La stampa conferma le tendenze o ci mette in guardia anzitempo?

25 aprile 2005 • Giornalismi • by

Neue Zürcher Zeitung, 25.4.2005

La stampa economica americana nel boom della new economy
I media hanno accentuato il boom delle borse – prima che scoppiasse la bolla speculativa – o hanno prematuramente messo in guardia da esagerazioni, ma soprattutto da pratiche contabili poco trasparenti? L’American Journalism Review (AJR, marzo 2003) ora ha messo nero su bianco, dopo un’approfondita retrospettiva sulla stampa economica americana, che quest’ultima ha avuto un effetto più che altro prociclico e non ha assolto a dovere la sua funzione di controllo. Dall’altro lato, però, la rivista specializzata ha anche scoperto che nonostante vi siano sempre state delle voci critiche, queste non hanno saputo affermarsi nella confusione collettiva.

Un giornalismo a corto di memoria
Gli aspetti più sorprendenti dell’analisi sono i «vuoti di memoria» del giornalismo – e il fatto che evidentemente i giornali economici più rinomati, nonostante abbiano a disposizione sofisticati archivi elettronici, non ricorrono ai propri risultati di ricerca. Prendendo come esempio il Wall Street Journal e il Business Week, ma anche il Washington Post, l’AJR osserva che nel biennio del boom, tra il 1997 e il 1998, non sono mancati i campanelli d’allarme, che mettevano in guardia, già molto prima degli scandali Eron e Tyco, da inganni e losche truffe contabili – solo che nessuno si è «svegliato»: «Chiunque prenda in esame gli articoli degli ultimi cinque anni, rimarrà sorpreso nel vedere quante cose sono riusciti a scavare perlomeno alcuni reporter. Tuttavia, persino nelle loro stesse redazioni, a simili scoperte non veniva data grande importanza, ma invece si assisteva a un susseguirsi di articoli ingenui su come stesse «bene» il sistema, articoli in cui si affermava che alla fin dei conti ci si poteva fidare degli analisti finanziari e dei revisori dei conti e che il boom sarebbe durato per sempre.» Il giornale Fortune sarebbe stato il primo, nella primavera del 2001, a pubblicare una delle primissime storie scettiche sulla Enron – e otto mesi dopo avrebbe definito il capo della Enron «una delle persone più brillanti in assoluto».

I media avrebbero contribuito al disastro soprattutto attraverso una forte personalizzazione e attraverso graduatorie sconsiderate. Mentre nel 1981 il Business Week avrebbe dedicato una sola volta l’articolo di prima pagina al dirigente di una grande azienda americana, nel 2000 si sarebbero contate già ben 18 storie di prima pagina del genere. Tra i «25 manager dell’anno» glorificati dal Business Week si troverebbero, esattamente come anche sulla lista di Fortune «Le aziende più ammirate al mondo», sempre quei nomi che poco dopo sarebbero stati messi alla berlina: o per cattiva gestione (Cisco e Lucent) o addirittura per trasgressioni criminali (Tyco, Enron, WorldCom). Davanti ai manager al vertice della Enron, le riviste economiche «avrebbero scodinzolato in ammirazione anche poche ore prima della bancarotta».

Confusione collettiva
In modo analogo, soprattutto le stazioni televisive avrebbero aiutato gli analisti a diventare dei veri e propri guru delle borse, che, però, nel loro settore erano già famigerati perché coinvolti in affari loschi e perché consigliavano pubblicamente l’acquisto di azioni, che in e-mail ad amici privati avevano dichiarato essere «robaccia». Negli anni Novanta nel giornalismo economico sarebbe stata una consuetudine diffondere i suggerimenti degli analisti – senza chiarire in quale misura fossero in gioco i loro interessi personali. Con uno sguardo retrospettivo, riassume l’AJR in modo disilluso, tutto ciò «è inspiegabile». Il giornalismo economico americano «pare nascere ogni giorno». La relazione dell’AJR corrisponde in misura quasi sorprendente con i risultati di alcuni scienziati della comunicazione, come per esempio Hans Mathias Kepplinger, che hanno dimostrato, seppur basandosi su argomenti diversi, quanto i giornalisti seguano «l’istinto gregale» e come di conseguenza diventano le facili vittime di una «confusione collettiva» – invece di far luce sulla situazione e sullo sviluppo reali.

Traduzione: Marisa Furci

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