I miei anni all’Independent, ora che non uscirà più su carta

17 febbraio 2016 • Giornalismi, Più recenti • by

Mig_R / Flickr CC

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All’epoca mi sembrava quasi una minaccia. Era il mio primo giorno come Executive Editor dell’Independent, e provavo una piacevole sensazione nel confondermi con i reporter nel pub di fronte alla redazione, dopo il lavoro. Era stato il caporedattore a prendermi per il braccio, portarmi in un angolo e dirmi: “ascolta, capisco che tu sia venuto qui con il tuo modo di fare elegante da Sunday Times, ma voglio che tu sappia che questo giornale è unico. È il prodotto di un gruppo di amici, e noi lo difenderemo fino alla morte”.

Guardandomi indietro questa settimana, 30 anni dopo il lancio del giornale e con l’annuncio che le edizioni cartacee dell’Independent e dell’Independent on Sunday smetteranno di esistere alla fine di marzo, vedo ancora più chiaramente quanto fossero state importanti quelle parole e quanto esse siano ancora fondamentali per capire la psicologia del più idiosincratico fra i giornali, in cui ho passato 13 degli anni più appaganti della mia vita di giornalista.

Ero arrivato al giornale nel 1994, in una fase difficile per l’Indy. In quel periodo la visione originale di Andreas Whittam Smith di creare un giornale di qualità veramente indipendente stava perdendo slancio, ma soprattutto risorse economiche. Il giornale in quel momento era in mano a un consorzio composto da La Stampa, El Pais, dal Mirror Group inglese e dalla Independent Newspapers di Tony O’Reilly. Avevano scelto l’intellettuale Ian Hargreaves del Financial Times per sostituire Whittam Smith come direttore, che aveva scelto me come suo vice.

Da 400mila a 30mila copie
Nel giro di pochi mesi, Hargreaves, che si era dimostrato d’animo troppo indipendente per il comitato direttivo, fu allontanato e il giornale attraversò un susseguirsi di direttori, proprietari e vicissitudini, il tutto accompagnato dal calare delle copie e delle risorse, portandoci infine verso la rovina definitiva. La diffusione delle era precipitata da 400mila a meno di 30mila copie. Durante i miei anni al giornale, tra cui otto come vicedirettore dell’Independent on Sunday, ho lavorato sotto otto diversi direttori. Alcuni di questi non avrebbero sfigurato nelle pagine di Evelyn Waugh o nei romanzi di Michael Frayn, inclusi l’idiosincratica Janet Street Porter, Rosie Boycott, con la sua passione per la legalizzazione della canapa, e Andrew Marr, che in seguito ammise di non essere stato gran che in quella posizione.

Tuttavia, per tutto questo tempo, il giornale ha continuato a essere brillante, a fare un uso eccezionale delle immagini, a produrre dei magazine premiati, e ad avere una delle migliori coperture estere del mondo, riuscendo sempre a mantenere anche il suo status politico imparziale. Sotto Simon Kelner, invece, l’Indy era diventato il primo tabloid di qualità, e il primo “viewspaper”, in cui il commento aveva preso il sopravvento sulle notizie. Abbiamo anche lanciato il mini-discendente i, che è sopravvissuto al macello e ha prodotto 25 milioni di sterline di introiti.

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Michael Williams in redazione all’Independent, nella prima metà degli anni ’90

Riuscirà l’originalità dell’Independent a sopravvivere alla transizione verso il digital-only?
Il segreto della versatilità editoriale dell’Independent è dovuto alla sua visione del giornalismo davvero anticonformista, inteso nel migliore dei modi. Il suo primo redattore di necrologi, ad esempio, non era un giornalista, ma un venditore di libri antichi. James Fenton, poeta, era l’inviato in Estremo Oriente. La leadership editoriale del giornale era lontana anni luce dai “good ol’ boys” di Fleet Street, dove il direttore del Daily Telegraph può scivolare senza problemi sulla sedia di direttore del The Sun, dopo essere stato magari il vice al Mail. L’Indy è sempre stato “in disparte”, soprattutto grazie ai suoi fedeli “amici” che lo guidavano. Persino negli anni successivi, quando era interamente di proprietà dell’Independent Newspapers di O’Reilly o dei Lebedev, il giornale è sempre rimasto fresco e originale. I suoi difetti, infatti, stavano altrove: era il più debole in un mercato in cui il giornalismo di qualità diventava sempre più costoso e le entrate sempre più basse.

Il nuovo Independent digitale investe in “contenuti d’alta qualità”
Fino alla fine il giornale è rimasto irriverente, innovativo, contraddittorio, particolare e agile, come lo era già alla sua apertura. Il suo attuale direttore, Amol Rajan, (molti dicono che sia anche uno dei migliori, nda), sostiene che il sito che sostituirà l’Independent per come lo conosciamo oggi sarà proprio come il giornale stesso, fatto di “contenuti d’alta qualità”. Ma ci appassioneremo tanto quanto lo erano i fedeli redattori dell’Indy all’epoca? Lo speriamo. Romanticismo e un po’ di megalomania nei confronti dei giornali non sono mai mancati, e ora il tutto sembra intensificarsi di più per quei giornali che si si avviano verso l’estrema unzione. Tuttavia bisogna ammettere che il mondo fisico della stampa è pieno di quella passione che raramente si trova nell’universo connesso di un sito web. Lo stesso Rajan vi ha fatto riferimento nella sua lettera, annunciando la chiusura, parlando agli “amati lettori del cartaceo”  del “fruscio e profumo” della carta e del “rumore sordo sullo zerbino”.

La redazione dell’Independent cartaceo è sempre stato un luogo in cui si rivelavano passioni, i rivali si scontravano, si facevano intensi dibattiti, un luogo in cui le pagine di prova dei grandi scoop venivano presentate con orgoglio e caratteri semplici venivano esaltati in scelte di design che riportavano brillantemente le news nelle edicole il mattino seguente in alcune delle prime pagine più originali dei tempi moderni. La tensione creativa scoppiettava tra i redattori, i titolisti e tutti coloro che si sentivano all’altezza di fare parte del team.

In una newsletter di questa settimana, lo staff ha postato i suoi ricordi più belli all’Indy. Un ex City Editor ha ricordato una discussione tra un redattore e me stesso, condita dalle espressioni più colorite, alla fine della quale mi ero quasi preso un pugno. Sono certo che il giorno dopo fosse uscita un’edizione particolarmente brillante. Si quieterà tutta questa cacofonia creativa quando uscirà l’ultima edizione del giornale cartaceo, il prossimo 26 marzo? Lasciateci sperare che quel gruppo di “amici”, lo stesso che mi prese da parte al pub il mio primo giorno, manterrà la sua posizione per far sì che non succeda mai.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz

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