Ryot News, il giornalismo come azione

11 settembre 2014 • Giornalismi • by

“Ogni notizia deve portare a una chiamata all’azione”, ha detto Molly Swenson, Chief Operating Officer di Ryot News sul palco del #TEDxBerlin la scorsa settimana. L’idea del portale, nato nell’ottobre del 2012, è quella di connettere ogni possibile notizia a una conseguenza, chiamando i lettori all’azione. Ogni articolo di Ryot News viene infatti pubblicato con un box “Take action!”, connettendo direttamente chi legge con Ong, associazioni o petizioni connesse ai temi trattati nel pezzo. “Ryot”, che si legge come “riot”, è una parola che in Hindu significa “contadino” e identifica una persona intoccabile e senza voce.

Per capire al meglio l’idea alla base di Ryot News, basta guardare alla sua homepage. Parlando di net neutrality, l’articolo dedicato linka direttamente al sito della campagna Battle fot the Net; quando gli Usa hanno inviato ambulanze in Sierra Leone per la battaglia contro Ebola, Ryot News segnalava la possibilità di donare a Doctors Without Borders; un articolo su tassi di CO2 nell’aria linka alla campagna di Nature Conservancy dedicata al cambiamento climatico. Il sito pubblica contenuti su news nazionali (Usa), internazionali, tecnologia e spettacolo. Al portale lavorano 14 persone e i contenuti possono essere originali, aggregati o realizzati in collaborazione con organi di stampa prestigiosi, come l’Associated Press. Stando a quanto dichiarato da Mooser a Daily Beast, buona parte dei 40 o 50 contenuti prodotti ogni giorno è di agenzia o prodotto altrove, ma il numero degli articoli realizzati in-house è destinato a crescere in futuro.

Il progetto, lanciato da Bryn Mooser e David Darg, il secondo un ex reporter per CNN, BBC e Reuters, potrebbe essere considerato un ibrido tra BuzzFeed – con tanto di gif embeddate nel testi – e il sito di petizioni online Change.org. I contenuti sono pensati per diventare facilmente virali e attrarre quanta più attenzione possibile, ma anche quelli apparentemente più leggeri sono pensati per dare visibilità a una causa sociale. Il target è apertamente (anche) quello dei millennials. Secondo numeri riportati da Forbes, Ryot News attrae al momento circa 2 milioni di visitatori unici ogni mese.

Parte del business model di Ryot News – che è in buona parte fondato sulla pubblicità – passa attraverso le attività di un’agenzia creativa che fa capo al portale e che realizza campagne marketing per associazioni non-profit e per aziende for-profit interessate a progetti di corporate social responsibility. Le organizzazioni coinvolte ricevono ovviamente il 100% delle donazioni raccolte e una quota degli introiti pubblicitari del portale. In sostanza, più Ryot News è letto, più donazioni vengono indirizzate. Forbes riporta che, con questo modello, sono stati incanalati circa 1,3 milioni di dollari alle Ong. Inoltre, al fianco del portale di informazione, Ryot è anche una fondazione che si occupa di progetti umanitari e una casa di produzione di documentari.

Ryot News è un progetto ai confini tra giornalismo e attivismo. Qualcuno ha parlato esplicitamente di advocacy journalism – termine su cui si è tornati a dibattere in occasione dell’affaire Snowden -, chiamando in causa un tipo di giornalismo che porta con sé l’esplicita agenda di chi lo realizza. Di sicuro esiste una componente del progetto che va in quella direzione, come ne esiste una che, in un qualche modo, richiama l’idea del branded content. Nel caso di Ryot News, l’aspetto informativo e quello di attivismo, in ogni caso e per quanto intrecciati, si muovono comunque su due canali e il primo è in qualche modo al servizio del secondo. E per cause nobili.

I fondatori amano definire il loro progetto come “la prima piattaforma di news che offre soluzioni per ogni genere di storia”. Dire che il futuro del giornalismo passi da qui è eccessivo, ma nella ricerca di un business model che funzioni, l’idea di Ryot News sembra funzionare in un modo etico, pur lanciando una sfida all’etica classica del giornalismo:

 

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