Gli innocui cani da guardia

1 marzo 2004 • Giornalismo sui Media • by

Message, Nr.3, marzo, 2004

Tra accuse alla concorrenza e tessitura delle proprie lodi
Un’attuale ricerca dimostra: i media journalist definiscono il proprio ruolo attraverso la cronaca, la critica costituisce un’eccezione.

Alti standard di qualità, continuità e talvolta addirittura una certa pacatezza – sono queste le caratteristiche più frequentemente attribuite al giornalismo svizzero. Ma è proprio la continuità che viene a mancare quando, di questi tempi, si parla del giornalismo specializzato sui media. Le redazioni che si occupano di media chiudono una dopo l’altra. La Weltwoche, il Tages-Anzeiger, il Bund, come pure la rivista di attualità Facts: da un giorno all’altro, tutti pensano di poter fare a meno delle pagine dedicate a questi temi. Il numero totale dei media stampati sta calando lentamente, ma con regolarità. Di conseguenza le imprese mediatiche svizzere si intrecciano sempre di più, rendendo il settore sempre meno trasparente. Alla luce di questi fatti, così ha argomentato anni fa il ricercatore nel campo delle scienze della comunicazione Stephan Russ-Mohl, sembrerebbe ovvio che interessi economici particolari da parte delle case editrici condizionino più del dovuto l’informazione e la cronaca nel campo dei media. La tentazione deve essere enorme – sostiene Russ-Mohl – di tessere le proprie lodi e di fare promozione per prodotti mediatici della propria impresa. Allo stesso modo, è difficile resistere alla tentazione di usare la cronaca sui media allo scopo di screditare o occultare i concorrenti. In una memoria di licenza presso l’Università della Svizzera italiana, l’autore ha analizzato quanto succede nella Svizzera tedesca per verificare se queste tendenze sono empiricamente osservabili. Qui di seguito sono riportati i risultati più importanti della ricerca. Essi sono legati a tre casi esemplari che vengono esaminati sotto forma di «case studies» attraverso ad un’analisi di contenuto.

Primo caso: «Die Weltwoche»
Nel primo caso si tratta del relaunch della Weltwoche nel maggio del 2002. In sé non si tratta di nulla di straordinario. Ma il fatto che un giornale settimanale cambi sia il formato, diventando una rivista, sia il suo posizionamento politico, spostandosi dall’area liberale-radicale verso una destra con visioni molto vicine all’UDC blocheriana – risultando ciò nonostante provocante e imprevedibile – è un evento senza precedenti nel paesaggio mediatico svizzero. Il cambiamento del formato è stato preceduto da una fase molto movimentata di trattative di vendita da parte del consorzio proprietario, la Basler Mediengruppe (Basler Zeitung): perciò il relaunch del giornale è stato realizzato con ritardo.

Secondo caso: «Der Bund»
Nell’estate del 2003 sono state avviate trattative sul quotidiano più vecchio della città di Berna, Der Bund. Il giornale navigava in cattive acque e collezionava cifre rosse da anni. Questa situazione ha indotto il gruppo NZZ, che detiene l’ottanta percento della casa editrice Bund Verlag AG, ad avviare negoziati con altre imprese mediatiche per convincerli ad investire in una compartecipazione. Alla fine l’ha spuntata l’Espace Media Groupe che è l’azionista di riferimento – stranamente – della Berner Zeitung, diretto concorrente del Bund sul mercato bernese. In questo modo si è costituito il cosìddetto «Berner Modell» – una costruzione unica in Svizzera per via della sua caratteristica particolare, che vede una sola azienda detenere partecipazioni azionarie contemporaneamente in due giornali concorrenti.

Terzo caso: la «NZZ am Sonntag»
Alla fine del 2003 la NZZ am Sonntag è diventata oggetto di cronaca: Lorenz Wolffers, giornalista svizzero che vive negli Stati Uniti, aveva fornito all’edizione domenicale del famoso quotidiano zurighese Neue Zürcher Zeitung diversi articoli falsificati. Scoperto l’inganno, la NZZ am Sonntag ha agito secondo il motto che la miglior difesa è l’attacco, svolgendo un’auto-analisi su ciò che era accaduto e pubblicando gli esiti di questa ricerca nel proprio giornale. L’analisi dell’informazione e della cronaca sui media in questi tre casi specifici dovrebbe mettere in luce sia l’autorappresentazione giornalistica che la rappresentazione della concorrenza nella stampa svizzera.

Elogio enfatizzato
Già il primo caso dimostra come persino i giornali di qualità faticano ad essere oggettivi quando l’oggetto di cronaca è la propria impresa: spesso lo spazio redazionale viene violato e usato come spazio pubblicitario per auto-promuoversi. Gli aspetti negativi che concernono la propria redazione o la propria casa editrice sono sovente omessi. In questo caso specifico la Weltwoche ha esagerato: ha pubblicato quasi il doppio degli articoli sulle conseguenze del cambiamento del proprio formato rispetto agli altri giornali esaminati. Si pubblicavano orgogliosamente i nuovi e accresciuti dati riguardanti la tiratura e la vendita, si citavano articoli (positivi) di altre pubblicazioni (anche estere) e si annunciavano i vari premi ottenuti. Tuttavia la rivista dimostra una certa consapevolezza sulla questione delle pubblicazioni concernenti il proprio giornale o la propria casa editrice. Quasi tutti gli articoli erano posizionati negli editoriali – un posto, dunque, che è senz’altro previsto per «comunicazioni» da parte della redazione. Ciò nondimeno si può constatare una chiara tendenza all’auto-promozione: le notizie positive sono messe in primo piano, i comunicati stampa della casa editrice sono riciclati – provocando un deterioramento dell’editoriale con la conseguenza che una forma di espressione giornalistica si tramuta in uno spazio promozionale fedele al detto tedesco: «Wes Brot ich ess’, des Lied ich sing’» (Canto la canzone di chi mi dà da mangiare…).

Falsificazioni – casi isolati?
Per la prima volta nella storia dei media svizzeri, la NZZ am Sonntag informa il pubblico su un proprio fallimento nell’ambito di uno scandalo, in cui il giornale stesso ricopre un ruolo di primo piano. La tematizzazione (critica) della propria testata è di per sé un esercizio auspicabile, ma non sotto forma di un esame di coscienza superficiale della propria attività giornalistica. In che modo le falsificazioni di Lorenz Wolffers siano finite nell’offerta redazionale non è mai stato chiarito. Il caso è stato approfondito, ma al termine dell’inchiesta quasi tutti erano d’accordo che l’episodio andasse classificato come caso eccezionale e non come fenomeno strutturale. Che esso potesse anche essere un segno che i meccanismi di controllo interni alla redazione non abbiano funzionato non è mai stato considerato. Ed è proprio questo il punto cruciale. Non è mai stato possibile eliminare una sorta di punto cieco all’interno del processo di produzione dell’informazione. Il caso è così risolto in modo elegante: la «colpa» è addossata ad una singola persona, cioè il falsificatore. Anche gli articoli della concorrenza ricostruiscono esclusivamente la fattispecie del caso, eludendo eventuali responsabilità o mancanze in seno al controllo di qualità redazionale, rifilando anche in questa circostanza tutto il peso della critica al falsificatore. Spesso, quando si tratta di analizzare casi di falsificazione come questo di Lorenz Wolffers, si cerca di additare il falsificatore (che, non dimentichiamo, è sempre e comunque il primo responsabile, ma non l’unico) onde evitare discussioni che potrebbero vertere su determinate carenze nel sistema di controllo redazionale – invece di ammettere che certi fiaschi potrebbero capitare anche ad altre redazioni. La trasparenza e la credibilità sicuramente ne guadagnerebbero. E forse, grazie alla tematizzazione del problema dei sistemi di controllo all’interno delle redazioni, anche i caporedattori e gli editori diventerebbero più coscienti della problematica.

L’informazione sulla concorrenza
L’analisi di contenuto mostra che in tutti e tre i casi esaminati, in misura del 52 per cento, l’informazione sulla concorrenza contiene dichiarazioni soggette ad opinioni. In totale prevalgono con il 27 per cento le dichiarazioni negative rispetto a quelle positive (14 per cento) e a quelle ambivalenti, quindi non attribuibili in modo univoco (11 per cento). La tesi che le notizie negative sono messe in risalto quando si parla della concorrenza, mentre eventi positivi vengono intenzionalmente omessi, sembrerebbe così confermarsi. Nella maggior parte dei casi sono i concorrenti diretti a subire la parte preponderante delle dichiarazioni negative. Lo si può osservare abbastanza bene esaminando i diversi articoli redatti dal settimanale d’informazione Facts sulla rivista concorrente Weltwoche. Per quanto concerne le case editrici che non sono esposte ad una situazione di concorrenza diretta, i risultati non ammettono un’interpretazione univoca. L’esempio da citare in questa circostanza è quello della Aargauer Zeitung, che redige costantemente e in tutti i tre casi analizzati degli articoli critici.

Effetti di sinergia
Pochi grandi consorzi mediatici come Ringier, Edipresse, Tamedia, il Gruppo-NZZ o l’Espace Media Groupe dominano il mercato svizzero. La tentazione di cedere alla cross-promotion quando si parla di prodotti o progetti del proprio consorzio, che però rimangono al di fuori della propria redazione, è considerevole. In questo modo si possono ottenere effetti di sinergia positivi che potrebbero dimostrarsi in grado di generare utili. Il lavoro dei giornalisti specializzati nei media fluttua così tra la solidarietà e l’appoggio degli interessi della propria casa editrice e la vocazione di dare un’informazione indipendente e nel modo più neutrale possibile.

In Svizzera sia gli interessi, sia i diversi intrecci dei pochi consorzi mediatici dominanti sono trasparenti. Ciò nonostante, le redazioni mediatiche sono ancora troppo spesso usate come strumenti pubblicitari. L’esempio cruciale è quello della Berner Zeitung nella discussione sul «Modello di Berna» (Berner Modell). Con 43 dichiarazioni la Berner Zeitung da sola riporta più aspetti positivi sul progetto di tutte le altre testate nella loro totalità: il colmo è rappresentato dalla pubblicazione di un discorso del vertice del consorzio senza nessun commento accompagnatorio – un vero e proprio comunicato stampa. Molto discutibile è anche il procedimento di diversi giornalisti quando si tratta di occultare problemi accaduti sotto il tetto della propria casa editrice. Lo si è potuto osservare con chiarezza negli articoli della NZZ sulle diverse responsabilità della NZZ am Sonntag nel caso di falsificazione del giornalista svizzero Lorenz Wolffers: non una parola del quotidiano accennava ad una possibile lacuna nel sistema di controllo in seno alla redazione, che veniva così scagionata a spese del (solo) falsificatore.

Dovere di cronaca vs. critica mediatica
In tutti e tre i casi analizzati, i giornalisti specializzati nei media agiscono non come critici ma in base ad un orientamento molto forte verso il dovere di cronaca. Nella loro informazione si limitano perlopiù alla notizia, mentre la critica ricopre un ruolo secondario. Queste conclusioni possono essere tratte sia dal numero molto esiguo di commenti sia dalle dichiarazioni ricevute durante le interviste con alcuni giornalisti. Quindi nel campo del giornalismo sui media non ci si denigra a vicenda come viene sempre sostenuto dai suoi critici più feroci? Questa affermazione è corretta solo in parte: articoli «mimetizzati» da notizie obiettive sono spesso pervase da commenti e critiche. I giornalisti specializzati nei media criticano spesso in modo molto sottile.

Nessuna prospettiva rosea
Quali conseguenze può avere la decisione dei media stampati di rinunciare alle pagine dedicate ai media? Le testate che riservano pagine dedicate all’informazione sui media pubblicano un numero decisamente più alto di articoli. La Aargauer Zeitung, unico quotidiano in Svizzera ad avere una pagina giornaliera sui media, pubblica il maggior numero di articoli (mediamente 14) sui tre casi analizzati – chiaramente di più rispetto a giornali privi di una pagina dedicata ai media come il Tages-Anzeiger o la Berner Zeitung (entrambi mediamente nove articoli). Le prospettive non sono quindi rosee. Ciò nondimeno non si può trascurare che nel giornalismo specializzato sui media svizzero c’è – come dimostra l’esempio della NZZ am Sonntag – una disposizione per un’autoriflessione critica, benché non sia ancora del tutto sviluppata. E quando si parla di temi riguardanti il mondo mediatico, gli interessi economici dei diversi consorzi sono pubblicati in modo chiaro più di quanto ci si possa aspettare. In questo senso anche la Weltwoche dimostra che fino ad un certo punto sussiste una consapevolezza per la questione non sempre facile dell’autoriferimento giornalistico, mettendo i comunicati sulla propria casa editrice nell’editoriale e non nell’offerta redazionale, cioè la parte dedicata alla cronaca. Una condizione indispensabile per garantire un giornalismo specializzato sui media che sia competente e credibile è l’istituzione di una redazione assolutamente indipendente dalla propria direzione e dal proprio dipartimento di pubbliche relazioni. Senza una discussione pubblica sul giornalismo non sarà mai possibile ancorare sia nel pubblico che nelle teste degli stessi giornalisti, una consapevolezza per la qualità. Anche in Svizzera si deve continuare a convincere i diretti interessati. I lettori hanno tutto il diritto di potersi informare sui media e sul giornalismo esattamente nello stesso modo di come lo fanno nel campo della politica, dell’economia e dello sport.

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La metodologia di ricerca
Nel periodo dal 1. settembre 2001 al 30. novembre 2003 sono state analizzate otto testate (Aargauer Zeitung, Berner Zeitung, Facts, NZZ, NZZ am Sonntag, St. Galler Tagblatt, Tages-Anzeiger, Weltwoche). Con l’aiuto di un’analisi di contenuto qualitativa sono stati esaminati 244 articoli che facevano chiaramente riferimento ai tre casi menzionati nel testo. I risultati dell’analisi di contenuto sono stati discussi e approfonditi in diversi colloqui con giornalisti specializzati nel campo dei media, al fine di ottenere ulteriori informazioni e di facilitare l’interpretazione dei dati empirici.

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