The Slow News Manifesto

4 novembre 2013 • Giornalismi • by

Il giornale di ieri giace abbandonato senza essere stato letto, in favore di un dibattito caldo con un amico su un punto oscuro della storia dell’Oregon. Probabilmente, tornerò al giornale domani: ci sono articoli che voglio leggere, ma non ho fretta. Quelle storie possono aspettare. Ho dato un’occhiata alle notizie per essere sicuro di non perdermi qualcosa che dovevo sapere immediatamente. Mi sto dedicando a quello che chiamo Slow News, prendendo a prestito il nome, ovviamente, al movimento Slow Food. Sto lavorando per uscire dal continuo aggiornarsi delle news 24 ore su 24 perché, nonostante io sia un giornalista, sono convinto che la maggior parte delle notizie possa aspettare.

Non sono un luddista e non voglio nascondermi dalle notizie, da quello che un collega frivolo definirebbe “i dettagli lugubri delle bassezze quotidiane”. Ricevo due giornali a casa ogni mattina, li leggo mentre faccio colazione, mentre controllo altre fonti sul mio computer. Durante il mio breve viaggio quotidiano di pendolare verso l’università, l’autoradio della macchina spara i notiziari di Fox e della Npr, dopodiché devo prendermi una pausa. La Cnn non entra nel mio ufficio. Né il mio laptop, né il mio cellulare sono programmati per assalirmi con alcun tipo di “email alert” e possono serenamente perdermi notizie come “Nhl and Players Unions Reach Tentative Agreement”, comunicate via mail a mia moglie dal New York Times. Durante la giornata, controllo un paio di volte su una delle macchine con cui ricevo le notize che il mondo sia ancora integro in modo soddisfacente, ma gli aggiornamenti sulle relazioni sindacali delle squadre di hockey possono tranquillamente attendere la pagina dello sport del giornale del giorno successivo.

peter

Il mio Slow News Movement è ispirato al libro “Food Rules” di Michael Pollan, un piccolo volume impacchettato con cura e intelligenza da un giornalista specializzato in quello che mangiamo e quello che il cibo causa al nostro corpo. Leggendo il libro di Pollan, capitoli come “Evitare cibi che fanno finta di essere qualcosa che non sono” e “Non mangiare nulla che la tua bisnonna non avrebbe considerato cibo” mi hanno fatto rendere conto di come ci sia una relazione integrale tra cibo e notizie. Mangiamo per sopravvivere. Informazioni accurate possono essere altrettanto importanti per la nostra sopravvivenza. Ma la nostra costante ricerca di informazioni istantanee ha reso molto più difficile il processo di scoperta della verità e dell’identificazione del contesto generale dietro le breaking news.

Dobbiamo decidere quali notizie sono importanti, senza essere soggetto di una serie continua di assalti mediatici senza filtri. Corriamo il rischio di perdere le storie importanti a causa del rumore di fondo. Un esempio recente è il massacro di Newtown. Senza vivere nel Connecticut, senza essere legati a quella comunità e senza conoscere nessuno coinvolto direttamente nella strage, non c’era alcun bisogno di essere soggetti agli aggiornamenti minuto per minuto sulla tragedia, soprattutto se i primi resoconti – come spesso accade con il reporting da scenari di crisi o di tragedie – sono carichi di errori e inesattezze. Ci dobbiamo chiedere quali notizie sono importanti e perché. La rappresentazione quasi isterica delle news, realizzata in particolare dai broadcaster e dai media online – può portarci a credere che le notizie che ci vengono rifilate siano assolutamente da conoscere all’istante, anche se poi occuperanno solo qualche riga nei giornali del giorno dopo. Quando le notizie sono un elemento importante del nostro curriculum nella società, come nel caso del massacro di Newtown, dobbiamo schivare i frammenti e aspettare i report e le analisi più dettagliate, una volta che i fatti sono accertati.

Vi invito a seguire la mia rivoluzione contro  le notizie istantanee e a unirvi al Slow News Movement. Voglio che mettiamo in discussione il valore delle news “da fast food senza calorie” che ci viene fornito per mantenerci dipendenti alla notizie e iniziare a considerare che, per la maggior parte degli eventi che diventano notizie, ruminare le news è un vantaggio per il giornalista sul campo e il consumatore delle news a casa.

L’Università dell’Oregon è un membro dell’Osservatorio europeo di giornalismo e la collaborazione con l’ateneo americano diventerà sempre più stretta: la School of Journalism and Communication dell’università sarà infatti il centro di ricerca di riferimento per l’Ejo negli Stati Uniti.

Articolo pubblicato originariamente su The Oregonian

Photo Credit: Till Westermayer / Flickr CC / Rukhshona Nazhmidinova / EJO

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