UE, media e cittadini

17 dicembre 2012 • Giornalismi • by

“E’ l’Europa che ce lo chiede”: il mantra ricorrente nella rappresentazione sociale e mediatica rivela un’inflazione di discorsi sull’Europa, ma nasconde anche tutta la fragilità che ancora permane nel rapporto tra Unione europea, media e cittadini. Valutare lo “stato di salute” di questa triangolazione che avrebbe dovuto dar vita ad una opinione pubblica europea, è un passo indispensabile per decifrare l’attualità. Come vedremo, il rapporto che le istituzioni europee hanno inteso costruire con i cittadini si è evoluto negli ultimi decenni, fino ad assestarsi. Quanto ai media e alla stampa in particolare, nonostante la crescente rilevanza e la frequenza di riferimenti all’Europa, rimane tuttora ingombrante il ruolo delle dinamiche interstatali. E inoltre – quasi a confermare anche sul piano delle rappresentazioni sociali il paradigma funzionalista dell’integrazione – anche nel discorso pubblico la dimensione economica delle interazioni guadagna assai più spazio di quella sociale e politica, insomma della integrazione tout court. Non a caso all’Unione e alle potenze che la compongono si affianca costantemente un terzo attore della narrazione, “i mercati”. Cresce allora la quantità di discorsi sull’Europa, ma non per questo si rafforza la dimensione della opinione pubblica europea e della costruzione identitaria. Nascono però al contempo altri percorsi, anche mediatici, di costruzione delle identità. Perché neppure il continente europeo sfugge alla “autocomunicazione di massa”, alla capacità di costruzione di reti orizzontali di comunicazione interattiva teorizzata con compiutezza da Manuel Castells. Inoltre corre in rete la controinformazione, la quale costruisce alleanze e identità che sui media generalisti non trovano spazio. Succede così che, un po’ come sta invecchiando la stampa cartacea, anche la vecchia triangolazione fra Unione, media e cittadini deve essere rivista alla luce dei cambiamenti tanto sociali quanto tecnologici.

L’EUROPA TOP-DOWN

Il modo in cui le istituzioni europee comunicano è cambiato profondamente negli anni Duemila. Durante i primi anni di vita della Comunità, infatti, l’informazione era rivolta solo alle amministrazioni nazionali e a specifiche forze economico-sociali. La Commissione, attraverso la Direzione competente, comunicava a governi e gruppi di pressione, escludendo di fatto il ruolo di opinione pubblica e società civile. Di coinvolgimento democratico del cittadino si è cominciato a parlare, del resto, solo dal ’79 con le prime elezioni del Parlamento europeo. Il settore informativo ha poi, ancora a lungo, subìto gli effetti della prevalenza della dimensione economica dell’Europa: prima del ’92 l’informazione si è caratterizzata come settoriale e autoreferenziale. Ma una svolta profonda ha iniziato a delinearsi quando i nuovi traguardi previsti dall’Atto unico hanno determinato una espansione delle competenze comunitarie, l’obiettivo del mercato unico e l’esigenza di perequare i divari regionali. Allora, coinvolgere il cittadino è diventata una esigenza imprescindibile delle stesse istituzioni europee. Le azioni informative nelle sale stampa comunitarie, come anche l’investimento in un progetto di televisione comune, e gli opuscoli destinati al grande pubblico, sono i primi segnali di una svolta. A metà degli anni Novanta prende avvio la prima campagna rivolta al grande pubblico (PRINCE) e viene strutturato un sistema capillare di antenne sul territorio: la comunicazione si fa prossima e decentrata, ha come target principale il cittadino. Il percorso matura infine negli anni Duemila, quando – per riprendere la scansione operata da Eric Dacheux – oltre a “informare” (come nei primi anni di vita della Comunità) e oltre a “sedurre” con strategie di marketing un consumatore diffidente (cioè il cittadino degli anni Novanta), si impone all’attenzione l’esigenza di “dialogare” con lui. L’operazione di comunicazione istituzionale si erge quindi a strategia e tenta finalmente di instaurare un rapporto biunivoco con il destinatario: uno dei documenti meno timidi a riguardo è il “White Paper on a European Communication Policy” della Commissione, datato 2006, che recepisce le indicazioni degli stakeholders riguardo alla necessità di strutturare il dialogo dal basso verso l’alto e riguardo alla rovinosa assenza di una sfera pubblica europea.

L’OPINIONE CHE NON C’E’

Eppure anche a metà degli anni Duemila la svolta, in direzione tanto di una governance democratica quanto di una sfera pubblica europea, rimane incompiuta. Il fatto che la formazione di una opinione pubblica davvero europea rimanga immatura è ampiamente verificabile. Ad esempio il tornante del 2005, quando il referendum sulla Costituzione europea incassa il pesante “no” francese, viene vissuto dalla stampa europea attraverso il filtro delle dinamiche interne e interstatali. Successivamente, nel 2008, un caso affine è quello del “no” irlandese al Trattato di Lisbona visto con gli occhi dei media. Arrivando allora ad oggi, e prendendo spunto dalle presidenziali francesi, osserviamo una dinamica inversa a quella del 2005: come abbiamo visto analiticamente su Ejo, le elezioni in questo caso sono nazionali, il tema sulla stampa non è più quanta Europa ma quale Europa, e stavolta il cuore del discorso è l’influenza delle dinamiche europee su quelle interne. Tuttavia, nonostante l’apparente avanzamento nella costruzione di un’opinione pubblica europea, l’integrazione delle opinioni sembra avvenire a fasi cicliche e il gioco polemico tra le potenze (Francia e Germania in particolare) occupa ancora e ampiamente il dibattito sui media. In generale, nel 2012, come dimostra il linguaggio anche iconografico, la dimensione europea continua ad essere fortemente segnata dagli equilibri intergovernativi, e i rapporti diplomatici si riflettono nella rappresentazione mediatica.

L’EUROPA BOTTOM-UP

La conclusione di una riflessione sui mutamenti nel rapporto tra Unione, media e cittadini, non può che arrivare allora dove partono nuove strade. E come spesso avviene, il cambiamento parte proprio dalle periferie. Un segno forte di mutamento è arrivato infatti dalla lontana Islanda: lontana anche per i media mainstream europei, che ben poco spazio hanno dato alla “rivoluzione” islandese. La sua Costituzione 2.0 è solo il sintomo di un processo di mutamento più ampio nel rapporto tra cittadini, istituzioni e media. Un mutamento che il vecchio continente è stato capace di intendere solo in parte: anche di recente, il dibattito si è spesso concentrato, in Francia per esempio, sulle forme di mediazione tra opinione pubblica e decisione politica. Il caso islandese è l’esempio invece di come il cordone con la pubblica opinione possa essere reciso. I casi riportati da Castells nel suo “Reti di indignazione e di speranza”, fresco di pubblicazione, corroborano l’ipotesi che anche in Europa il paradigma della relazione tra cittadini e governi stia cambiando. Il movimento (come quello degli indignati spagnoli), protagonista del cambiamento, non dipende dalle forme tradizionali di mediazione ma si “automedia”. E’ la “autocomunicazione di massa” secondo Castells: la costruzione di reti orizzontali, rizomatiche e globali. La contraddizione tra vecchi e nuovi paradigmi appare del resto evidente quando ad esempio, come abbiamo visto su Ejo, le proteste greche non ricevono copertura adeguata dai media generalisti, ma viceversa generano una ampia controinformazione transnazionale in rete. Ed è proprio qui che si costruiscono le nuove identità.

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