Il ruolo dei fixer nelle notizie estere

6 marzo 2015 • Giornalismi • by

Nella redazione moderna di notizie estere la figura del fixer sta diventando tanto essenziale per il processo giornalistico quasi quanto l’inviato stesso. Senza un fixer, una persona assunta dal giornalista come aiuto sul campo per quanto riguarda logistica, contatti e interpretariato, l’inviato potrebbe non riuscire a raggiungere persone, luoghi, eventi o ottenere nuove informazioni necessarie per realizzare il suo lavoro.

Recenti studi a livello internazionale hanno problematizzato sempre di più la collaborazione tra inviati e i loro fixer e si sono concentrati su come i secondi, occhi e orecchie dell’inviato, spesso raccolgano informazioni in loco a suo nome. Questo ha fatto emergere la discussione riguardo a come un fixer poco obiettivo potrebbe fornire agli inviati informazioni parziali se non addirittura false, che poi verrebbero invece riportate negli articoli come reali. Ciononostante, la mia ricerca suggerisce invece che il fixer e l’inviato dovrebbero essere considerati come pari e il loro rapporto caratterizzato da influenze reciproche.

Lo studio, eseguito per il mio PhD ottenuto alla Roskilde University, vuole chiaramente respingere l’idea del fixer come mero strato perturbatore tra gli inviati e la realtà, ma piuttosto affermare come questa figura possa fornire le fondamenta agli articoli del corrispondente. Per comprendere il ruolo del fixer ho esaminato il divario tra cosa siano realmente le notizie e come queste vengono prodotte. Per concentrarmi sulla produzione di news in Medio Oriente, sono stato per cinque mesi al seguito della televisione danese in Israele, Giordania, Libano, Tunisia e Turchia e per un mese nelle redazioni. La raccolta dati è stata basata sull’osservazione partecipante (ricerca etnografica) e 25 lunghe interviste semi-strutturate.

Con deadline entro 24 ore da rispettare, gli inviati all’estero, oggi, devono produrre più notizie e servizi in diretta e sul posto che mai. Anche “presenza” e “immediatezza” sono diventate richieste essenziali. Questo lascia ancora meno tempo al giornalista, che spesso si trova nel paese straniero per la prima volta, per informarsi sul caso o stabilire dei buoni e fidati contatti. Ne risulta che il fixer è diventato a sua volta parte integrante della selezione, formulazione e performance del lavoro dell’inviato.

Un esempio tratto dalla mia ricerca sul campo a questo proposito è utile a focalizzare la questione ed è emblematico per comprendere il rapporto stretto tra giornalista e il suo fixer. Un inviato della televisione danese corre ad Antakya in Turchia per essere vicino al confine con la Siria quando gli scontri nella città siriana Idlib stanno per cominciare, arrivando però ad Antakya solo in tarda serata dopo un viaggio da Beirut durato mezza giornata. Gli scontri cominciano e, senza parlare con nessuno tranne che con un suo contatto a Beirut e aver fatto qualche ricerca su Internet, riesce a fare cinque aggiornamenti in diretta per il servizio di broadcasting danese, raccontando quanto sta succedendo “appena al di là di quelle montagne”.

Intorno alle quattro del pomeriggio gli aggiornamenti non erano più così stringenti e l’inviato decide, assieme al suo cameraman, di recarsi al confine per parlare con qualche rifugiato siriano e fornire l’apertura al telegiornale serale, senza però conoscere né la direzione né la lingua della gente del posto (turco) o dei rifugiati (arabo) e avendo solo letto dei campi profughi in quell’area e avendo ben poche informazioni su come arrivarci o come entrare in contatto con i profughi siriani. Inoltre, a livello pratico, senza avere né una macchina ne un autista a disposizione.

Un uomo anziano dell’hotel viene allora reclutato sul posto come fixer per la giornata, al fine di risolvere tutti i problemi logistici: l’inviato e il cameraman in un’ora di viaggio arrivano in un piccolo villaggio vicino al confine, vengono portati di casa in casa, prima di trovare una piccola scala tra due edifici, che conduce sul tetto piano di un garage. Da qui si può vedere la strada che serpeggia ai piedi di diverse colline. In cima ad una di queste si intravede un gruppo di edifici recintati e lungo la strada diverse torri. Sullo sfondo altre colline, quasi come montagne.

“La strada è il confine”, spiega il fixer al reporter danese, “e dall’altra parte c’è la Siria”. La zona sembra tranquilla; non si vedevano soldati, veicoli, guardie o staccionate, solo le torri lungo la strada indicano che si tratta di un confine. Il fixer alza il braccio destro e punta verso le colline lontane. “È qui che i profughi fuggono protetti dalla notte. Dall’alto delle colline giù tra i boschi”, spiega. “Ma non sono più molti quelli che arrivano. Molti sono stati uccisi mentre cercavano di passare il confine”. Il cameraman mette la telecamera in spalla e filma la strada e il paesaggio e chiede al fixer di confermare se i profughi vengano davvero stati uccisi proprio in quel luogo. “Sì”, garantisce lui. Qualche minuto dopo l’inviato è pronto davanti alla telecamera, raccontando cosa ha saputo da “persone della regione”.

Questa situazione è molto indicativa. Gli inviati spesso arrivano a Tunisi, Beirut, Cairo o Antakya non parlando, o solo poco, l’arabo o il turco e non avendo conoscenze né del background storico né del vasto network sociale del luogo, essenziali per svolgere il loro lavoro in questi contesti.

Gli assistenti dei giornalisti possono “fixare” le storie, selezionando le persone con cui i giornalisti dovrebbero parlare, organizzando interviste, e soprattutto, facendo strada in un territorio sconosciuto agli inviati stranieri. In altre parole, i fixer hanno un ruolo critico nella produzione di notizie estere: non solo sono occhi e orecchie degli inviati, ma portano con sé anche delle competenze preziose per il lavoro dei giornalisti. Il loro lavoro spesso costituisce le fondamenta per i servizi degli inviati.

Se vogliamo capire la produzione di notizie estere, dovremmo indagare più a fondo l’incontro giornalistico e culturale tra gli inviati e i loro collaboratori informali, i fixer del luogo.

Ref: Skrubbeltrang 2014, “From Eye-witness to I-witness, Anthropological perspectives on Danish correspondents in the Middle East” (in danese), PhD dissertation, Roskilde University.

Articolo tradotto dall’originale inglese, traduzione a cura di Georgia Ertz

Photo credits: Yossi Gurvitz / Flickr CC

 

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