Forme di Slow Journalism

9 luglio 2014 • Giornalismi • by

* EJO student contribution

Spegnere i canali di news ogni volta che si può, masticare bene le notizie, non drogarsi di informazione, pagare per informarsi. Sono solo alcuni dei consigli che Peter Laufer, professore di giornalismo alla University of Oregon, indica nel suo Slow News Manifesto, per un consumo critico dell’informazione.

Un approccio, quello slow news, orientato a rallentare e filtrare il consumo di notizie, un invito a dedicare tempo alle storie che ci interessano e che riteniamo importanti, una soluzione al bombardamento 24 ore su 24 di notizie e dati superflui. Ma se l’intenzione di Laufer è quella di proporre al consumatore un approccio slow alla fruizione dell’informazione, qual è la situazione dal punto di vista dell’offerta di slow journalism? Inutile professare una dieta mediatica bilanciata e nutriente se siamo poi circondati solamente dai “fast food dell’informazione”.

Una prima risposta a questa domanda arriva dai paesi scandinavi, in particolare dalla Finlandia, dove a partire dal gennaio 2013 è attivo Longplay, il primo sito finlandese dedicato al giornalismo lento, con un’ impronta focalizzata soprattutto all’investigazione e al reportage. Longplay propone e-single, ovvero lunghi articoli e saggi di approfondimento e inchiesta (possono arrivare anche 50mila caratteri) al prezzo di 3,90 euro ciascuno. Lo scopo della testata è quello di offrire delle letture che possano essere scaricate su qualunque dispositivo e lette in qualsiasi luogo e momento si voglia. Tutto sarà salvato in una sorta di libreria virtuale e personale nella quale il lettore potrà conservare e consultare i testi di suo interesse. Una filosofia di fare giornalismo, quella di Longplay, che si adatta perfettamente all’approccio slow news e che ritroviamo anche nel maggiore quotidiano finlandese, l’Helsingin Sanomat, che, sulla propria pagina Web, affianca alle notizie del giorno una pagina di approfondimento giornalistico intitolata “Slow ones”.

Un’impostazione simile è adottata anche oltreoceano e ospitata all’interno dell’edizione digitale di The Atlantic, famoso periodico statunitense. Stiamo parlando di Longreads, un esperimento di longform journalism nato nel 2009 da un’idea di Mark Armstrong, ex direttore di Time Inc, e diffuso a partire dal 2013 anche sul sito di The Atlantic per poter offrire a questi lunghi articoli e servizi una visibilità ulteriore.

Un altro interessante esempio è invece The Atavist, sito nato per colmare il vuoto di longform story in un Web sempre più bombardato dalle flash news. Nato nel 2011, The Atavist produce e pubblica ogni mese storie dalla lunghezza che varia dalle 5mila alle 3mila parole. La particolarità di queste storie giornalistiche non è solo la lunghezza, in quanto queste vengono infatti pubblicate con Creatavist, un efficace strumento di publishing online che permette di proporre ai propri lettori nuove esperienze di lettura: i testi non si arricchiscono solamente di immagini ma anche di video, contenuti audio e grafiche interattive. I lettori di The Atavist, comunque, possono inoltre scegliere se acquistare semplicemente gli articoli scelti senza contenuti multimediali, da leggere sui propri lettori ebook, o optare per le versioni arricchite dedicate a iPad e iPhone e ideali per una lettura dinamica e versatile in mobilità.

Mettere in contatto lettori scrittori è invece l’obiettivo principale di The Big Roundtable, sito di longform journalism statunitense che sta tentando di rivoluzionare anche il modello editoriale tradizionale: nella sua impostazione non sono più i gatekeeper del giornalismo a vagliare le notizie e le storie di interesse. La scelta viene invece affidata a 50 lettori ai quali vengono sottoposte solo 1000 parole del testo e solamente il loro gradimento permetterà il confronto successivo tra l’editore e l’autore e la successiva pubblicazione. Un modello interessante, quello di The Big Roundtable, e anche estremamente slow dal momento che non permette di pubblicare più di una storia a settimana.

Photo credits: The Atavist

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