La scomparsa dei giornali e il mondo di George Orwell

22 dicembre 2016 • Giornalismi, Più recenti • by

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Colin Dunn / Flickr CC / BY 2.0

Un libro in uscita, “Lost for words: how can journalism survive the decline of print?”, contiene 50 saggi scritti da giornalisti, accademici, opinionisti e manager di giornali. Ecco una versione adattata di un capitolo, “If print dies so does freedom”, di Tim Crook, Professore alla Goldsmiths University di Londra. Il brano è stato pubblicato originariamente sul blog di Roy Greenslade sul Guardian e viene tradotto in Italiano e ripostato qui per gentile concessione.

La consuetudine sociale, un tempo considerata vitale, di comprare e leggere un giornale affronta in questa epoca un declino catastrofico, ma personalmente non posso resistervi. Ho provato la sensazione di essere visto come l’unico docente del mio dipartimento di giornalismo disposto a portare in giro un giornale nella speranza di incoraggiare i miei colleghi, e le generazioni di studenti più giovani, a resuscitare quest’abitudine. Ho persino invaso lo spazio delle conversazioni online per evangelizzare sulla bellezza della carta stampata e deridere invece la superficialità del suo cyberusurpatore.

Ci sono programmi di giornalismo in alcune università che ormai non insegnano più design per la carta stampata o pubblicazione su quel formato. Tutto questo mi fa sentire come un uomo della Storia ormai sulla via del tramonto, incapace di fare qualcosa per resistere a un intollerabile destino di indebolimento sociale e vulnerabilità politica. Mi è capitato di fare incubi in cui tentavo disperatamente di trovare articoli e feature della cui esistenza ero certo, ma che non riuscivo più a rinvenire perché scomparsi nello spazio virtuale.

A mo’ di esperimento ho distribuito dei fogli riportanti 10 dichiarazioni e fatti banditi o censurati nel Regno Unito negli ultimi 50 anni a 150 studenti in un aula e poi ho proiettato lo stesso testo su una schermata di un sito web ospitato esternamento. Ho chiesto quindi a 10 studenti di fare del loro meglio per distruggere i fogli di carta e di paragonare lo sforzo e la difficoltà necessaria, all’operazione, veloce e indolore, di cancellazione dell’informazione garantita dal software del computer. Due click, un nome utente e una password e in mezzo secondo quelle righe erano sparite come se non fossero mai esistite. Nel frattempo, invece, gli studenti stavano ancora strappando la carta. Quindi ho chiesto ai rimanenti 140 di loro di immaginare che fosse stato promulgato un ordine esecutivo del governo sostenuto da un’ingiunzione giudiziaria che ordinava di consegnare quei fogli e dichiarava reato il loro possesso o la loro distribuzione.

Per continuare a possedere il loro manifesto di sovversione, resistenza e libertà, come avrebbero potuto gli studenti nasconderlo? Molti si sono resi conto che lo Stato avrebbe dovuto affrontare molte difficoltà nella ricerca e nel recupero dei fogli di carta vietati: come essere certi, infatti, che tutti gli studenti indiziati avessero rinunciato alla loro proprietà? Come poter essere certi di poter identificare e confermare l’identità di chi aveva ricevuto i fogli? C’era forse una scia affidabile di dati di transazioni con carte di credito da seguire? Senza un pagamento com’era stato possibile registrare l’operazione?

La carta era facile da proteggere e da nascondere, perché non lasciava tracce digitali. Una volta spostata dalla fonte di stampa originale era quasi impossibile rintracciarla per distruggerla. Quando i 140 studenti che avevano ricevuto le proprie copie di carta si sono dispersi all’interno delle loro reti sociali umane la sfida posta al finto tentativo autoritario di censura era paragonabile a quella di provare a contenere una malattia contagiosa. È presto venuto in mente agli studenti che la versione digitale cancellata davanti ai loro occhi era stata connessa, quando era ancora disponibile online, con ogni potenziale scaricatore online. L’informazione pericolosa e vittima di censura, seppur evidentemente cancellata, era sempre stata conservata nell’hard disc del computer ed era stata copiata da qualche funzione di backup digitale.

George Orwell, nel suo 1984, aveva previsto i pericoli insiti nel combinare il controllo totalitario con la tecnologia potenzialmente manipolatoria nelle comunicazioni sociali. Lo scrittore aveva evocato il buco nero di memoria in cui la verità e i documenti pubblici potevano essere scagliati se posti in una fornace o su una pira di identità umana e di Storia. Ciò che veniva distrutto nel romanzo era anche la dignità culturale e l’indipendenza. È quando la comunicazione e l’informazione sono concentrate dalla tecnologia su un’unica piattaforma elettronica che la visione del controllo sociale ipotizzata da Orwell si concretizzata ed è ciò a cui ci ha portato Internet. Questo significa che il mondo distopico di distruzione del passato in cui viveva Winston Smith (il protagonista del romanzi di Orwell, ndr) si sta materializzando nella nostra realtà.

La forma materiale del giornale locale è stata essenziale per ricostruire la mia personale identità familiare, ma documentazione simile a quella degli anni Cinquanta, che ha aiutato la mia ricerca, non esiste più nel 21 secolo. L’industria dei giornali locali non ha infatti più né la manodopera, né le risorse sul campo per ottenere una copertura simile e per scrivere di conseguenza la prima bozza della Storia. I loro equivalenti online contemporanei difficilmente archiviano allo stesso modo e i fallimenti o l’indebitamento digitale con i fornitori di server e di servizi di hosting possono portare facilmente alla cancellazione di ogni traccia del giornalismo online e questo significa condannare le future generazioni a un’assenza di radici e di riferimenti storici tangibili. Non ho dubbi che la cancellazione e l’alterazione  dell’informazione immaginate da George Orwell stiano proseguendo senza difficoltà o turbamenti sociali e politici particolari.

La Corte Europea di giustizia che ha deliberato sul diritto all’oblio nel 2014 apre di fatto alla de-archiviazione di centinaia di migliaia di articoli e documenti online dal processo di ricerca su Google. Questo, ai vecchi tempi, sarebbe stato l’equivalente di una biblioteca senza alcun catalogo o indice. Inoltre, i tribunali inglesi e del Galles emettono regolarmente ingiunzioni sopprimendo link agli archivi e rimuovendo direttamente intere pubblicazioni. Ho visto la polizia metropolitana cambiare in corsa alcuni dettagli di comunicati stampa online che hanno avuto un ruolo rilevante nel forgiare il dibattito di pubblico interesse al centro di una storia di primo piano.

Mi sento responsabile per aver deluso le generazioni più giovani che guardano all’acquisto e alla lettura dei giornali come a qualcosa di pittoresco, un po’ come fumare la pipa o indossare una bombetta per andare a lavoro. E ci siamo gettati nella confusione abbandonando superficialmente l’arte della lettura quotidiana del giornale. Chi aspira a potenziale autoritario o totalitario può vedere chiaramente la facile prospettiva di controllo, manipolazione e distruzione dell’arte della verifica che è ora disponibile.

Si può evitare tutto questo sfogliando volumi di giornali che non mostrino il frequente messaggio: “Alcuni risultati potrebbero essere stati rimossi secondo la legge sulla protezione dei dati in Europa”. Questo è qualcosa che ho sperimentato quando scrivevo il nome di una famosa celebrità globale nella barra di ricerca di Google: oltre 39 milioni di risultati in appena 0,66 secondi. La velocità e la quantità erano incredibilmente impressionanti. Ma non potevo fare a meno di preoccuparmi di quei risultati che “potrebbero essere stati rimossi” segretamente. La stampa potrà pur star morendo, ma la libertà e la democrazia rischiano di seguirla.

 

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