Il doppio stereotipo del giornalismo sull’Africa

14 dicembre 2016 • Etica e Qualità, Giornalismi, Più recenti • by

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Make it Kenya / Flickr / Public Domain

“Usa sempre la parola ‘Africa’, ‘oscurità’ o ‘safari’ nel tuo titolo”: si apriva così un famoso testo satirico dello scrittore keniota Binyavanga Wainaina, intitolato Come scrivere d’Africa (in Italia pubblicato da Internazionale nel 2006). Il saggio venne largamente acclamato alla pubblicazione, avvenuta originariamente nel 2005 (con un aggiornamento nel 2012) e ha contribuito a ridicolizzare i frequenti stereotipi che appaiono quando i media internazionali trattano di Africa.

Il tema è stato affrontato anche nel noto TED talk tenuto dall’autrice Chimamanda Ngozi Adichie. In quella occasione la scrittrice parlò esplicitamente dei pericoli insiti nei cliché giornalistici sulla povertà, la fame e i disastri ambientali e umanitari che hanno dominato per anni il racconto e la comprensione dell’Africa. La scrittrice nigeriana citava anche il momento in cui aveva cominciato gli studi in un’università statunitense, quando la sua compagna di stanza le aveva espresso il suo stupore nell’incontrare una persona africana che non fosse vittima della fame, un’immagine in linea a quella mono-dimensionale con cui in quegli anni veniva raccontato e compreso l’intero Continente.

L’afro-pessimismo è stato sostituito da una nuova generalizzazione indiscriminata
I due scrittori presentavano critiche esplicite sul reporting internazionale sull’Africa evidenziandone il focus quasi totale sul topos della sofferenza delle vittime impotenti, il tutto vivacizzato a volte solo dalla visita occasionale di una celebrità o da uno sbalorditivo squarcio di natura selvaggia. Wainaina e Ngozi Adichie facevano anche notare l’assurdità intrinseca di una copertura mediatica che provava a catturare un continente enorme, composto di più di 50 Paesi, con ampie e indiscriminate generalizzazioni. E soprattutto essi si dicevano indignati per quello che è stato spesso chiamato afro-pessimismo, la tendenza a depoliticizzare le storie dell’Africa sub-Sahariana e a ridurle a mere crisi umanitarie disperate o immagini bizzarre.

Anche autori di provenienza geografica differente hanno sottolineato problemi simili. Christopher Hitchens, ad esempio, è noto per aver scritto su Vanity Fair, già nel 1994, come fosse impossibile “trovare ovunque nell’intero continente abbandonato, qualcosa che assomigliasse a una storia di successo […] la fame, le piaghe e le epidemie sono, dalle tradizionali locuste all’ultramoderno Aids, le storie più generiche e devastanti. La vita umana nel suo aspetto più odioso, brutale e riduttivo”.

“Improvvisamente il continente pullula di cellulari”
Negli ultimi anni sembra invece che la “storia unica” africana abbia cambiato direzione. Al posto dell’inesorabile narrazione negativa delle vittime sofferenti e impoverite se n’è sostituita un’altra, quella dell’“Africa in ascesa”: improvvisamente, infatti, il continente trabocca di cellulari e compagnie energetiche. Una famosa copertina dell’Economist del 2010, ad esempio, ritraeva il Continente come senza speranza. Quell’immagine è stata sostituita, nel 2011, da un’altra, colma di cieli limpidi e con lo slogan “Africa Rising”. A questo proposito, Michela Wrong ha parlato, sul New York Times, di “Africa rising” come di un nuovo slogan obbligatorio, buono per “questi giorni in cui è di tendenza essere ottimisti riguardo l’Africa”. L’ex editor di African Arguments, Simon Freemantle, ha invece sottolineato come fosse “difficile che passi una settimana senza un report o una conferenza di rilievo che esaltino le performance di crescita del continente e il suo potenziale strutturale”.

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Il problema è che tutti gli stereotipi riduzionisti sono incompleti e inaccurati e, in particolare, questa recente caratterizzazione dell’Africa come un luogo che pullula di imprenditori, con tanto di “Silicon Savana”, pone altri problemi. In una parte del mondo che affronta ancora sconcertanti livelli di iniquità, questa visione comporta infatti il pericolo di legare in modo troppo stretto l’Africa all’agenda e agli obiettivi neoliberali.

Le iniquità all’interno della società africana
Le osservazioni di Thomas Piketty sugli enormi gap nei redditi dei cittadini, ad esempio, sono tutte fin troppo evidenti nei liberi mercati emergenti nell’Africa sub-Sahariana. Per qualsiasi successo ottenuto da queste nuove sfavillanti imprese, vi sono prove molto scarse di un potenziale effetto “a cascata” su coloro che si trovano più in basso nel sistema economico. Detto questo, ci sono certamente storie di successo provenienti da molti luoghi che dimostrano la capacità e l’abilità di migliorare l’economia africana e alcuni Paesi sono effettivamente le economie in più rapida crescita del mondo.

Ma la narrazione generica dell’Africa in ascesa ignora la sofferenza di chi è ancora abbandonato e lasciato indietro in società che al contrario non forniscono, al di fuori della famiglia o dell’immediata comunità, molto altro in termini di una rete sociale sicura, cosa che nelle società occidentale è invece da molto tempo data per scontata. Gli anziani, i disabili, i malati o semplicemente i meno fortunati devono ancora affrontare prospettive molto difficili, nelle città affollate come nelle aree rurali più remote. Ed è facile comprendere le motivazioni dei cittadini africani che si imbarcano e provano a costruirsi una vita migliore in Europa.

È comunque ben risaputo che i cosiddetti migranti economici che cercano una vita migliore dall’altra parte del Mediterraneo non sono persone ai margini estremi nei contesti di partenza, quelli che non potrebbero mai permettersi e nemmeno contemplare un simile viaggio. I più ampi ragionamenti di Piketty sul bisogno di più “stato sociale” per regolare il capitalismo rampante, sono più vitali che mai in società che mostrano molte delle brutali caratteristiche del capitalismo piratesco vittoriano.

I giornalisti devono ricordare al pubblico le altre narrative dell’Africa
Se da un lato le testate giornalistiche devono evitare di ricadere nel vecchio stereotipo dell’afro-pessimismo, dall’altro le narrazioni dei media devono però guardarsi anche dal limitarsi allo storytelling ottimista più recente. Una semplice divisione binaria non è sufficiente per raccontare efficacemente le notizie di un’area così vasta e sfaccettata: le classi medie africane emergenti e le élite economiche sono infatti solo una dimensione di uno scenario più complesso. Nonostante tutte le storie di rombanti successi, e ce ne sono molte all’opposto ed è importante ricordare al pubblico anche altre narrative.

L’ingegnere keniota Evans Wadongo, pioniere nelle lampade a energia solare e “top hero” 2010 per la Cnn, è un buon esempio. Affianco alle sue conquiste tecnologiche e commerciali, nel suo blog e altrove, Wadongo fa un grande sforzo per mettere in evidenza le continue iniquità e la scioccante povertà ancora prevalente in molte parti del Kenya. I media devono però anche ricordare coloro che al momento non fanno parte della storia dell’Africa in ascesa. È sicuramente una gran cosa essere andati oltre la singola storia dell’Africano povero e disperato, ma ora non si deve correre il rischio di cadere in una nuova trappola binaria e adottare, al suo posto, un altro infelice stereotipo.

Suzanne Franks è co-editor del libro Africa’s Media Image in the 21st Century: From the “Heart of Darkness” to “Africa Rising”. Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta.

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