ProPublica: il segreto del nuovo giornalismo…

24 aprile 2010 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

Dal Festival del giornalismo di Perugia

Parola di Paul Steiger ospite d’eccellenza del Festival. Managing editor del The Wall Street Journal dal 1991 al 2007, oggi direttore di ProPublica, una redazione newyorchese no-profit che fa giornalismo d’inchiesta su temi di pubblico interesse. E lo fa così bene che di recente una delle sue inchieste ha vinto il Premio Pulitzer. A riprova del fatto che anche sul web è possibile produrre contenuti di qualità e che il giornalismo tradizionale,  quello artigianale  fatto di ricerca, verifica, accuratezza, curiosità, duro lavoro e tempo esiste ancora ed esisterà sempre, indipendentemente dal supporto sul quale viene riprodotto per essere diffuso. Sì, perchè ProPublica è una testata online e digitale che, tra l’altro, collabora attivamente con  le maggiori testate americane come il New York Times che spesso pubblicano le sue inchieste. Almeno 100 nell’ultimo anno sono andate sulla prima pagina. Una partnership che Steiger ha definito di win-win per entrambe: alle testate cartacee permette di attingere alle risorse e al know-how di una redazione preparata e con maggiori risorse a disposizione, a ProPublica di raggiungere un prezioso e più vasto pubblico .

Cosa dire? La soluzione che tanti sembrano ancora cercare, Paul Steiger l’ha trovata. Certo ProPublica è un’organizzazione non-profit che riceve 10 milioni di dollari l’anno, quindi certamente parte avvantagiata. Ma non bisogna sottovalutare lo spirito e il valore aggiunto che questa organizzazione porta con sè ed è in grado di dare alla comunità e ai cittadini. Non solo. Il suo modo di operare e la sua filosofia sono un esempio per tutti quelli addetti al settore che credono ancora nel giornalismo e si domandano come fare a sopravvivere.

Questi i punti principali che orientano il lavoro di ProPublica:

-credere e investire nelle nuove tecnologie

– essere aperti all’innovazione, non guardarla con sospetto ma accoglierla e conoscerla

– considerare i blog e i social network come un potenziale per conquistare e fidelizzare nuovi lettori

– rendersi conto che internet permette al giornalismo di servire meglio i suoi lettori e l’opinione pubblica. Imparare a trarre vantaggio da questo.

– credere nel potenziale dei giovani:  ProPublica si avvale di 40.000 volontari e la sua redazione è composta per metà da giovanissimi. Inoltre collabora con le Università di giornalismo.

– avere una mentalità imprenditoriale anche se si è a capo di una organizzazione pubblica o non-profit

– essere consapevoli che il vecchio modello economico sul quale si reggeva l’editoria è morto. Non è una tragedia, occorre rimboccarsi le maniche, re-invenatrsi e trovare nuove forme di guadagno  sostenibili

– è cambiato anche il ruolo  del quotidiano. La tradizionale formula omnibus, il giornale supermarket non funziona più. Online in futuro questa funzione la svolgerà google.I giornali devono specializzarsi, fare un giornalismo di nicchia che proponga contenuti unici, di qualità e originali

Punti dai quali anche il giornalismo italiano che pure agisce in un contesto completamente diverso potrebbe trarre insegnamento, Perchè da quanto emerso al Festival fin’ora è evidente che  esso è ancora troppo legato alla tradizione, non osa e fatica a  rinnovarsi. Come ha detto Vittorio Zambardino i giornalisti tendono a parlare di cio che avviene in rete in una chiave della curiosità  (nessun giornale italiano per esempio ha un social media editor) mentre dovrebbero rendersi conto che sono nel bel mezzo di un processo che richiede già un’azione. Non è in grado di anticipare fenomeni, non apre davvero alla conversazione con i lettori ma si limita a chiedere adesioni alle persone su un tema generale: “E’ ancora una gestione del consenso sociale mainstream un pò autoritaria, dall’alto, paternalistica.” Per fare un esempio: “ci siamo accorti che si parlava dell’Iran quando la CNN ci ha detto che se ne parlava su Twitter”.

Come dire: c’è molto da fare in Italia, ma non solo. Come emerso al workshop del mese scorso a Vienna, il Vecchio Continente appare complessivamente in ritardo.

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