Room 6527, dentro i segreti dell’Fbi

10 marzo 2014 • Giornalismi • by

Oltre 5mila documenti provenienti dalla Room 6527, il più segreto e protetto degli archivi del Bureau of Federal Investigation americano, sono stati finalmente resi di dominio pubblico grazie a un Foia richiesto da due quotidiani svizzeri, Le Matin Dimanche e Sonntags Zeitung. Il progetto, coordinato dai giornalisti Martin Stoll, Julian Schmidli e Titus Plattner ha portato alla creazione di un sito dedicato con tutti i documenti, facilmente consultabili tramite DocumentCloud.

“L’archivio è molto più ampio di quello che abbiamo potuto vedere noi”, racconta all’Ejo il giornalista Martin Stoll, che ha lavorato sui documenti dedicati alla Svizzera. Nel corpus complessivo sono infatti presenti dispacci dell’Fbi a partire dal 1941 che raccolgono i contenuti ritenuti più segreti dal Bureau. Si tratta di informazioni ritenute a tal punto preziose che il controllo sull’archivio era affidato direttamente a J. Edgar Hoover, il noto primo direttore del Bureau e creatore della Room nel 1948. A detta di Stoll, la storia più importante racchiusa tra le rivelazioni, per quanto concerne la Confederazione, è quella che riguarda “i tentativi e il successo da parte degli Usa di violare il codice delle comunicazioni diplomatiche svizzere” con la collaborazione dei servizi britannici.

“Leggere queste rivelazioni”, spiega il giornalista, “ci ha mostrato quanto gli Usa fossero interessati alle conversazioni diplomatiche di routine e quanto presto sia iniziata la raccolta di informazioni di questo tipo da parte delle autorità statunitensi”. I file sono stati de-secretati con un Foia, per il quale Stoll conferma di non aver incontrato particolari ostacoli: “abbiamo fatto la richiesta 4 anni fa. Ci è voluto un po’ di tempo forse perché i documenti sono molto vecchi, es e si guarda bene alcuni dettagli sono ancora coperi da omissis”.

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Il progetto non ha interessato solo la Svizzera e i quotidiani elvetici. Per coprire quante più angolazioni possibili e con il coordinamento di Titus Plattner, che collabora anche con l’International Consortium of Investigative Journalists ed è stato uno dei reporter che ha lavorato allo scoop Offshore Leaks, i tre giornalisti hanno infatti deciso di condividere i documenti con colleghi e testate di altri paesi europei coinvolti nelle rivelazioni, la Süddeutsche Zeitung in Germania, Le Monde in Francia, la Sveriges Radio in Svezia e L’Espresso in Italia.

“Abbiamo cercato la cooperazione perché non sarebbe stato troppo interessante per il nostro pubblico leggere le rivelazioni su altri paesi”, spiega a questo proposito Martin Stoll, “inoltre, era troppo difficile guardare a tutto il database nella sua complessiità, data la poca struttura”. Il modello collaborativo ricorda quello che ha portato alla pubblicazione dei documenti di WikiLeaks nel 2010, quando New York Times, Guardian e Der Spiegel per primi iniziarono a lavorare  sui documenti portati in superficie da Chelsea Manning.

“La nostra storia è infinitamente più piccola di quelle di WikiLeaks”, spiega Stoll, “ma lo stesso modello collaborativo ci ha concesso di lavorare su tutto il database”. La parte di documenti dedicati all’Italia sono usciti sull’Espresso con il lavoro di Stefania Maurizi. Il progetto rappresenta un interessantissimo esempio di crowdsourcing giornalistico internazionale, i cui risultati sono raccolti nella rassegna stampa del progetto.

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