Perché il giornalismo Usa non ha messo a fuoco la crisi finanziaria

26 ottobre 2015 • Giornalismi, Più recenti • by

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Per anni alcune domande hanno tormentato Dean Starkman: perché il giornalismo economico e finanziario statunitense ha guardato il dito e non la luna? Come mai i watchdog investigativi non hanno abbaiato nelle redazioni, prima che apparissero le nubi della crisi dei mutui subprime e poi quelle della crisi bancaria e finanziaria che ha lasciato il mondo in preda a turbolenze impreviste?

Starkman può basarsi su un’esperienza giornalistica decennale come reporter investigativo e giornalista economico ed è stato, prima di farsi assumere come inviato da Wall Street per il Los Angeles Times, critico dei media per la rinomata Columbia Journalism Review per sette importanti anni. Per questo, Starkman è anche predisposto a dare risposte risolute, cosa che gli riesce anche nel suo nuovo libro, anche se con alcune deviazioni. Confrontando il titolo con il contenuto, si nota infatti che la confezione è piuttosto fuorviante, oppure, considerato da un punto di vista più positivo, potrebbe essere quella di un ovetto a sopresa, che non si sa cosa contiene.

News o ricerca
Il libro parla infatti inizialmente di tutt’altro rispetto a quanto promesso da titolo e sottotitolo. Starkman ripercorre infatti per un intero secolo lo sviluppo di due rami complementari, ma anche conflittuali, del giornalismo americano: da un lato, il cosiddetto access journalism, che si basa sul ricevere per primi, e quindi possibilmente in esclusiva, informazioni con valore da notizia da parte delle persone con potere decisionale nel mondo dell’economia e della politica; e ciò che viene chiamato accountability journalism, un approccio che bacchetta i potenti e che si occupa di ciò che essi non vorrebbe mai vedere pubblicato dai media. Quest’ultimo viene comunemente considerato come giornalismo investigativo, cosa che però non corrisponde sempre alla realtà, poiché spesso serve più un whistleblower che non una ricerca giornalistica di mesi per far partire il meccanismo.

watchdog_cover-f4ae2092Starkman segue comunque entrambi i rami, cominciando con i primi tempi d’oro del giornalismo economico investigativo e presentando Ida Tarbell e altri “muckraker” dell’inizio del ventesimo secolo. Ampio spazio viene poi dedicato a come Barney Kilgore unì negli anni trenta i due approcci giornalistici e fece del Wall Street Journal l’icona del giornalismo economico statunitense, uno status mantenuto fino all’acquisizione di Rupert Murdoch, avvenuta nel 2007. Solo dopo questa lunga digressione, Starkman si sposta finalmente sul tema annunciato dal titolo e analizza come il giornalismo economico americano si è battuto sul campo della crisi bancaria e dei mutui subprime. La sua analisi si può riassumere facilmente: i cani da guardia mediatici hanno passato il tempo a scodinzolare, piuttosto che ad abbaiare.

Stando a quanto scrive Starkman, ci sarebbero state più volte delle notevoli performance giornalistiche singole da parte di outsider, i quali, però, non avrebbero mai ottenuto abbastanza attenzione con le loro rivelazioni sulle energie criminali del settore. Nel complesso, l’accountability journalism non è riuscito a prevalere contro l’access reporting, pilotato in modo più intenso dalle pubbliche relazioni. Il sistema d’allarme, come spesso e volentieri il giornalismo si considera quando editori, direttori e ricercatori ne sottolineano la sua irrinunciabilità per la democrazia nei discorsi domenicali, ha dunque ampiamente fallito in questo caso. Starkman, però, vede questo fatto come una conseguenza della crisi in cui il giornalismo americano stesso si è trovato negli ultimi anni per via dei nuovi utilizzi influenzati da Internet.

Giornalisti nella ruota del criceto
È avvincente, non da ultimo, il punto di vista di Starkman sul giornalismo “nella ruota del criceto”, che si è creato soprattutto nelle grandi redazioni sotto le condizioni della digitalizzazione e della progressiva convergenza delle attività giornalistiche. All’osservatore scientifico zelante, probabilmente, si rizzerebbero i capelli di fronte alla personalizzazione che viene messa in atto qui dall’autore. Ciononostante, Starkman non ha tutti i torti quando identifica per il giornalismo americano Al Neuharth, Sam Zell e Rupert Murdoch come i pionieri che negli ultimi decenni ne hanno indotto la deriva anti-intellettuale.

Il trio infernale ha agito in diversi punti: Al Neuharth, capo del comitato direttivo di Gannett, ossessionato dal rendimento economico e leggendario fondatore di USA Today, è stato per decenni seduto al suo posto di comando come editore e giornalista. Sam Zell, imprenditore e tycoon immobiliare senza limiti, grazie alle sue energie criminali, ha invece impiegato solo pochi anni non solo a svuotare le casse pensioni del gruppo da lui gestito, ma anche per affondare prematuramente in una sola volta due navi ammiraglie tra i giornali d’un tempo come il Chicago Tribune e il Los Angeles Times. E infine Murdoch, che non ha soltanto costruito un impero mediatico globale ma che, nella sua avidità, ha anche messo le mani addosso al Wall Street Journal per poter dichiarare guerra al tanto odiato New York Times della sinistra liberale.

Questi tre hanno in comune il fatto di esser stati, nel proprio raggio d’azione e a modo loro, dei beccamorti di quell’accountability reporting che sta tanto a cuore a Starkman e di cui in America ancora si vantano molte redazioni, almeno una volta all’anno, quando competono per i premi Pulitzer. Questo avviene ancora, fortunatamente, malgrado la cura dimagrante a cui molte case mediatiche americane si sono dovute sottoporre nel primo decennio del nuovo secolo. Due aspetti rimangono però piuttosto sottostimati da Starkman: non essendo un accademico, basa le sue tesi sull’ampio fallimento dei media tradizionali soprattutto sulla sua osservazione inevitabilmente impressionista, piuttosto che su dati quantitativi ed empirici sul coverage economico e finanziario, che potrebbero trasmettere un’immagine più obiettiva.

Economia ignorata
Essendo un insider, Starkman non riesce probabilmente anche a vedere una caratteristica del giornalismo americano, che ha colpito e affascina gli osservatori europei già da tempo: i progetti giornalistici investigativi negli Stati Uniti si volgono per tradizione prevalentemente contro gli apparati governativi o amministrativi. Per lungo tempo è stato ritenuto impensabile che anche nel settore privato delle banche e delle istituti finanziare potessero crescere, sane e rigogliose, la corruzione e la criminalità, come nel settore pubblico.

Per anni, ogni insinuazione sul tema veniva bollata come marxista o complottista causandone anche, probabilmente per questa ragione, l’esclusione dal discorso pubblico. È possibile che gli Stati Uniti, nonostante la loro importante cultura dell’accountability reporting, siano scivolati nella crisi bancaria e finanziaria proprio perché il loro giornalismo investigativo era sostanzialmente cieco da un occhio.

Articolo pubblicato originariamente dalla Neue Zürcher Zeitung il 17/10/2015. Articolo tradotto dal tedesco da Georgia Ertz

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