L’ascesa dei droni-giornalisti

10 luglio 2013 • Giornalismi • by

Secondo una stima dell’Association for Unmanned Vehicle System International, il mercato dei droni raggiungerà il valore di 109 miliardi di euro entro 10 anni e solo negli Usa 69 aziende producono 146 modelli diversi di droni. Questi dati, inclusi in un nuovo report del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, mettono in evidenza quanto nel prossimo futuro i droni saranno una realtà sempre più concreta nel nostro quotidiano e anche nell’industria dei media, stando a quanto riportano David Goldberg, Mark Corcoran e Robert G. Picard, autori dello studio. Nati come strumenti militari, i droni vengono già oggi utilizzati in diversi ambiti civili, compreso il giornalismo: “l’uso di piattaforme volanti”, scrivono i ricercatori, “non è una novità per i giornalisti” ed è facile ipotizzare come gli organi di informazione non si perderanno ancora a lungo la possibilità di girare video e fare fotografie da una prospettiva unica volando, ad esempio, sopra il teatro di una rivolta con un robot agile, piccolo e a basso costo. I media hanno iniziato a esplorare l’uso dei droni da un po’ di tempo e gli esempi di giornalismo fatto grazie all’uso di questa tecnologia stanno iniziando a moltiplicarsi. Per i giornalisti le attrattive offerte dai droni sono a tutti gli effetti molto numerose.

L’utilizzo dei droni per il reporting, ad ogni modo, nasconde diverse insidie e diverse questioni ancora da risolvere. Secondo il report, la loro diffusione  nelle redazioni subisce ancora il peso di una terminologia non perfettamente precisata: lo stesso termine “drone” ha una chiara origine miliare e si rifà alla definizione tradizionale di “obiettivo militare” in forma di “aeromobile da traino senza pilota e radio-controllato”. Il termine “drone”, inoltre, è stato recentemente associato alla controversia riguardante l’utilizzo poco trasparente fatto dall’esercito americano di droni Predator di grandi dimensioni per la neutralizzazione di obiettivi selezionati in Pakistan. In tempi più recenti, la diffusione dei droni ha però interessato ambiti disparati e ora diversi tipi di “Remotely piloted aircraft” (Rpa, “aeromobile a pilotaggio remoto”) o “Unmanned aerial vehicle” (Uav, aeromobile senza pilota) hanno trovato applicazione. Secondo il report, “centinaia di droni piccoli, poco costosi a più rotori o ad ali fisse” stanno per decollare. Alcuni di questi, in particolare, potrebbero adattarsi perfettamente ai bisogni dei giornalisti.

Il Parrot AR Drone 2.0, ad esempio, è un modello commerciale best-seller ed è disponibile nei negozi di elettronica per meno di 300 euro. Monta due differenti fotocamere – di cui una in Hd – e può essere pilotato utilizzando un tablet o uno smartphone. Il drone è in grado di volare in uno spazio di 50 metri con 12 minuti di autonomia. Un modello simile potrebbe chiaramente essere utilizzato da un giornalista per sorvolare una zona altrimenti inaccessibile o pericolosa. I droni possono essere utilizzati per il coverage visuale di disastri naturali, rivolte, proteste, eventi sportivi o festival di grande portata. Secondo il report del Reuters Institute, i droni possono funzionare a tutti gli effetti come “piattaforme efficienti per la registrazione di immagini dall’alto e per la fornitura di nuovi metodi di report sul campo”.

Ad esempio, nel 2011, AirPano ha fatto volare un drone sopra una protesta in Piazza Bolotnaya a Mosca per ottenere delle immagini dall’alto. Un gruppo di attivisti anonimi, invece, ha sorvolato una manifestazione a Varsavia utilizzando un piccolo RoboKopter. In tempi più recenti, però, anche aziende mediatiche “ufficiali” hanno iniziato a utilizzare i droni per i propri servizi giornalistici: l’australiana Channel Nine, che realizza il programma 90 Minutes, ha girato un documentario sul centro di detenzione per immigrati di Christmas Island, facendo volare un drone sopra la struttura, dopo essersi vista negare l’autorizzazione a entrare. FoxSports, invece, ha utilizzato il suo Foxkopter per riprendere partite di cricket e rugby, mentre Seven Network TV ha usato un drone per due diversi servizi, uno dei quali girato sulle spiagge del Bangladsh, per investigare i pericoli ambientali della demolizione delle navi sulle coste.


Ecco il trailer delle riprese di FoxSports:

Ad ogni modo, è importante notare come nessuno di questi esempi rappresenti un utilizzo dei droni per il reporting “live” ma, al contrario, siano il risultato, come riportato nello studio, di “una programmazione precisa, realizzata in una località specifica con l’approvazione delle autorità e con le necessarie autorizzazioni”. Nonostante ciò, gli esempi citati sollevano comunque alcune questioni che sono al centro dell’utilizzo dei droni per scopi giornalistici. Qualora fossero usati per fare del giornalismo investigativo, ad esempio, i droni potrebbero volare sopra luoghi dai quali i giornalisti sono stati esclusi, portando di conseguenza in superficie alcune questioni etiche e legali alle quali le redazioni dovranno essere pronte a rispondere: privacy, sorveglianza, diritti civili e sicurezza in primis.

Per queste ragioni, come riportato nella ricerca, “la comprensione del contesto legale cui i droni sono assoggettati è cruciale per le imprese mediatiche”. Nell’utilizzo dei droni, infatti, le redazioni dovranno ad esempio tenere in considerazione le regolamentazioni tecniche promulgate dalla diverse autorità che monitorano l’utilizzo dello spazio aereo, dato che i droni sono, nella maggior parte dei casi e indipendentemente dalle dimensioni, considerati “aeromobili” a tutti gli effetti. La regolamentazione, da questo punto di vista, è comunque allo stato delle cose un work-in-progress. Nel Regno Unito, ad esempio, l’Uk Air Navigation Order distingue l’utilizzo dei droni per scopi ricreativi da qualsiasi altro tipo di utilizzo, inclusi quelli che potrebbero farne i giornalisti; in Australia, allo stesso modo, è possibile far volare un piccolo drone ma è tecnicamente illegale utilizzarlo per registrare immagini, fanno sapere i giornalisti. Inoltre, bisogna notare come la regolamentazione dei droni sia ancora “in preparazione presso i parlamenti e le agenzie amministrative” senza distinzioni di nazionalità. Anche alcuni organi sovranazionali stanno lavorando per aggiornare le proprie norme: la Commissione europea, ad esempio, ha recentemente pubblicato un report sull’argomento per indirizzare una futura discussione, mentre la Civil Aviation Organization (Icao) ha di recente modificato le sue regole per includere i droni nel complesso del sistema dell’aviazione e il suo corpus normativo.

Da un punto di vista legale, l’Australia è uno dei paesi più drone-friendly del mondo. Secondo il report, il paese oceanico ha promulgato la prima legislazione per i droni già nel 2002, quando i robot volanti radiocomandati non erano ancora così di dominio pubblico. “Riconoscendo che gli avanzamenti tecnologici hanno reso obsolete le regole pre-esistenti”, l’Australian Civil Aviation Safety Authority (Casa) sta ora proponendo una radicale riscrittura delle sue regole che potrebbe portare all’apertura dei cieli australiani ai droni, inclusi quelli in possesso dei media. Al momento, già 33 operatori hanno ottenuto le licenze necessarie a volare; tra di questi, vi sono enti di ricerca scientifica e agenzie che si occupano di fotografia aerea. Il principio che ispira la regolamentazione dei droni sembra comunque essere, per ovvie ragioni: “più grande il drone, più stringenti i controlli”.

Nonostante l’incertezza che circonda l’ascesa e il decollo dei droni giornalisti, i ricercatori del Reuters Institute sono sicuri che “gli aeromobili radiocomandati saranno comuni nei cieli di molte nazioni nel prossimo futuro perché offrono diverse opportunità e vantaggi per il giornalismo”. Probabilmente non a caso, l’ex direttore di Wired Chris Anderson, dopo aver abbandonato la carriera giornalistica nel 2012,  ha fondato la startup 3D Robotics che si occupa della fabbricazione di droni volanti. Anderson produce oggi 1000 esemplari al mese. Non è difficile immaginare che molti di questi potranno finire parcheggiati ai piedi delle scrivanie di diverse redazioni.

Il Reuters Institute for the Study of Journalism è il partner dell’Osservatorio europeo di giornalismo  nel Regno Unito

Photo credits: ausdemFF/Flickr CC

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