Grasswire: la crowd verifica i contenuti

13 agosto 2014 • Giornalismi • by

I contenuti generati dagli utenti (Ugc) sono una manna e al contempo una sfida difficile per le redazioni, come dimostrano i numerosi casi in cui immagini o video falsi, magari diffusi ad arte per sostenere questa o quella causa, sono stati pubblicati e dati per veri.

Quello della verifica degli Ugc non è un problema di facile soluzione: c’è chi, come il Guardian con la piattaforma di citizen journalism Witness, si affida a un misto di intervento umano e filtri automatici per scremare il grano dal loglio, e chi, invece, come la Bbc, si affida a un team di una ventina di persone che aiutano i giornalisti a decidere cosa mandare in onda o meno, e chi, infine, come l’agenzia irlandese Storyful -di recente acquisita dalla News Corp di Murdoch –  della verifica e della cura dei contenuti ha fatto addirittura il proprio business principale.

Singoli giornalisti come Andy Carvin, diventato famoso come “curatore” di Ugc durante la Primavera Araba, si sono rivolti ai propri follower su Twitter, chiedendo loro di verificare l’attendibilità di una certa informazione.

Tutte queste soluzioni hanno i loro punti di forza e di debolezza. Affidare la verifica in crowdsourcing, come ha fatto Carvin, ad esempio, ha lo svantaggio che l’eventuale retweet di un certo contenuto, pur con tutti i caveat possibili, viene spesso scambiato come endorsement, specie se viene da parte di un autore prestigioso.

Una soluzione potrebbe essere quella di effettuare l’operazione di verifica in crowdsourcing a monte, prima della condivisione su Twitter, e poi “appendere” il giudizio della folla al tweet da postare. È quanto in sintesi, propone Grasswire, neonata piattaforma da poco online, fondata da Austen Allred.

“L’idea di Grasswire – spiega Allred all’Ejomi è venuta nel 2011, quando vivevo in Cina. A causa di un fraintendimento, un tassista mi ha portato alla stazione dei treni sbagliata. Il treno che avrei dovuto prendere si è scontrato con un altro convoglio, e osservando il modo in cui il governo cercava di oscurare la notizia e i modi in cui i reporter cercavano di capire cosa fosse successo, mi sono sentito molto frustrato di non poter sentire la voce di chi stava sul treno. Sentivo che il ‘giornalismo partecipativo’ sarebbe stato il giornalismo del futuro”. Al momento, il funzionamento di Grasswire è piuttosto semplice e centralizzato. Allred e il socio,  Levi Notik, propongono degli argomenti ai lettori del sito (fra quelli attualmente online, ci sono il conflitto fra Ucraina e rivoltosi pro Russia, la guerra israeliano-palestinese e la Siria). Fra un paio di settimane, dice Allred, chiunque potrà invece proporre un “topic” autonomamente.

All’interno di questi argomenti, vengono proposti dei tweet e dei video, la cui autenticità può essere, motivando l’azione e fornendo un Url a supporto della propria posizione, confermata o contestata. Esiste anche un’opzione detta “upvote”, con cui è possibile mettere in evidenza un dato contenuto, col rischio però che tale amplificazione possa essere scambiata per autenticazione.

Chiedo al fondatore il perché di tale sovrapposizione. “Grasswire – risponde – vuole risolvere due problemi principali. Il primo è trovare dei buoni contenuti da fonti di prima mano, cosa che non può ancora essere fatta tramite un algoritmo. Per cui l”upvoting’ è una forma di curation; è un utente che dice ‘questa cosa è importante’. La conferma e la contestazione rientrano invece nel fact-checking. Presto cambieremo il nome di tali pulsanti scrivendo ‘fact-check’ e questo dovrebbe attenuare parecchio la confusione”.

Quanto alle modalità di finanziamento di Grasswire, è ancora presto per capire quale potrà essere il suo business model, ma già non manca l’interesse di chi vuole supportare la piattaforma. “Stiamo lavorando a un round di 500000 dollari di finanziamento – afferma Allred – e ci sono alcuni investitori che si sono offerti di partecipare, ragion per cui sono fiducioso che lo porteremo presto a termine”.

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