Frequenze tv: i dubbi ancora sul tavolo

8 maggio 2012 • Editoria, Giornalismo sui Media • by

Non solo il ricavo economico, ma anche e soprattutto il guadagno in termini di pluralismo: è questa la posta in gioco per eccellenza in tema di assegnazione delle frequenze televisive in Italia. “Pluralismo” è la parola chiave  stando alla disciplina europea e alle procedure di altri Paesi nel continente, come abbiamo illustrato in un precedente approfondimento su Ejo. Ecco perché le novità recenti sul “beauty contest all’italiana” lasciano tuttora aperti alcuni interrogativi, che provengono da specialisti del settore come dalla società civile. Dalla redazione siciliana di Telejato dove Pino Maniaci lancia l’allarme chiusura, passando per l’équipe del portale specialistico La Voce, sono almeno due i punti di domanda che le ultime mosse del ministro Passera lasciano aperti.

E’ il 16 aprile quando viene approvato, su proposta del ministro per lo Sviluppo economico, un emendamento al decreto che riguarda le semplificazioni fiscali. Corrado Passera fa seguito così alle dichiarazioni lanciate già a dicembre e rivede il sistema di assegnazione previsto dal governo Berlusconi. E’ in particolare il conferimento gratuito delle frequenze ad aver fatto discutere negli ultimi mesi, e il ministro del governo Monti cambia le procedure. La gara  a titolo oneroso – non più la concessione gratuita prevista con Berlusconi premier – partirà entro la metà di agosto. Rai, Mediaset e gli altri beneficiari del vecchio sistema di “concorso di bellezza” ormai annullato, riceveranno indennizzi in quantità da definire sulla base dei guadagni che l’asta porterà alle casse pubbliche. Verranno tenuti separati gli operatori di rete dai fornitori di contenuti e gli acquirenti dovranno consentire l’uso delle frequenze a chi offre contenuti in una quantità prevista per il 60%.

TAGLIATI FUORI

A sostenere questo inverno che il governo Monti dovesse rendere a pagamento il concorso per l’assegnazione di frequenze, c’era anche una piccola tv comunitaria con sede a Partinico, Sicilia, e che nel panorama italiano costituisce un caso di eccezione. Telejato, nata come tv di Rifondazione comunista nel 1989, è stata rilevata dieci anni dopo dall’imprenditore edile Pino Maniaci. Lui e la redazione si sono fatti conoscere in questi anni per le battaglie contro la mafia, che hanno portato alla tv locale riconoscimenti di merito in ambito giornalistico e civile, ma anche numerose querele e minacce da parte di cosa nostra. Fra i componenti della redazione, oltre a Pino Maniaci e alla figlia Letizia vincitrice del premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, c’è anche Salvo Vitali. Lui, amico di Peppino Impastato, collaborò al manifesto di Radio Aut che recitava tra l’altro: “La notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta in maniera amplificata al sociale stesso senza filtri o interventi manipolatori”. Un intento programmatico che costituisce l’ossatura di molte tv civiche e comunitarie, ancor più in terre difficili per la libera informazione come quella dove opera Telejato. Un intento programmatico che rischia di sbattere contro il muro dello switch off. Il nuovo provvedimento sull’assegnazione delle frequenze non introduce infatti novità riguardo a quelle disposizioni del passaggio da analogico a digitale che di fatto lasciano fuori le tv comunitarie. Soltanto l’ingresso delle tv commerciali viene infatti concesso e normato. Le tv onlus come Telejato, quelle che la legge Mammì del’90 riconobbe come “tv comunitarie”, non avranno passaporto nel nuovo sistema e la loro stessa sopravvivenza è a rischio. Sono più di duecento e verranno chiuse, salvo modifiche (per ora non annunciate) della legge entro il 30 giugno.

 Al grido di dolore delle tv come Telejato si aggiunge poi la dichiarazione delle piccole emittenti locali. Marco Rossignoli rappresentante di Aeranti-Corallo ha annunciato infatti che “le attuali risorse frequenziali per le imprese televisive locali sono quantitativamente insufficienti per consentire la prosecuzione dell’attivita’ in molte delle regioni digitalizzate al 31 dicembre 2010 e per permettere nelle regioni in corso di digitalizzazione a tutte le tv locali analogiche di diventare operatori di rete digitali”. La richiesta è quella di dedicare un terzo delle frequenze a emittenti locali. Al di là delle proporzioni, le vicende di Telejato e tv locali riportano in luce la sete di pluralismo, che come abbiamo visto a gennaio su Ejo dovrebbe essere il principio chiave, e lo è stato di principio e di fatto in altri Paesi europei. Basti citare il caso svedese, dove è stata data attenzione particolare ai programmi locali e alla varietà e pluralità dell’offerta di contenuti.

IL TORNASOLE DELL’ECONOMIA

E se il pluralismo dei contenuti va di pari passo in ambito europeo con il requisito della concorrenza e della neutralità delle tecnologie, allora anche tra gli specialisti del settore i cambiamenti introdotti da Passera sembrano mostrare luci e ombre. Il portale specialistico La Voce sottolineava per voce di Carlo Cambini e Antonio Sassano le numerose anomalie del sistema di assegnazione previsto fino al 16 aprile. A dispetto delle indicazioni europee, la procedura italiana non rispettava il criterio della neutralità del servizio e della tecnologia, escludeva peraltro gli operatori della telefonia ed era destinata alla specifica tipologia degli operatori televisivi nazionali verticalmente integrati, con un sistema di punteggio che favoriva i player già forti. Dopo l’emendamento introdotto il 16 aprile, il giudizio degli economisti è più benevolo ma i punti d’ombra non mancano neppure ora. All’operazione di Passera, Carlo Cambini e Tommaso Valletti riconoscono il primato del primo importante tentativo di mettere ordine nel sistema frequenziale italiano. Particolarmente ben accolti dai due economisti de La Voce sono la realizzazione di un’asta economica competitiva e la separazione verticale tra fornitori di contenuti e operatori di rete. Questi criteri venivano invocati già lo scorso inverno. Ma la loro analisi di fine aprile chiede ancora “maggiore trasparenza su alcuni punti oscuri” e invoca una seria ed efficace spectrum review. Tra le zone d’ombra della nuova gara, c’è ad esempio la questione del pacchetto relativo alle pregiate frequenze in banda 700 MHz. Come richiesto dalla Commissione europea, a partire dal 2015 dovranno essere assegnate ai servizi di larga banda mobile. Il governo prevederebbe un’asta per l’assegnazione triennale ai soli operatori tv, per poi liberarle e condurre una gara rivolta agli operatori delle telecomunicazioni. Una soluzione che lascia perplessi i due specialisti.

Perché non aprire subito l’asta anche agli operatori mobili, con benefici per l’agenda digitale del Paese e per le casse dello Stato, visto che l’asta in questo modo non sarà al ribasso? Questa e altre questioni si aggiungono alla “incertezza esistenziale” delle tv di prossimità come Telejato. Stiamo a vedere che cosa succederà e se queste domande avranno una risposta.

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