Il “sogno americano” di Al Jazeera

16 ottobre 2013 • Giornalismo sui Media • by

“Tu sei il corrispondente dal Medio Oriente per Al Jazeera English. Allora dov’è Bin Laden?”. C’è un po’ di scherzo e un po’ di verità in questa domanda che il comico americano Stephen Colbert ha rivolto al giornalista Ayman Mohyeldin nel 2011, nel corso di una puntata della celebre trasmissione americana “The Colbert Report”. Un po’ di scherzo perché la domanda, collocata in questo contesto, è ironica e rappresenta il pretesto per dar voce a una campagna che si proponeva di difendere la trasmissione negli Stati Uniti – a rischio black-out in quel momento – della versione inglese di Al Jazeera, l’emittente panaraba che ha il suo quartier generale a Doha, in Qatar. C’è un po’ di verità, invece, perché il quesito racchiude in sé l’ancora diffusa  percezione di Al Jazeera come “megafono di Al Qaeda”. Una percezione così radicata che l’Nsa (l’Agenzia per la sicurezza nazionale americana), tra le varie cose, sembra essersi occupata anche di questo recentemente, con un hackeraggio dell’emittente di cui pare non gradisse molto il linguaggio utilizzato, come emergebbe da alcuni file rivelati da Edward Snowden.

Al Jazeera (che in arabo significa letteralmente “la penisola”) nasce nel 1996 per volontà dell’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani, affermandosi come la prima emittente del mondo arabo. Poco dopo l’attacco alle Torri Gemelle, nell’ottobre del 2001, trasmette in esclusiva il videomessaggio del numero uno di Al-Quaeda, Osama Bin Laden, che inneggia alla jihad e alla guerra santa contro gli “infedeli che hanno invaso l’Afghanistan”. Al Jazeera English nasce invece nel 2006 e la sua linea editoriale si discosta a sufficienza dalla versione in lingua araba per riuscire a guadagnarsi uno spazio di tutto rispetto sullo scenario mediatico internazionale. La consacrazione di Al Jazeera English come uno dei più importanti canali all news per le notizie internazionali avviene in particolare durante l’attacco di Israele a Gaza nel 2008-2009, quando i suoi corrispondenti sono gli unici anglofoni ad essere dentro la Striscia e a poter raccontare all’Occidente cosa stesse accadendo (in lingua inglese).

Uno di questi giornalisti era proprio Ayman Mohyeldin: per i suoi reportage da Gaza e per quelli sulla Primavera Araba, come corrispondente di Nbc News, si è aggiudicato il prestigioso “Cutting Edge Award” nel 2011. Perfino l’ex Segretario di Stato Hilary Clinton nel 2011 disse che il pubblico di Al Jazeera cresceva negli Stati Uniti perché l’emittente forniva notizie. Tali affermazioni vennero sbandierate – anche dall’emittente panaraba – come un elogio, anche se si trattava di preoccupazioni espresse dall’allora responsabile della politica estera americana nel corso di un’audizione al Senato, in cui parlò di una vera e propria “guerra di informazioni”in corso, dove gli Usa stavano a suo avviso perdendo terreno.

Anche dal punto di vista dell’innovazione, Al Jazeera ha prodotto interessanti novità, come l’introduzione del primo talk show basato sui commenti provenienti dai social media (The Stream) e la creazione di un archivio in Creative Commons.

Nel frattempo, l’emiro del Qatar deve aver coltivato il suo “sogno americano”, al punto da trasformarlo in realtà. Lo scorso 20 agosto sono iniziate infatti le trasmissioni negli States di Al Jazeera America (negli Usa, da quel momento, non è però più possibile accedere ai contenuti audiovisivi in streaming di Al Jazeera English). Nei mesi precedenti la messa in onda non sono mancate le polemiche e i timori, nonché le critiche ad Al Gore, che ha venduto ad Al Jazeera la sua Current Tv, consentendo così la trasmissione dei programmi via cavo all’emittente del Qatar. Al Jazeera per contro ha cercato di affondare ogni scetticismo assoldando reporter e celebri conduttori americani (come la star Soledad ‘O Brien, ex Abc), si è presentata come una voce alternativa tra i media mainstream – la “voce dei senzavoce” -, promettendo di rappresentare un punto di vista innovativo sulla società americana e di fare tesoro del motto che da sempre caratterizza l’emittente: “l’opinione e l’altra opinione”. Così in parte è stato, come racconta in un recente intervento sul New York Times l’editorialista Anand Giridharadas, sottolineando il valore aggiunto, nella cronaca, di un punto di vista estero sugli affari interni americani: “Un forestiero curioso che non dà niente per scontato e per cui le domande sono così grandi e naive, da essere proprio per questo importanti”.

Al Jazeera America ha, ad esempio, offerto uno sguardo nella provincia americana colpita dalla crisi, tra gli effetti dello Shutdown sulle famiglie “tipo” e il dibattito sull’Obamacare, senza comunque trascurare le notizie relative al Medio Oriente che, quando appaiono, pongono questioni “scottanti” della politica estera statunitense. Ad esempio, le conseguenze della prosecuzione di un impegno o in alternativa di un disimpegno americano in Afghanistan. Oppure Guantanamo: la chiusura del carcere di massima sicurezza era nel primo programma elettorale di Barack Obama nel 2008, rimasto fin qui incompiuto. Inoltre, non molto tempo fa, un giornalista di Al Jazeera America ha bussato alla porta dell’ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld chiedendo spiegazioni sulle detenzioni di prigionieri nella struttura situata sull’isola di Cuba, senza ottenere risposta.

Se l’analisi di Giridharadas sul New York Times tende a dare una valutazione complessivamente positiva del lavoro svolto in questi primissimi mesi di attività dal network negli Stati Uniti, lo stesso non si può dire del quadro tracciato dal Pew Research Institute in una recente indagine sul modo in cui Al Jazeera America racconta quanto sta accadendo in Siria. Secondo l’istituto americano, i suoi reportage non si discostano molto da quelli delle tradizionali emittenti – Cnn, Fox News e Msnbc – e si caratterizzano per un utilizzo di notizie “per il 76%  prodotte principalmente negli Stati Uniti, dagli uffici di corrispondenza di Washington e New York, nonostante una rete costituita da 60 uffici di corrispondenza in tutto il mondo”. Secondo la ricerca del centro studi americano, l’aspettativa più delusa dal network di importazione sembra essere quella del racconto dal “punto di vista dei siriani” che emerge poco, anche nei servizi di Al Jazeera America, nonostante le sue “radici”.

Un dato che non stupisce però se si considera che sono pochissimi i corrispondenti che si trovano su suolo siriano in questo momento: la maggior parte di essi si ferma in Libano, lungo il confine. Il tema dell’uso delle armi chimiche ha impegnato il 13% delle notizie sulla Siria redatte da Al Jazeera America, che ne ha parlato meno della Cnn (19%), ma più di Bbc America (10%) e Fox News (8%). Un racconto più diffuso da parte di Al Jazeera America invece è stato dato sul versante umanitario: con un 6% delle notizie sulla Siria dedicate al tema dei profughi, Al Jazeera è l’emittente che più di tutte si è occupata della questione dell’emergenza umanitaria.

Photo credits: Patrick Gage / Flickr CC

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