L’arte di moderare, anche questo è giornalismo…

23 aprile 2010 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

Dal Festival Internazionale di giornalismo di Perugia

Josh Young, social media editor per dell’Huffington Post, non ha dubbi: chi fa un sito di informazione online deve puntare e investire tutto sulla partecipazione e l’interazione dei suoi utenti. Deve far sì che la sezione dei commenti sia “a nice place where to be” , un luogo in cui l’utente si sente bene, ci sta volentieri e per più tempo. Un luogo che lo invogli a interagire, a conversare non solo con la redazione e i giornalisti ma anche con gli altri utenti. Devono sentirsi parte della comunicazione  e della comunità che si crea intorno ad essa. Gestire il traffico dei commenti certo per una redazione significa investire notevoli risorse, significa avere un team di collaboratori che si occupa esclusivamente di leggerli, correggerli, accettarli e pubblicarli. Dunque di moderare la conversazione con e tra gli utenti. Per fare questo l’Huffington Post – 40 milioni di utenti unici al mese – si avvale di venti moderatori e di un apposito software per la gestione dei commenti.

Anche l’inglese Telegraph – 40 milioni di utenti unici al mese – non è da meno: come ha raccontato Adrian Michaels – Group Foreign Editor presso il Telegraph Media Group – la sezione dei blog impiega 30-40 persone tra giornalisti ed executives.

Attenzione però: come ha puntualizzato Josh Young, bisogna infatti tenere conto che il valore aggiunto e qualitativo che le conversazioni con gli utenti portano al sito di informazione proviene da una piccola minoranza. Diciamo l’8-10%. E anche qui sta la sfida: individuare, seguire e coinvolgere sempre di più questa piccola percentuale nelle attività del sito. Farla sentire parte di esso e spingerla a restare e a contribuire in quel luogo e in quello spazio senza andare sui social network. Per il restante 90 per cento è utile segnalare delle linee guida che stabiliscano chiare modalità di interazione e tipologie di contenuti.

In questa prospettiva, in particolare nel suo approccio con i cittadini e con i lettori, il giornalismo italiano è ancora molto tradizionale. E’ molto, troppo legato alla carta e ad un concetto di informazione top-down. Non ha ancora fatto sua quella  cultura giornalistica europea per cui chi fa i giornali e chi fa informazione si pone inanzitutto la domanda”cosa vogliono leggere, cosa interessa i miei lettori?”. Fondamentale  per quelle testate e quegli editori che vivono il giornale come un’impresa che vuole e deve essere concorrenziale sul mercato e soprattutto fare profitto.

E poi, come ha ricordato Mario Tedeschini Lalli del Gruppo Espresso il giornalismo italiano continua ad essere politico, anche sul web.

Questo naturalmente non toglie che anche siti come Repubblica.it – 1,8 milioni di utenti unici al giorno – sperimentano, e spesso con successo, la partecipazione dei lettori al giornale e alle sue iniziative. Lo dimostra  il successo avuto con i diversi appelli sociali e politici lanciati negli ultimi mesi così come l’iniziativa di condividere online le esperienze di volontariato all’Aquila dopo il terremoto.

Rimane il problema della sostenibilità dei costi e di come trarre profitto da tutte queste iniziative digitali. Una domanda che qui al Festival del giornalismo per ora ha trovato la stessa risposta che ci avevano dato Alan Rusbridger del Guardian e Wolfgang Blau della Zeit un mese fa a Vienna: rischiare, tentare e sperimentare. Non ci sono formule. Soprattutto non c’è una formula che vale per tutti. Il Wall Street Journal ha avuto successo con la sua formula a pagamento. Secondo Mark Glaser – direttore esecutivo PBS Mediashift – perchè propone contenuti specifici e di qualità. I lettori, gli utenti  sarebbero disposti a pagare per i contenuti online. Questi però devono essere di qualità, originali, unici e naturalmente costare il giusto. Facile a dirsi ma a farsi….

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