Ezio Mauro: “La crisi ci ha fatto fare cose nuove”

12 marzo 2014 • Giornalismi • by

La ricerca di un nuovo ruolo e di un modello di business che lo faccia funzionare, insieme alla costante sfida del digitale, sono alcuni tra i grandi temi su cui il giornalismo è chiamato a riflettere in questa fase della sua storia. A questa riflessione devono partecipare tutti gli operatori dell’informazione, anche le testate maggiori. In Italia, La Repubblica è uno dei marchi più forti del settore e, online, la prima testata per numero di lettori. Abbiamo incontrato il direttore Ezio Mauro per chiedergli come, dal suo punto di vista, sia evoluta ed evolverà ancora l’idea di giornale e come la crisi lo abbia cambiato, richiedendone il ripensamento. Dalla conversazione è emersa la convinzione che una testata giornalistica non sia più ascrivibile a dei confini netti, ma si spinga anche in territori che, fino a qualche tempo fa, non erano propri del giornalismo.

Ezio Mauro era ospite della conferenza pubblica che si è tenuta ieri a Lugano organizzata dall’Ejo, insieme a CORSI (Società cooperativa per la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana), Rsi, Associazione Ticinese dei Giornalisti con il sostegno dei Corsi di giornalismo della Svizzera italiana.

Negli ultimi anni il paywall si è imposto come uno dei modelli di business per il giornalismo digitale. Per quanto riguarda Repubblica.it se ne parla come una possibilità dalla fine del 2012. State andando in questa direzione?
“Stiamo studiando un modello organizzativo nuovo per il rapporto tra carta e Internet. In questo quadro stiamo ragionando su un modello di business che tenga conto del peso e della diffusione che oggi ha Repubblica.it, il principale sito d’informazione d’Italia. Penso che arriveremo all’introduzione di opzioni di micropagamento, ma per servizi aggiuntivi, nel senso che non toglieremo nulla all’utente che è abituato a usufruire del nostro sito gratuitamente in real time. Tutto lo scorrimento del flusso di notizie di giornata sarà gratuito, ci sarà invece una forma di paywall per servizi aggiuntivi, qualcosa che potrebbe chiamarsi Repubblica Premium, dove si potrà avere qualcosa in più o servizi pubblicati soltanto sul giornale. Già oggi Internet non pubblica più di 5 articoli al giorno della carta, questi contenuti scenderanno a 3 e poi non ci saranno più articoli cartacei riproposti sul web. Ci saranno le stesse firme, ma chi vuole i contenuti della carta dovrà pagare. Stiamo studiando un’offerta complessiva”.

Lo scorso autunno avete rinnovato l’aspetto grafico del vostro sito e lo stesso ha fatto il Corriere della Sera qualche giorno fa. L’impostazione complessiva sembra guardare sempre di più verso Internet mobile e la fruizione attraverso schermi più piccoli, con l’abbondanza di immagini e video. Pensa che il futuro del giornalismo online passi più dal mobile che da desktop?
“Se si deve seguire il modello americano, vediamo come la fruizione di video è considerata ormai molto importante. Noi nei produciamo tantissimi, circa 200 al giorno. C’è stato un investimento sui video e sulla capacità di produrli. Si tratta di filmati che possono accompagnare l’informazione e integrarla. La nostra missione è quella di fare un sito d’informazione. Attorno al sito e al marchio Repubblica si è sviluppato un mondo nuovo, penso a RSera, un quotidiano della sera nativo digitale, nato per l’iPad e per il digitale e penso anche a R7, un settimanale che riformula, in chiave di copertine di settori, tutte le informazioni della settimana precedente. Ma penso soprattutto a RepubblicaTv, che è al suo primo anno di vita ma che ha avuto un impulso notevole: stiamo sperimentando dei format, a cominciare da WebNotte, un formato di grande successo che raggruppa una serie di artisti ogni giorno. Penso anche, in co-produzione con laeffe di Feltrinelli, al programma di Gad Lerner che è il ritorno alla grande inchiesta televisiva, che in Italia non si faceva da tanto tempo. Sono format pilota che stiamo testando e che lavorano sia in streaming che spacchettati con pillole scaricabili da Internet. I numeri sono impressionanti, arriviamo anche a 150/180 contatti che seguono questi eventi. Quindi, negli anni della crisi, si può dire che questa abbia aguzzato l’ingegno. E ci ha aiutati a fare cose nuove”.

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Un momento della conferenza Photo credits: Ejo

Oltre a questo c’è anche RepubblicaDomani.
“Si tratta di un format meno ambizioso però quotidiano dove apriamo le porte della redazione e facciamo un riassunto della nostra riunione, che è molto più lunga e spesso molto tecnica. RepubblicaDomani è una pillola di 10 minuti dove diamo un riassunto della giornata e dove parlano i capi dei tre settori che hanno l’evento cruciale del giorno. Tutto questo nasce da un altro piede, che è quello della community dei lettori. Inoltre, quest’anno arriviamo alla terza edizione di La Repubblica delle Idee, il nostro incontro in una grande città italiana, dove i nostri lettori possono incontrare le grandi firme del giornale e il mondo culturale che gravita attorno a Repubblica. Abbiamo sorprese importanti per Napoli, il primo we di giugno. Inoltre, ci saranno 7 edizioni di Repubblica delle Idee Next dedicate all’innovazione e condotte da Riccardo Luna, dove raccogliamo gli innovatori di diverse aree di Italia a raccontare i loro progetti. Tutto questo nasce attorno al giornale e se pensiamo al periodo in cui si è, in cui si potrebbe essere spinti a contrarsi, dobbiamo pensare che tutti i nostri brand hanno un potenziale enorme, se non li immaginiamo solamente come giornali ma come brand della conoscenza. In una fase di crisi il cittadino riconosce il valore della conoscenza, qualcosa per cui è disposto anche a pagare”.

Un altro strumento di dialogo con i lettori sono i commenti online, che ultimamente in Italia sono al centro del dibattito sull'”odio in rete”. Pensa che siano uno strumento utile di trasparenza o che vadano in qualche modo ripensati?
“Bisogna ricordarsi che con l’avvento di Internet è finita nel giornalismo la dimensione verticale di comunicazione, quella del pulpito. Non esiste più la predica, bisogna sapere che si naviga in un mare dove tutti hanno bisogno di uno spazio e dove non viene riconosciuta una postazione privilegiata a qualcuno. Può venire riconosciuta la competenza, quella sì: Bernardo Valli, ad esempio, è in Ucraina a seguire la crisi nel paese, dopo aver seguito tutte le Primavere arabe e la crisi in Egitto, e questo genere di informazione non può essere confusa nel mare dei social network. Senza ovviamente nulla togliere all’aspetto dell’immediatezza della comunicazione e alla sensazione di trovarsi dentro a un fiume che i social media danno. Però ogni strumento ha un suo valore specifico e va colto per questo. Il rimbalzo dei commenti anonimi va guardato con occhio diverso: lì non si cerca competenza, c’è semmai il ritorno immediato e la possibilità di sentire la temperatura dell’opinione pubblica. Spesso, però, sono anche lo sfogo di un risentimento e bisogna saper distinguere: dico sempre che un saggio di Habermas e lo sberleffo di un blogger viaggeranno in Internet uniti per l’eternità, senza un segno distintivo, ma un segno distintivo ci dovrebbe essere”.

Prima citava l’Ucraina e le Primavere arabe. Esiste questo leitmotiv nell’informazione italiana, secondo il quale agli italiani non interessano molto gli esteri. Pensa che sia effettivamente così, oppure proprio questi episodi hanno ribaltato il paradigma?
“Guardi, penso che non si possa fare del buon giornalismo se si rimane chiusi a casa propria. Credo che un giornale sia lo specchio della realtà domestica che rappresenta, perché fa parte della vita di un paese e non della sua rappresentazione. Un giornale deve portare nella vita di un paese anche l’informazione di quello che succede nel mondo: le dinamiche, le tendenze e le contraddizioni, il dibattito delle idee come ad esempio nel caso dell’Ucraina, il dibattito Est/Ovest tra la democrazia e la realtà di questi paesi dove, nonostante le elezioni, la realtà non è certamente quella di una democrazia compiuta. Questo è il compito di un giornale, anzi, questo è il compito specifico di un giornale. In un momento in cui i giornali sembrano dover alzare bandiera bianca di fronte alla potenza e alla velocità di Internet, che ha cambiato la storia perché ora tutto è contemporaneo, ha cambiato la geografia perché tutto in rete e ubiquo, ha cambiato anche il costume perché i nostri figli ne sanno più di noi, in un’inversione di conoscenza che si è verificata poche volte nella storia e non avveniva dalla scolarizzazione di massa o da quando una generazione uscita dai paesi e dalla campagna è andata in guerra ed è tornata sapendo più di chi era rimasto – benissimo, il giornale ora ha un compito che Internet non ha. Un giornale non può seguire Internet nel flusso, ma il giornale è la creazione di un contesto. La notizia che credi di sapere, perché sbirciata in Internet o ascoltata in radio di sfuggita, il giornale può inserirla in una scala di riferimento più ampia, può andare a recuperare antecedenti, trovarne le conseguenze e metterle in un paesaggio complessivo che solo un giornale può costruire. Questo consente di andare al cuore dei fenomeni”.

Sarà questo il futuro della carta?
“Questo obbliga a uno sforzo di qualità. Nella crisi che stiamo attraversando nel nostro paese, una crisi di produzione e di consumi che si determina nell’impoverimento delle famiglie, nella riduzione del risparmio e nell’ansia di futuro che riduce i consumi e la pubblicità, anche le aziende di giornali si stanno ristrutturando. A noi non è mai venuto in mente di ridurre l’esposizione dei corrispondenti esteri o l’uso degli inviati nei punti di crisi del mondo. Il futuro della carta è quello di mantenere vivo il cuore di questo sistema informativo. Per quanto riguarda Repubblica e altri giornali simili, bisogna ragionare su un sistema 24/7 che tutti i giorni scorre nel real time su Internet e si declina sui vari mezzi. Noi abbiamo 60/70mila abbonati che comprano il giornale sui tablet. La grande novità è che molte persone, su questi strumenti, sono disposte a pagare. Quindi, si apre una riserva di mercato vero e proprio. Poi, una volta al giorno, questo flusso di informazione viene prescelto da una redazione che dà vita a un giornale di carta, che fa uno sforzo di approfondimento, di qualità e di sintesi di tutto quello che ci è passato davanti agli occhi in Internet. Se ci pensiamo bene, Internet è il re del flusso. Nel flusso, come in un fiume contano due elementi: la capacità di portata e la velocità di scorrimento. Il giornale non fa la partita del flusso perché la perderebbe e perché si forma una volta sola. Il giornale sta nel flusso, scarta molte notizie e ne trattiene altre. E di quello che trattiene costruisce qualcosa di titanico e gigantesco, una cattedrale di carta che deve dare una visione complessiva della fase che stiamo vivendo. In questa ricerca di senso c’è la ragione più alta del nostro mestiere, e la sua sopravvivenza”.

Credits foto esterna: Ijf / Flickr CC

Tutti i dettagli sugli altri eventi del ciclo di eventi “È il giornalismo, bellezza!” sono disponibili qui.

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