Gli ambigui rapporti media-potere

23 aprile 2008 • Giornalismi • by

Corriere del Ticino, 17.04.2008

Faccia a faccia a Perugia tra giornalisti d’inchiesta e portavoce governativi
Non esiste più il giornalismo di una volta… e lo stato di salute dei media è tutt’altro che confortante. Parola dei grandi giornalisti, esperti e studiosi della comunicazione. Carl Bernstein – firma di prestigio del Washington Post, reso famoso negli anni Settanta dall’inchiesta Watergate – e Alaistar Campbell – portavoce dell’ex Primo Ministro inglese Tony Blair, sono solo alcuni dei nomi illustri presenti alla seconda edizione del Festival Internazionale di Perugia per affrontare con particolare attenzione e a più riprese un tema scottante e difficile come quello del rapporto tra informazione e potere.

Se in passato il giornalismo poteva vantarsi di inchieste importanti che hanno contribuito alla ricerca di verità scomode (come quella del Watergate a metà degli anni Settanta), oggi, dopo l’ultima Guerra in Iraq e il corollario della disinformazione intorno alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, la situazione appare molto cambiata.

C’è una sorta di commistione tra informazione e potere, in cui si fatica a distinguere il ruolo che a ciascuno compete. Il potere talvolta abusa delle sue funzioni e si circonda di una comunicazione pianificata, mirata e manipolatrice per far passare il proprio messaggio e giustificare le proprie azioni. Mentre l’informazione – sotto pressione per la concorrenza dei nuovi media e spesso privata del tempo e delle risorse necessarie per condurre inchieste approfondite – ha la tendenza a non verificare le proprie fonti e a dare per vere le notizie che passano i poteri forti.

Questo porta ad un circolo vizioso in cui quando si scopre che una notizia è falsa, potere e informazione si scaricano vicendevolomente la responsabilità dell’errore, danneggiando la credibilità di entrambi.
Cani da guardia del potere
Come si è giunti a questo punto, cosa differenzia il giornalismo di oggi da quello del passato? Che fare – da un lato – per consentire all’informazione di ritornare al suo originario ruolo di watchdog (cane da guardia) del potere e – dall’altro – per spingere i sistemi governativi e istituzionali a considerare l’informazione un potere essenziale per il controllo e la garanzia della democrazia? Ecco alcuni dei principali quesiti affrontati nel corso del Festival perugino.

Secondo Carl Bernstein la responsabilità dei giornalisti risiede nel cercare e ed ottenere giorno per giorno la migliore versione possibile della verità. I giornalisti devono sapere che le persone che lavorano per il governo e le istituzioni sono sì delle risorse preziose, ma ad ogni loro dichiarazione  bisogna sempre chiedersi «È vero?».

È un fatto assodato – continua Bernstein – che le istituzioni hanno un vantaggio strategico nel fornire informazioni. D’altra parte è compito del giornalista cercare le informazioni che il potere non vuole rivelare così come evitare di limitarsi alle versioni ufficiali di un portavoce governativo verifica delle proprie fonti. Questo non significa, tuttavia, che il giornalismo investigativo serva a far cadere i presidenti. Anzi, esso deve poter agire anche con il supporto e nell’interesse del sistema politico. «All’inizio» – afferma ancora Bernstein – «io e Bob Woodward non sapevamo dove avrebbe portato la nostra inchiesta, ma durante il processo investigativo abbiamo incontrato attraverso la ricerca e la l’appoggio dei governatori e del sistema, altrimenti sarebbe stato impensabile arrivare là dove siamo arrivati».
«Poi non dimentichiamo che i tempi sono cambiati» – aggiunge.
«Oggi le grandi aziende di comunicazione come quella di Rupert Murdoch che possiedono tv, carta stampata e quant’altro, guardano anzitutto al profitto. Non vogliono investire in grandi storie quanto piuttosto produrre notizie sensazionali e scandalistiche create ad hoc che attirano la massa per un guadagno nel breve termine. I giornali a differenza di 30 anni fa, non illuminano, ma riflettono una cultura della negatività ».
«Riguardo poi alla Guerra in Iraq» – ammette – «è stato un errore inusuale del New York Times credere alla storia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La stampa americana è stata lenta nello smascherare le falsità della guerra in Iraq propagandate dall eamministrazioni di Bush e di Blair».
La sfida dei nuovi media
Non è della stessa opinione Alastair Campbell – tra l’altro ex giornalista del Daily Mirror che continua «ancora oggi a sostenere la decisione di entrare in Guerra. Bisognava prendere delle de¬cisioni in base alle informazioni disponibili in quel momento», ha detto.
Concorda con il celebre collega, invece, su una certa cultura della negatività della società inglese che l’informazione riflette in tutto e per tutto. «I nuovi media, l’informazione in ogni dove e a tutte le ore hanno impoverito la professione giornalistica. Spesso I giornalisti inventano delle storie solo perchè sono delle buone storie. Noi addetti alla comunicazione del governo Blair» – dice – «abbiamo professionalizzato la comunicazione. Il compito di un portavoce è di rendere comprensibili le politiche del governo alla gente. Ciò che non è legittimo è mentire».
Avere il coraggio di dubitare di Bush in prima pagina
INTERVISTA A PETER EISNER E KNUT ROYCE (GIÀ PREMIO PULITZER)
Per cercare di capire che cosa non funziona nel rapporto tra informazione e potere e, soprattutto, per scoprire se il giornalismo d’inchiesta è davvero in difficoltà, abbiamo ascoltato altre due autorevoli voci dell’attuale panorama internazionale: Peter Eisner – numero due agli esteri del Washington Post–e KnutRoyce–vincitore di tre premi Pulitzer.
“È vero che il giornalismo negli Stati Uniti non è più quello dei tempi del Watergate?
KNUT ROYCE: «Sì ,e ne abbiamo avuto prova con la Guerra in Iraq. In quel caso il giornalismo nonè stato all’altezza della situazione. È arrivato sempre troppo tardi nello scoprire la verità e ha mancato di informare l’opinione pubblica sui fatti reali. Si trattava però anche di una situazione complessa. L’ America viveva il dopo- 11 Settembre».
PETER EISNER: «Certamente. Infatti bisogna ricordare che nel 2002, mesi prima dell’invasione dell’ Iraq, testate come il Washington Post e il New York Times si sono pubblicamente chiesti se vi erano o meno le prove per affermare che Saddam Hussein possedesse le armi di distruzione di massa. Il problema è che gli editori non hanno messo la notizia in prima pagina interno del giornale, dove era meno visibile.
Il Philadelphia Inquirer invece ebbe il coraggio di dubitarne in prima pagina. Ma negli Stati Uniti una notizia finchè non esce sul New York Times o sul Washington Post
non è una notizia».
Perché gli editori nonebbero il coraggio di mettere la notizia in prima pagina?
PETER EISNER: «Non bisogna necessariamente pensare ad un accordo tra I giornali e l’amministrazione Bush. Bisogna invece tener conto del contesto sociale e culturale in cui si trova un paese quando si prepara alla Guerra. Negli Stati Uniti aleggiava un certo sciovinismo e gli editori, pubblicando tesi e verità contro la decisione di andare in Guerra, temevano di ferire l’orgoglio nazionale e il senso di patriottismo del paese. Volevano essere di supporto alle truppe militari che si preparavano a partire ».

Qual è la vostra tesi in merito alla disinformazione che media e potere hanno diffuso nell’opinione pubblica a quel tempo?
PETER EISNER: «La nostra tesi è la stessa che difendiamo nel nostro libro The Italian Letter che tra qualche settimana uscirà tradotto anche in Italia. Ovvero che l’intelligence Americana nel 2002 era in possesso di informazioni certe che smentivano la notizia che Saddam Hussein avesse acquistato quantità consistenti di uranio dall’ Africa. Ciònonostante le notizie sono state usate e divulgate alla stampa – come nel caso del New York Times – che non si è preoccupato di verificarle e le ha pubblicate. Si è trattato di una grande manovra e di un altrettanto grossa bugia che ha portato ad uno dei più grandi disastri militari americani ».
La vostra inchiesta da dove parte?
PETER EISNER: «Dalle parole pronunciate da Bush nel 2002 al Congresso per giustificare l’entrata in Guerra dell’ America:“Il governo britannico ha saputo che l’ Iraq ha acquistato quantità esistenti di uranio dall’ Africa” ».
Dunque esiste ancora il giornalismo investigativo?
KNUT ROYCE: «Sì ma rispetto al passato è difficile da portare avanti. Noi abbiamo vissuto i tempi migliori. Molti editori non lo promuovono e non lo sostengono perchè troppo costoso. Molti direttori di giornale non lo apprezzano perchè richiede troppo tempo e risorse in un momento in cui le redazioni vengono sfoltite e la notizia deve essere veloce e adattabile ai diversi media. In più, i poteri forti hanno un enorme vantaggio sulla stampa, specialmente nel ciclo di informazione quotidiana. I loro abili portavoce, detti anche “spin doctors” (manipolatori della comunicazione), forniscono informazioni ad hoc e lerisorse e gli strumenti nelle mani dei giornalisti.
Dunque sembra evidente:da un lato un buon portavoce non mente e opera nell’interesse del suo governo e delle persone che rappresenta. Dall’altro il buon giornalismo cerca sempre la verità. Ma, visti gli svarioni e le scivolate clamorose degli ultimi anni è difficile potervi credere ancora.

*Nota: l’Osservatorio Europeo di giornalismo è stato media partner del Festival di Perugia

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