Digitale, cross-border e non profit: il futuro del giornalismo investigativo

17 giugno 2015 • Giornalismi, Più recenti • by

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Uno dei ruoli fondamentali del giornalismo è quello di vigilare sul potere e tenerne sotto controllo l’operato. Nell’ottemperare a queste funzioni, gli organi di stampa dovrebbero lavorare come “watchdog”, guardiani della democrazia pronti a intervenire in caso di illeciti, corruzione, malgoverno o abusi. Il fine è il servizio pubblico. Il mezzo, invece, l’informazione dei cittadini. Il giornalismo investigativo, con la sua vocazione al disvelamento della verità dove questa è oscura, è la tattica più potente che i media hanno a loro disposizione per svolgere questa attività. Seguire una pista, fare domande, indagare fino alla scoperta di qualcosa che prima dell’arrivo della lente di ingrandimento del reporter non era possibile conoscere. La storia del giornalismo è piena di esempi virtuosi di questo tipo e il caso più noto è forse quello del Watergate, uno scoop che, portato in superficie da due giornalisti del Washington Post nei primi anni ’70, contribuì sensibilmente alle dimissioni dell’allora presidente degli Usa Richard Nixon.

Cos’è cambiato
Ma quello investigativo, contrariamente ad altre forme di giornalismo più immediate, è complesso, rischioso e costa molto in termini di risorse e competenze. Realizzarlo, quindi, implica che i giornali abbiano una tradizione e una cultura pronta ad accoglierlo e giornalisti pronti a scendere sul campo per scandagliare fatti e piste. Come è purtroppo ben noto a chi segue le vicende dei giornali, la calata drastica degli introiti pubblicitari e la radicale messa in discussione dei modelli economici che hanno sempre garantito ai giornali di sopravvivere, hanno costretto molti di essi a operare dolorosi tagli di budget e di staff, limitando la capacità dei giornalisti di guardare oltre alla loro routine di redazione. Al problema, il giornalista del Los Angeles Times Dean Starkman ha dedicato un libro, The watchdog that didn’t bark, denunciando come la crisi avesse quasi causato la scomparsa del giornalismo investigativo costringendo al silenzio il cane da guardia.

Eppure, proprio il web – che troppo spesso viene accusato erroneamente di essere la causa di tutti i mali del giornalismo – è uno degli alleati più forti che il giornalismo investigativo ha a sua disposizione. La rete e il digitale, infatti, hanno facilitato enormemente l’accesso alle informazioni, le connessioni con possibili fonti e i linguaggi del giornalismo investigativo, ampliandone lo spettro. Un interessantissimo campo di innovazione, ad esempio, è il data journalism, il “giornalismo di precisione”, fatto sulla base dell’analisi di dati digitalizzati di diversa natura. Bilanci pubblici, dati ambientali, dispacci di guerra: gli archivi, soprattutto digitali, offrono spunti innumerevoli per possibili indagini. Questo tipo di lavoro giornalistico si presta anche facilmente all’incontro con altre tecnologie, come mappe interattive cliccabili con cui presentare i dati e all’ibridazione delle competenze del giornalismo, come è nel caso delle sempre più numerose redazioni che decidono di assumere programmatori per sviluppare progetti di questo tipo.

Ottimi progetti
ProPublica, una testata online americana dedita al giornalismo investigativo, ha fatto di questo approccio uno dei sui marchi di fabbrica, pubblicando regolarmente grandi inchieste fondate sui dati, mentre in Svizzera la Neue Zürcher Zeitung ha realizzato diversi ottimi progetti di data journalism e da qualche tempo anche la Srg si è dotata di una redazione specializzata nell’analisi dei dati. Il lavoro sui dati del quotidiano zurighese, in particolare, è stato anche premiato lo scorso anno in relazione al progetto “The Migrant Files”, realizzato insieme ad altre nove testate europee e dedicato all’immigrazione nel Vecchio Continente. L’imponente lavoro di analisi dei dati svolto dai giornalisti, in questo caso, ha consentito di raccontare la storia di ben 13.744 migranti, storie che altrimenti non sarebbero venute alla luce.

Mafia In Africa

Mafia In Africa

L’approccio collaborativo
L’approccio internazionale e collaborativo al giornalismo sta inoltre guadagnando terreno e diversi gruppi indipendenti di reporter lavorano sempre più spesso a progetti collettivi. Uno dei progetti più recenti di questo tipo è stato realizzato dall’italiano Investigative reporting project Italy (Irpi), insieme a Correctiv!, un centro per il giornalismo investigativo tedesco, e all’African network of centers for investigative reporting (Ancir) per il progetto Mafia in Africa, una lunga e approfondita indagine sulle infiltrazioni mafiose in Africa, finanziata dall’Innovative Journalism Grant e dal Journalism Fund, due sigle che da diverso tempo forniscono supporto economico a iniziative investigative di questo tipo. Questi esempi, definiti cross-border, sono anche importanti per il lavoro di connessione tra diverse culture giornalistiche che sono in grado di operare, avvicinando giornalisti di background diversi e contesti sulla carta molto distanti.

Troppo frequentemente, infatti, il giornalismo, anche quello investigativo, rischia di peccare di etnocentrismo e chiudersi all’interno dei propri steccati culturali e tradizionali e perdere una vera prospettiva globale sul contemporaneo. Ne è convinta, ad esempio, Anya Schiffrin, docente della Columbia University, autrice di Global Muckraking. 100 Years of Investigative Journalism from around the World, un libro che racconta la storia del giornalismo investigativo in tutto il mondo, compresi contesti poco noti, come l’Africa o l’Asia. Il testo, un’antologia di articoli commentati che hanno fatto la storia dell’informazione, è uno spunto utilissimo per ricordarci che è proprio anche grazie a testate coraggiose come il Vrye Weekblad – che chiuse nel 1994 per via dei costi della battaglia legale contro il regime sudafricano – se abbiamo letto delle violenze durante l’Apartheid o che è per via del coraggio di giornalisti come Horacio Verbitsky che, nel 1995, riuscì a intervistare un ufficiale pentito della giunta militare argentina, se conosciamo l’incubo dei desaparecidos. Un reminder di come il giornalismo che sa mordere è sempre l’anticorpo più forte nelle mani della democrazia.

Anya Schiffrin è direttrice del Media and communication program della School of International and Public Affairs della Columbia University di New York, dove studia il giornalismo e il suo impatto sulla realtà e la politica. Schiffrin ha lavorato a tre libri dedicati al giornalismo contempoeaneo, spaziando dalla copertura mediatica riservata alla crisi economica globale, con Bad News: How America’s Business Press Missed the Story of the Century, ai movimenti di protesta del 2011, Primavera araba e Occupy, From Cairo to Wall Street: Voices from the Global Spring. Il suo ultimo testo, invece, racconta gli ultimi 100 anni di giornalismo da una prospettiva davvero globale.

Anya Schriffin

Anya Schriffin

Nel suo ultimo libro ha raccolto alcuni esempi impressionanti di giornalismo investigativo da tutto il mondo, soprattutto da contesti poco noti o celebrati. Quali tradizioni sono le più interessanti dal suo punto di vista?
“Davvero difficile scegliere. Global Muckraking contiene estratti di 47 diversi articoli giornalistici pubblicati negli ultimi 100 anni in Paesi come Angola, Australia, India, Perù, Sud Africa, Uganda e Vietnam. Ogni articolo è introdotto da un giornalista, uno storico, un ricercatore o attivista che spiega per quale ragione quel particolare articolo è interessante e cosa è successo una volta che è stato pubblicato. C’è però un articolo di un giovane giornalista cinese, Liu Zhiyi, pubblicato dal Southern Weekend, per realizzare il quale il reporter è stato un mese in uno stabilimento della Foxconn subito dopo una serie di suicidi da parte dei dipendenti nel 2010. Si tratta di un articolo straordinario e scritto benissimo. Ma nel libro ci sono anche grandi classici come il lavoro di E. D. Morel sul trattamento terribile riservato ai lavoratori nel Congo belga nel 19. secolo e un estratto di un reportage di Nafisa Shah, giornalista pakistana, che ha scritto dei delitti di onore nel suo Paese”.

“In questo caso, l’articolo è introdotto dal giornalista Nicole Pope, che è di base a Instanbul, e che ha scritto un libro sul medesimo argomento. Molti giornalisti compresi nel mio testo sono stati arrestati o persino uccisi a causa del loro lavoro, ma nel volume si trovano anche scritti di autori vivi o che sono stati arrestati di recente, a cominciare da Khadija Ismayilova, che scrive di corruzione in Azerbaijan o Rafael Marques, che invece tratta dello stesso argomento, ma in Angola. Entrambi i Paesi hanno molta ricchezza petrolifera e sono quindi territori molto interessanti per quei reporter che si occupano di corruzione”.

A suo dire, come è cambiato il contesto operativo per il giornalismo investigativo? Che peso hanno le difficoltà economiche?
“In tutto il mondo viene prodotto dell’eccellente giornalismo investigativo e ci sono almeno 5 ragioni: i social media rendono la connessione tra colleghi molto più semplice, come il trovare fonti interessanti. I big data e la quantità crescente di informazioni disponibili significa che c’è ancora più materiale su cui fondare il lavoro giornalistico anche senza lasciare l’ufficio e questo è molto utile per quei giornalisti che non hanno fondi per viaggiare. Inoltre c’è anche molta più filantropia nei confronti del giornalismo investigativo: non solo negli Usa, ma anche in Australia, Brasile e altri Paesi. La transizione politica ha affievolito le pressioni contro la stampa in diversi Paesi, come Singapore, Malesia, Birmania, Tunisia e anche i controlli si sono fatti meno serrati in Turchia, Ecuador e Venezuela. Infine, i tagli economici e i problemi finanziari del settore significano che ci sono anche molti giornalisti di grande esperienza e conoscenza che stanno facendo squadra con i colleghi più giovani”.

“Abbiamo visto un’esplosione di giornalismo crossborder. Un buon esempio è quello che ha a che vedere con la serie LuxLeaks dell’International Consortium of Investigative Journalists. Ho dubbi che questo modello sia sempre sostenibile, perché la storia ci insegna che il giornalismo investigativo non genera molti soldi e anche molti dei giornali che appaiono nel mio libro non esistono più. In alcuni casi queste testate si sono arrese con il passare del tempo, altre, invece, erano state fondate da persone indignate per specifiche questioni che, una volta scritto e lottato per qualche anno si sono poi dedicati ad altri temi. Rafael Marques in Angola e Carlos Cardoso in Mozambico sono altri esempi di persone che hanno messo in piedi le loro pubblicazioni per mettere la corruzione sotto la lente d’ingrandimento del giornalismo”.

Una via che viene percorsa sempre più spesso è quella della filantropia, un modello che vede il giornalismo essere finanziato dalla generosità economica di alcuni magnati. Pensa che sarà questa la strategia economica del settore?
“Al momento molto giornalismo eccellente è finanziato da donatori come la Open Society Foundations, che sostiene Sahara Reporters in Nigeria o la famiglia Sandler che finanzia invece ProPublica negli Usa, una testata nota per il suo reporting eccellente. Si vedono anche gli effetti politici a breve termine alcune volte. ProPublica, ad esempio, monitora e tiene traccia dell’impatto delle sue pubblicazioni: andando a verificare se una legge viene cambiata o migliorata per effetti del suo giornalismo. Ma gli effetti a lungo termine, invece, sono più difficili da calcolare e i donatori potrebbero diventare impazienti e smettere di finanziare. Sappiamo che gli abbonamenti, i costi e la pubblicità saranno sempre sotto pressione, quindi è difficile dire come il giornalismo investigativo potrà essere finanziato nel futuro. I giornali fanno ancora dell’ottimo giornalismo investigativo. Negli Usa, ottimi esempi sono The Chicago Tribune, l’Associated Press e il The New York Times che, di recente, ha fatto un lavoro davvero notevole sulle prigioni americane. Trovo molto interessanti le indagini comparative che mettono in risalto cose che potremmo imparare da Paesi esteri: dato quanto è costoso e poco organizzato il sistema sanitario americano, qualcuno dovrebbe fare una serie di pezzi su cosa possiamo imparare dalla Francia e dalla Australia”.

Articolo pubblicato originariamente sul Corriere del Ticino il 13/06/2015

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