Food Journalism, al di là delle ricette

28 aprile 2015 • Giornalismi, Più recenti • by

Pic Credits: Pauliina Siniauer

Pic Credits: Pauliina Siniauer

Siamo ormai molto lontani dai giorni in cui scrivere di cibo consisteva nel pubblicare graziose ricette in magazine femminili. Ora le pubblicazioni che proclamano le più recenti mode alimentari riempiono le edicole di tutto il mondo e proliferano anche online. Eppure “food journalism” rimane un termine sostanzialmente nuovo. Quando dico alle persone che faccio ricerche su quel filone di giornalismo che si occupa di cibo, di solito si risponde così: “Anche io adoro mangiare! Vai molto al ristorante allora?”. Scommetto che pochi giornalisti economici si sentono dire: “Anche io adoro il denaro! Quindi spendi molto?”. Ad ogni modo non li biasimo, quello del food journalism è un nuovo settore che riscontra al suo interno una grande varietà.

Ci sono ancora ricette e recensioni di ristoranti, ma ci sono anche saggi in prima persona, storie di interesse umano che coprono aspetti storici, religiosi e culturali connessi al cibo. Ci sono anche trend e fenomeni gastronomici di cui parlare. Scrittori come Michael Pollan, Professore di giornalismo all’Università di Berkeley, in California, si sono fatti un nome attraverso critiche coscienziose e cronache sull’industria del cibo. Il più grosso cambiamento nel food journalism si è rivelato il fatto che oggi quando leggiamo di cucina, leggiamo inevitabilmente anche di persone. Nonne, chef, fattori, panettieri, idealisti, gente che ama il cibo. Il food journalism si è fatto insomma storytelling.

Il food journalism investigativo
Ci sono anche storie sugli alimenti che molti vorrebbero tenere all’oscuro: carne di cavallo o ratto rivenduta come di manzo, polvere di latte velenosa, il cosiddetto morbo della mucca pazza, cibo vecchio rivenduto con nuove marche e ingredienti di scarto alla base di convenienti fast food sono solo alcuni esempi. Recenti argomenti in Europa oggi sono per esempio come la Bielorussia stia esportando prodotti europei in Russia, a discapito delle sanzioni sugli alimenti e della pessima qualità del cibo negli ospedali inglesi.

Eppure, non c’è niente di nuovo nel fatto che i giornalisti investigativi prendano di mira il cibo. Nel 1906, Upton Sinclair, romanziere e giornalista, rivelò nel suo libro The Jungle le pratiche antigieniche di un’azienda che confezionava carne a Chicago. Fu un grosso scandalo e il volume divenne un bestseller che ebbe anche un grosso impatto: il consumo di carne scese e nuovi standard igienici vennero introdotti. Con un ampia gamma di argomenti quali il cibo industriale, gli studi sulla la salute, le regolamentazioni e le politiche, il buffet dei food journalists investigativi è insomma aperto e ricco.

Sfide commerciali
Il food journalism riguarda da vicino anche il business. Buone recensioni possono incidere enormemente sugli incassi di un ristorante, ad esempio e la storia di un bar di recente apertura e delle enormi difficoltà superate dal suo gestore possono ad esempio attrarre per simpatia molti clienti. Elogiare in un articolo un nuovo hamburger biologico di produzione locale può risultare più efficace di tanta pubblicità. Si capisce così anche il motivo per il quale i food journalists abbiano anche una grossa responsabilità etica: essere oggettivi e dire la verità, perché i lettori faranno affidamento sulla loro onestà.

Gli inserzionisti, invece, cercano sempre un modo per relazionarsi ai consumatori. I legami tra il contenuto giornalistico e la pubblicità si stanno allargando e in alcuni giornali è già possibile comprare articoli sponsorizzati. Se per esempio una storia includesse una ricetta, che problema si potrebbe presentare se si menzionasse esplicitamente una marca? Questa è una tipica domanda che devono affrontare gli editori che si occupano del mondo gastronomico. Il segreto è mantenere l’inserzionista felice e al contempo scrivere criticamente e obiettivamente.

Una visione per il futuro
Il cibo è una parte importantissima della nostra vita ed è divenuto tale anche per i media. Solo stare in piedi nell’edicola, a Berlino – dove vivo – fa venire fame: la copertina di Zitty comunica quanto sia facile vivere da vegani in città; vicino a questo, la copertina di Tip Berlin mostra braccia tatuate che servono piatti vegani proclamando il cibo come nuova moda pop. I giornali trattano di cibo nelle loro pagine di economia, salute, viaggi e politica e persino le guide televisive comprendono show di cucina e chef televisivi.

Ciononostante, il food journalism sta affrontando le stesse crisi del resto del giornalismo: come guadagnare soldi dai contenuti Web? Come inserirsi nei social media e guadagnare tempo e attenzione dalle persone nel mezzo della loro frenesia mediatica? Instagram si alimenta di foto culinarie, il numero di blog che tratta di cibo è esploso, ci sono tantissimi servizi online con cui tutti possono valutare e recensire un ristorante.

E questa è la ragione per cui il food journalism sta vivendo i suoi giorni d’oro: articoli di sfondo ben scritti, toccanti e commoventi, oltre a storie, recensioni comparabili a romanzi ed esposizioni di truffe e inganni del mondo alimentare che solo giornalisti professionisti riuscirebbero a realizzare. La qualità è più alta che mai e ci sarà sempre un pubblico per il giornalismo di qualità. E il cibo, infine, sarà sempre parte delle nostre vite.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Alessandro Oliva

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