intero il compito di dimostrare autorevole e pertinente attraverso la propria opera. O forse il motivo di questa differenza ontologica sta nella diversa struttura economica e politica dell’ambiente editoriale: la Gran Bretagna gode di una eminente tradizione di intervento pubblico nel settore culturale, che invece è quasi del tutto assente negli Stati Uniti.

Emblema di ciò è il celebre rapporto Bodmer, pubblicato nel 1985 dal governo britannico, che istituiva il CoPus (Committee for the Public Understanding of Science), uno strumento per il finanziamento della comunicazione scientifica. Dopo diciassette anni, però, in un articolo su Science, un gruppo di scienziati inglesi denunciò il fallimento di questa strategia, auspicando il passaggio dal PUS (percezione pubblica della scienza) al PEST (pubblico impegno in scienza e tecnologia). Questa nuova fase dovrebbe prevedere una modalità di dialogo, tra esperti e cittadini, che coinvolgesse maggiormente i secondi senza sminuire il ruolo nella società civile dei primi. Nonostante i dibattiti che si affacciano regolarmente sulla scena dei mass media, la questione – che riguarda tutte le nazioni industrializzate – non è mai stata affrontata appieno. Questo deficit, però,  nei Paesi dal forte interventismo statale è più percepibile che in quelli liberisti: sta qui, forse, uno dei motivi principali del “ritardo” di gran parte dell’Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti.

Le differenze nazionali si annullano di fronte a un pericolo persino più urgente, dovuto all’attuale status del “commercio” della comunicazione scientifica: essendo l’informazione un prodotto paragonabile a quelli industriali (non a caso si parla, dalla Scuola di Francoforte in poi, di “industria culturale”), scambiato su un mercato caratterizzato da una domanda anelastica, essa diventa una gallina dalle uova d’oro, una volta raggiunta la massima accessibilità grazie ai media digitali; talmente remunerativa da minacciare – indirettamente, attraverso l’operato degli editori – l’autonomia del campo scientifico.

Con una tale minaccia all’orizzonte, nemmeno un oceano può rappresentare motivo di separazione: al contrario, occorre rimanere uniti, facendo squadra a favore della diffusione della conoscenza.

La prossima tappa del nostro percorso riguarderà l’Italia: cercheremo di capire, attraverso un’analisi del panorama della comunicazione scientifica online, se e come il nostro Paese ha saputo adeguarsi al nuovo ecosistema internazionale. In particolare, come hanno contribuito a ciò i blog e i siti web.

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