A Washington un discutibile museo dei media

5 maggio 2008 • Giornalismo sui Media • by

Neue Zürcher Zeitung, 18.04.2008

Visita al nuovo “Newseum” di Washington
Come da tempo annunciato, a Washington è stato finalmente inaugurato un gigantesco museo dei media. Il colosso di cemento e acciaio che gode di un’ ottima posizione è costato 450 milioni di dollari. Oltre a 6200 oggetti esposti e 35000 prime pagine di giornali, l’edificio ospita 15 teatri, 14 gallerie d’arte, 2 studi televisivi e un cinema. Per costruire il monumento sono state impiegate 50 tonnellate di marmo.

Un vero colpo d’occhio L’effetto che il nuovo museo di Washington provoca nel visitatore è contrastante: nessuno può completamente sottrarsi all’accecante bagliore multimediale e interattivo dei media, i quali piû che essere rappresentati vengono letteralmente celebrati. Grazie alla sua estensione sul web poi, il Newseum non si limiterà ad essere attrattivo in loco ma riuscirà anche a diffondere il suo messaggio a sostegno della libertà di stampa e di opinione («Free Press, Free Speech, Free Spirit»). Il museo d’altronde mira ad offrire esperienze d’intrattenimento piuttosto che educative e questo in modo molto evidente. Tutto quello che c’è da sapere riguardo al giornalismo e alla sua attività, viene comunicato in maniera sobria, così che chi vuole riflettere sull’argomento tende a scorgervi una ulteriore prova della superficialità del settore.

Due eventi chiave Prendiamo come esempio due eventi chiave. La caduta del muro di Berlino è stata spiegata, travisando la storia, con l’idea che notizie e informazioni avrebbero penetrato la barriera ideologica causando la caduta del regime repressivo. Se fosse stato così semplice, la rivoluzione pacifica che ha portato la liberazione dell’Europa dell’Est e dell’Europa Centrale avrebbe avuto inizio nella DDR. Infatti, la mancanza di una barriera linguistica, ha fatto sì che l’infiltrazione d’informazioni avvenisse in modo più diretto da parte delle emittenti televisive occidentali che non da quelle dell’Unione Sovietica. Tuttavia in Russia, in Polonia e altrove vigeva da tempo la Glasnost, prima che i tedeschi dell’est cacciassero Honecker.

Altrettanto discutibile appare la rappresentazione dell’11 settembre. I frammenti di una antenna del World Trade Center costituiscono il più importante oggetto esposto nel museo. La tragedia viene documentata, ma mancano le riflessioni sulla strumentalizzazione mediatica che l’evento ha avuto.

È sicuramente ammirevole il fatto che i fondi per il Newseum siano stati raccolti da privati. Responsabile delle donazioni è stato il Freedom Forum, una fondazione proveniente da Gannett, uno dei maggiori gruppi editoriali. Anche altri donatori di chiara fama hanno contribuito versando cifre milionarie: Rupert Murdochs News Corporation, la Walt Disney, Time Warner, NBC, Hearst così come gli Ochs-Sulzberger, la dinastia editoriale del New York Times.  Sovradimensionato, divertente e frivolo com’è, il Newseum testimonia la svagatezza e la megalomania di un settore che ottiene il suo denaro alla fiera annuale delle vanità piuttosto che con il servizio pubblico.  A chi sa con quanta parsimonia in America si assegnano i posti di corrispondente, si decurtano i bilanci redazionali e persino la – fino ad ora – sacrosanta cronaca locale, è legittimo chiedersi se i 450 milioni non si sarebbero potuti investire in modo più sensato.

È una domanda che potrebbe sembrare meschina. C’è tuttavia gente del settore con una buona memoria che non ha dimenticato quali alti costi abbia dovuto sostenere il giornalismo per il Newseum: per poterlo costruire, qualche anno fa sono stati chiusi il Media Studies Center di New York e altri cinque uffici esteri del Freedom Forum a Londra, Hong Kong, Johannesburg, Buenos Aires e S. Francisco. Al tempio-museo è stata sacrificata un’iniziativa mondiale veramente esemplare nell’ambito della tutela della qualità giornalistica con una varietà di incomparabili programmi di formazione e di ricerca coordinati fra loro.

Involontariamente il museo diviene perciò il testimone principale del fatto che il settore soffre e adempie alle proprie funzioni pubbliche con minore serietà . In un’economia basata sui richiami visivi si pensa di poter sopravvivere con il “fluff” invece che con lo “stuff”, cioè con lo zucchero filato e imballaggi appariscenti – effetti spettacolari a discapito della serietà e della sostanza.
Un mausoleo?
Se non altro l’apertura del museo è avvenuta in contemporanea al congresso annuale di editori e caporedattori americani e alla visita del Papa, ma si colloca anche in una prospettiva di rapido declino da parte dei giornali statunitensi. Recentemente nel “New Yorker” (31.3.2008) Eric Altermanha intitolato Out of print un saggio degno di nota che indaga la vita e la morte del giornale americano. La rivista, alludendo al Newseum, afferma ironicamente che esso nel suo stadio attuale è ormai maturo per «essere esposto come pezzo da museo». Perciò si trasformará in un enorme mausoleo – il Newsoleum. A dire il vero, non un luogo della conoscenza, ma dello svago e del frastuono multimediale.
Traduzione: Mariangela Baglioni
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