Ethan Zuckerman: “I media digitali non sono globali”

25 giugno 2014 • Giornalismi • by

Quest’anno Internet ha compiuto 25 anni: dire che la Rete ha cambiato i media e il giornalismo è ormai un assioma banale e spesso le metafore e il sublime digitale vogliono il Web come la nuova frontiera dell’apertura culturale e dell’informazione.

Ethan Zuckerman, Direttore del Center for Civic Media del Mit e co-fondatore di Global Voices, è convinto che Internet e i media digitali debbano andare incontro a un processo di “rewire” complessivo, dato che – dati alla mano – il digitale – o almeno l’uso che ne abbiamo fatto fin qui – abbia favorito processi di omofilia, per il quale, nonostante le infinite risorse offerte dal Web, siamo sempre più interessati a contenuti che ci somigliano o che confermano punti di vista che sosteniamo o conosciamo già. E nonostante il mondo intero, e l’informazione sul mondo intero, sia letteralmente a un click di distanza, un quarto di secolo di Internet non ci ha resi affatto più cosmopoliti, ma solo “cosmopoliti immaginari”. A questi temi, Zuckerman ha dedicato il suo ultimo libro, Rewire. Lo abbiamo intervistato

Internet è uno strumento incredibile di apertura e conoscenza, ma come mostra il suo libro, tendiamo a leggere le notizie da testate del nostro paese in oltre il 90% dei casi. Qual è la ragione dietro questa impostazione?
“C’è una forte inclinazione per la località che la natura globale della Rete non è ancora riuscita a superare. Di fronte a un range ampio di scelte, di solito scegliamo fonti di notizie locali. Ogni mattina potrei leggere il Guardian o il Times of India, ma sono certamente più incline a consultare il New York Times o il Boston Globe. Siccome la grande maggioranza delle testate si concentra sulle news locali a spese di quelle globali, scegliere giornali locali significa inevitabilmente avere maggiori informazioni da luoghi vicini a dove ci si trova e meno di livello internazionale. Quel che ho trovato più interessante mentre facevo ricerca su questo tema è che il fenomeno non è affatto limitato solo agli Usa, dove circa il 94% delle visite alle pagine Internet è fatto verso siti locali e la Bbc, per esempio, rappresenta solo il 6% del totale, come il Guardian o il Times of India. Per tutte le 10 nazioni con la più grande popolazione online, infatti, una percentuale tra il 94 e il 99% delle pagine visitate avviene su  siti di quello specifico paese”.

Alcuni risultati di ricerca dimostrano come la domanda di notizie internazionali sia crescente, ma i gruppi mediatici continuano a proporre un numero di contenuti di questo tipo inferiore a quello riservato ad altri temi. Di sicuro, i tagli agli staff redazionali è una ragione, ma forse si puo dire che vi siano anche altre ragioni piu culturali in gioco?
“Le news internazionali sono molto costose da produrre, ed è molto più facile seguire le celebrità, che spesso comunicano tramite comunicati stampa, o le vicende di politica nazionale, per le quali candidati ed esperti sono sempre pronti ad andare in onda. Le news dall’estero spesso non hanno una grande audience e raccontando del colpo di stato in Thailandia, ad esempio, si deve spiegare ai  lettori per quale ragione dovrebbero interessarsene, oltre a spiegare cosa stia effettivamente avvenendo. Ma è giusto segnalare un fattore culturale ulteriore. Molto di quello che scrivo in Rewire ha a che vedere con il fenomeno dell’omofilia, ovvero la tendenza ad associarci a chi è simile a noi. Questa è una delle tendenze più documentate in sociologia e aiuta a spiegare un ampio spettro di comportamenti. Vediamo come le persone tendano ad autoselezionare sulla base del genere, della razza, del reddito, della religione e altri fattori in diversi contesti sociali. La mia posizione è che l’omofilia aiuti a spiegare anche il nostro comportamento in termini di ricerca delle notizie. È certamente piu probabile che daremo attenzione a persone che pensiamo siano piu importanti in quanto sono più simili a noi in un modo o nell’altro”.

DBJLC52yfMei_s4La crisi nel settore dell’editoria periodica e nel giornalismo è anche un buon esempio di per sé di come la nostra attenzione è probabilmente troppo concentrata sul contesto Occidentale. Mentre ci lamentiamo dei budget che diminuiscono nella pubblicità e delle decrescenti circolazioni dei giornali di carta, la situazione è diversa in India, Giappone e complessivamente in Asia. Nonostante questo, pensiamo sia un problema davvero “globale”.
“È vero. La crisi nel giornalismo è molto più acuta in Nord America e in Europa di quanto non sia nei paesi in via di sviluppo, dove un numero crescente di lettori di giornali sta entrando nel mercato. Avere un giornale è ancora un buon affare in Brasile o in India e sarà ancora più profittevole nell’Africa subsahariana e in certe zone dell’Asia, anche se da queste parti la censura rende le cose molto più difficili. Quello che potrebbe davvero essere globale in questa situazione è la minaccia verso i media online. Per chiunque, tranne i grandi aggregatori come Google o Facebook, è davvero difficile farcela con la sola pubblicità online. Forse le nazioni in via di sviluppo avranno difficoltà a mantenere le proprietà digitali nel lungo periodo, ma in quello breve, la crisi è certamente più locale che globale. Penso che abbiamo la tendenza a vederla come un problema globale perché è il problema è molto più acuto per le testate in Nord America e in Europa, ed è molto difficile per loro vedere la questione in una prospettiva più ampia”.

Dopo 25 anni di Internet, qual è stato il suo impatto piu evidente sulla libertà di espressione? Pensi che qualcosa sia camabiato per via dello scandalo Nsa rivelato da Edward Snowden?
“Penso che siamo stati ampiamente giustificati nel celebrare Internet come un importante spazio di libera espressione. In molte società chiuse, è una sfera molto più aperta dei media tradizionali e mentre non c’è una valida dimostrazione per sostenere che i social media abbiano causato la Primavera araba, ci sono casi molto forti che mostrano come questi siano stati un fattore in gioco molto importante. È possibile che le rivelazioni sulla sorveglianza abbiano messo sotto minaccia i vantaggi della sfera pubblica digitale. Quello che vedo da parte dalle community di sicurezza digitale è una comprensibile disperazione e frustrazione. Siamo delusi dal governo americano, delle aziende che costruiscono le piattaforme sociali e sono personalmente deluso da me stesso per non essere stato sufficientemente paranoico. Ho grandi speranze che si possa rispondere a questa situazione rendendo l’uso della criptografia molto piu diffuso, ma far tornare la sfera digitale un luogo dove le persone si sentono a loro agio agendo come attivisti sarà un percorso in salita”.

Nel suo libro suggerisce di creare strumenti per reinventare Internet per renderlà piu cosmopolita. Dovremmo fare la stessa cosa con le testate online? E come?
“Consiglierei gli utenti della Rete di dare un’occhiata approfondita alle proprieo abitudini digitali per decidere se hanno bisogno di agire in questo senso. Se guardando cosa stai leggendo decidi che stai ricevendo una prospettiva troppo ristretta del mondo, è un’ottima idea pensare a cosa introdurre nella tua dieta mediatica per cambiare il tuo punto di vista sul mondo. Penso che valga lo stesso per i media. Stiamo assistendo a un movimento complessivo che dall’interesse generale muove verso interessi di nicchia, dove le pubblicazioni si affidano a un gruppo di utenti ben focalizzato e davvero appassionato per creare pageview e far pagare gli abbonamenti. Il pericolo è che queste nicchie diventino locali più che ‘di argomento’. In molti casi, puoi gestire un ottimo business fatto solo su notizie di nicchia mostrando news internazionali su un argomento specifico. Penso che i gruppi mediatici beneficerebbero dal far un po’ dell’autoanalisi che chiedo ai lettori di fare e vedere se stanno davvero lavorando globalmente come potrebbero e dovrebbero fare”.

Photo Credits: Joi Ito / Flickr CC

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