Il matrimonio reale, show ormai senza senso?

2 maggio 2011 • Giornalismo sui Media • by

Dal blog di Marcello Foa

Sia chiaro:  con questo post non intendo certo mettere in dubbio la famiglia reale. Non essendo inglese, l’argomento non mi compete. La mia è una riflessione più ampia su eventi grandiosi come le nozze reali o la parata del 14 luglio in Francia o la cerimonia di insediamento del presidente americano. In passato, quando gli Stati erano sovrani al 100%, questi grandi eventi servivano soprattutto a cementare l’identità nazionale, fornendo, attraverso l’esaltazione dei simboli, un motivo di identificazione, capitalizzando il potere mediatico delle cerimonie.  Servivano a sancire  la grandezza del Paese, cementando il senso di appartenenza, costruendo un rapporto di vicinanza e di condivisione tra il popolo e le élite, irradiandone il prestigio nel mondo.Era, in ultima analisi, un esercizio raffinatissimo di propaganda.

Ma oggi queste celebrazioni hanno ancora senso? Da un punto di vista strettamente mediatico la risposta è sì. Se due miliardi di spettatori in tutto il mondo stanno incollati agli schermi televisivi, significa che le folle sentono ancora il fascino delle famiglie Reali, il richiamo della favola del principe che sposa una Cenerentola, o più in generale di un cerimoniale straordinario e fastoso. Aggiungete una certa curiosità voyeristica che reality come il Grande Fratello hanno incoraggiato e le ragioni del successo televisivo del matrimonio del figlio Lady D sono presto spiegate.

Ma a vantaggio di chi o di che cosa? La Corona inglese ne beneficerà a livello di immagine, certo; ma la Gran Bretagna?  Verrà recepita come più potente e autorevole? La risposta è no. Il matrimonio di Will e Kate non gioverà al sistema politico, al Paese. Per una ragione molto semplice: lo Stato non c’è quasi più. E’ un guscio che mese dopo mese si svuota di contenuti.

Questa tendenza è evidente all’interno dell’Unione europea e ne abbiamo avuto conferma ieri con la sentenza della Corte di Giustizia Ue che ha bocciato il reato di clandestinità. L’Italia non può più legiferare liberamente ma deve sempre sottostare alle normative europee, non controlla più la propria moneta, né i confini, né il territorio, non può decidere autonomamente la politica economica e finanziaria. Insomma, non ha quasi più poteri. E’ un Paese più che dimezzato, ma resta formalmente indipendente, resta l’Italia.

Anche il Regno Unito e persino gli Stati Uniti non sfuggono al frullatore della globalizzazione che impone il continuo trasferimento di sovranità dagli Stati a organizzazioni internazionali che non rispondono al popolo, non sono elette democraticamente, ma che possono condizionare e talvolta comandare i singoli Stati. Il Fmi, la Banca mondiale, il Financial Stability Forum, l’Osce, l’Ocse, l’Oms, eccetera eccetera. Sono loro a porre paletti e dunque a segnare il cammino,  senza che nessuno chieda conto del loro operato, curiosamente o significativamente. Bisognerebbe rispondere a domande primarie come: chi, come, quando, perché, con quale fine ultimo? Ma sono temi che restano sempre in secondo piano o liquidati con spiegazioni note e insindacabili, per quanto non esaustive.

Proprio oggi è giunta la notizia che Superman, nel fumetto che lo ha reso famoso, ha deciso di rinunciare alla nazionalità americana per diventare cittadino di un mondo, dove le identità nazionali, culturali, linguistiche vengono livellate.

E’ una curiosità, una coincidenza, ma significativa. Se davvero il mondo diventa piatto, sempre più multietnico, multireligioso e dunque uniforme, show regali e grandi cerimonie nazionali, perdono il loro Dna. Non servono a uno Stato e nemmeno a un sistema fondato sulle Nazioni, ma si trasformano in eventi globali tanto spettacolari quanto effimeri. Come tutto nella moderna società, una società senza memoria.

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