La Russia cambia? La stampa traccia i confini

20 marzo 2012 • Giornalismi • by

Sul mappamondo e sulla carta, in questi primi mesi del 2012 lo scacchiere internazionale è estremamente fluido. Dentro l’Unione europea, si discutono nuovi equilibri e assetti politici, mentre i giornali combinano più che mai economia e politica. Fuori dal continente, la situazione escandescente in Siria e le tensioni tra Israele e Iran lasciano intendere sviluppi futuri. Sulla linea di confine tra l’Europa e l’altrove, precisamente in Russia, sta uno spazio grigio che, proprio perché al limite, si rivela estremamente interessante per la narrazione giornalistica italiana ed europea: dove il confine identitario è instabile, i significati si addensano e producono nuove narrazioni.

Le vicende interne russe e le elezioni appena trascorse hanno effetti diretti e indiretti anche per Italia e l’Europa: questo dicono i giornali. L’affermazione più o meno netta del potere di Putin è oggetto di interesse per la stampa nazionale anche in virtù degli equilibri geopolitici.

Esplicito nell’avviare questo tipo di riflessione è il Corriere della Sera:  “L’Occidente alla stabilità russa è fortemente interessato”, scrive Franco Venturini il 4 marzo nel suo “Ma anche a Mosca sanno che qualcosa si è rotto”. L’editorialista definisce così i soggetti e le dinamiche della narrazione: “l’Occidente e in particolare l’Europa” da una parte, i convitati di pietra come l’Iran dall’altra. E nel mezzo la Russia di Putin, il quale “ha dalla sua, oggi e ancor più domani se dovesse esserci una guerra sul nucleare iraniano, le alte quotazioni del petrolio e del gas”. “La parola magica è il dopo”, scrive Venturini, auspicando per “l’Occidente”, ma anche dubitando, che Putin avvierà internamente un processo di riforme e di mediazione con il fronte della protesta. Fra i motivi della valorizzazione positiva della “stabilità”, è interessante trovare anche le ricadute sulle politiche nazionali ed europee.

Non è secondo Venturini tanto l’anelito democratico quanto la situazione economica a motivare il dissenso in parte della Russia, e “in un tempo di passioni come questo una analisi più distaccata è nell’interesse dei russi, dell’Occidente e in particolare dell’Europa affamata di energia”. A rincarare le dosi è il giorno dopo Arrigo Levi, che corrobora questa tesi. In “Perché l’Europa deve dialogare con Putin”, invita a “seguire l’evoluzione della nuova Russia democratica con minore impazienza”. “E’ passato un ventennio”, scrive Levi calandoci nuovamente ai tempi della caduta del Muro e delle contrapposizioni post guerra fredda, “e ancora non siamo sicuri che i russi abbiano imparato a fare buon uso della libertà”. In questo contesto l’identità dell’Europa viene definita come “anello di pace a occidente, che si estende in perfetto accordo con l’America” e “fattore favorevole nell’evoluzione della grande Russia”.

LO SCONTRO

Il Corriere presenta il conto dell’economia russa che sta cambiando, ma anche delle ampie aree di consenso di Vladimir Putin. Il giornale costruisce a parole il dialogo sottolineando al contempo le ragioni dell’economia, e individua nelle proteste, nella “passione”, un pericolo di contagio anche per i Paesi europei. Una mediazione decisamente meno presente su altri giornali, come Repubblica, che al contempo mettono in maggiore rilievo le ombre della “democratura russa”. Lo scontro tra il potere di sempre e le nuove proteste si gioca così su un fronte ideale, radicale e perciò più difficilmente conciliabile. Basta osservare i toni e le scelte operate da Ezio Mauro nella sua intervista a Putin per notare che il direttore mette in evidenza proprio l’inattualità di un dialogo: “lei non dà ascolto, non parla mai con loro”, dice Mauro. “Perché?” E subito dopo ancora: “Ma lei non dialoga mai con la piazza e i suoi leader. Come mai?”. Nelle parole di Mauro c’è da una parte “un’oligarchia politica, un sistema bloccato”, e dall’altra, opposta, “la nuova classe media aperta alla modernizzazione del Paese, che vuole cambiare ed è contro Putin”. Due parti l’una contro l’altra, nella dinamica narrativa, ma anche molto diverse per come vengono descritte. Il fronte della “opposizione”, che non sta (sulla stampa perlomeno) dalla parte degli altri candidati sulla scheda elettorale ma da quella della piazza e di Nalalnyj, viene epurato da ogni possibile connotazione violenta. La retorica è semmai quella opposta: “ci sono giovanissimi, vecchietti, bambini”, “si tengono per mano”, “ci vogliono venti minuti per percorrere la catena umana, e non si nota un solo buco”, “scoraggia i rivali la loro gentilezza”, “i sorrisi e l’ottimismo”. Lo scrive Nicola Lombardozzi il 27 febbraio su Repubblica in “Mosca, in 50mila al girotondo anti-Putin”. Al fronte “bianco” e “pacifico” degli “anti” Putin fa da contraltare lo stesso Putin, anche sul piano figurativo: ad esempio domenica 4 marzo a pagina 17 Repubblica propone immagini che pongono in rilievo le pose dure ed autoritarie del leader russo. Sul piano linguistico e narrativo, viene sottolineato il lato d’ombra, la violenza e la repressione del potere. L’effetto è quello di tensione: Lombardozzi il 4 marzo lo scrive, “gli uomini schierati sono pronti ad agire. Alla loro maniera. La peggiore, quella che colora di tensione questa strana giornata elettorale”.

I MODERNI

“Se la piazza democratica solleverà problemi seri, Putin potrebbe essere tentato di reagire su un terreno a lui caro, quello di una Russia grande potenza, alternativa all’Occidente”, scrive il Sole 24 Ore il 6 marzo ribadendo le dimensioni europee e internazionali della partita russa. La descrizione del cambiamento di questo Paese ha origini ed esiti incerti: già all’epoca della rivoluzione arancione ci fu chi gridò alla svolta. Poi a dicembre 2011 il Financial Times ha annunciato: “Spring comes to Moscow”. L’Economist gli ha fatto eco a febbraio, domandando: “A Moscow Spring?”. A elezioni di primavera concluse, non è ancora chiaro se le proteste avranno natura ed effetti episodici o prolungati, di rottura o di riforma moderata del sistema. Ma tra la narrazione giornalistica del presente più orientata al dialogo e quella incentrata sullo scontro di prospettive, rimane un filo conduttore, che accomuna pressocché tutti i principali quotidiani italiani, inglesi e francesi. Si afferma, se non altro per acclamazione mediatica, un nuovo soggetto protagonista di carattere sociale e politico, “la classe media”. I politologi come Barabanov, non tralasciando l’”effetto contagio” della primavera araba, individuano proprio in questa classe sociale un soggetto rilevante di cambiamento, nato già nel 2007-2008 ma allora senza spinte per modifiche rilevanti dell’assetto. La crisi del 2009 avrebbe poi avuto un ruolo evidente di catalizzatore nel trasformare i componenti di questo ceto emergente “da consumatori a cittadini”. “Quelli che vediamo non sono rivoluzionari come lo erano i marinai di Kronstadt o i fucilieri lettoni di Pietrogrado 1917. Sono uno strano miscuglio riformista di giovani colti, sofisticati, educati all’occidentale, e di povera gente russa che non sa più perché e per chi votare”, scrive La Stampa. “Capofila di questa insolita classe urbana è una gioventù allegra, sfottente, ben vestita, armata dei più moderni strumenti tecnologici, la quale prende a contestare il putinismo”. A questo nuovo soggetto, “la classe moyenne”, Putin contrappone secondo Le Monde “i piccolo funzionari, gli impiegati e lavoratori del settore pubblico, gli uomini in uniforme. Rifocillandoli con i vecchi archetipi del pensiero sovietico – militarismo, paternalismo, antiamericanismo, ossessione di potenza -, Vladimir Putin cerca il sostegno degli anti-moderni”. Stando a quel che scrive il quotidiano francese, anche nei rapporti interni fra classe media e “antimoderni” si gioca la relazione esterna fra la Russia, l’Europa e il resto del mondo.

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