Il “Murdoch di Kabul” e la rivoluzione culturale in Afghanistan

8 agosto 2011 • Giornalismo sui Media • by

Saad Mohseni, figlio di un diplomatico afghano, nato a Londra, vent’ anni vissuti in esilio in Australia con la sua famiglia per poi fare ritorno in Afghanistan nel 2002 con la caduta del regime talebano, viene oggi definito dalla stampa internazionale il “Murdoch Afghano” e si conquista  un posto tra le 100 persone più influenti al mondo nella classifica del settimanale Time.

Mohseni è a capo di un impero mediatico verticalmente integrato che dà lavoro a settecento persone in Afghanistan e a quaranta a Dubai e comprende reti televisive, una casa discografica, un’agenzia pubblicitaria, una società di produzione televisiva e cinematografica, la rivista Afghan Scene e una rete di internet caffè.

Moby Group, questo il nome della società che  ha fondato insieme ai suoi fratelli, dai suoi uffici nel quartiere di Wazir Akbar Khan, controlla i maggiori media del paese e contribuisce alla ricostruzione dell’Afghanistan in termini di infrastrutture e condizioni sociali: i due principali network, Tolo TV e Arman FM, rispettivamente 54% di share e 37%, sono sue creazioni.

Creazioni che con le loro trasmissioni e programmazioni stanno cambiando la società del paese delle montagne, aiutandola ad uscire definitivamente dall’incubo talebano, mandando in onda modelli diversi e inediti: Moby Group proprio in questi giorni ha annunciato, tramite il profilo Twitter di Mohseni e un trailer su Youtube, il lancio di “The Minister”, una serie tv ispirata a “The Office”, serial della BBC replicato anche negli USA con grande successo. Si tratta di un mockumentary con finte interviste ambientato negli uffici del ministero della spazzatura di un ipotetico paese chiamato Hechland, che mette in scena molti stereotipi della politica e delle istituzioni afghane, satirizzando apertamente in modo farsesco la corruzione e il sessismo che hanno caratterizzato la vita pubblica del paese in tempi recenti.

Sotto i talebani la televisione era vietata e l’unica stazione radio attiva, “La voce della Sharia” controllata dal regime, trasmetteva esclusivamente preghiere e inviti a cerimonie religiose. I programmi trasmessi da Tolo TV al contrario hanno introdotto contenuti mai visti nel paese che delineano una società completamente diversa rispetto a quella vigente prima della caduta del regime: le controllate di Saad Mohseni trasmettono soap opere indiane prodotte a Bollywood in cui le donne non sono velate, lungometraggi seriali in home production come I segreti di questa casa e format di successo come il talent Afghan Star e il programma musicale Hop mandando in onda modelli libertari e democratici che stanno aiutando le donne nel paese a essere più consapevoli dei propri diritti, negati dall’integralismo.

In un reportage di Elizabeth Rubin, pubblicato dal New York Times Magazine lo scorso anno e recentemente recuperato e tradotto da Internazionale, si può leggere come i mezzi di informazione stiano attivamente contribuendo al processo che lo stesso Mohseni discutendo con il premier Karzai ha definito di “rivoluzione culturale” nei costumi della società afghana, fornendo occasioni di emancipazione, lavoro e un generale miglioramento della condizione femminile.

Nonostante il processo di democratizzazione delle istituzioni in atto in Afghanistan, le emittenti di Moby Group hanno però dovuto fronteggiare in diverse occasioni i tentativi di censura messi in atto dal governo. Nell’aprile del 2008 il consiglio degli Ulema, che interviene in materia di ortodossia islamica, con l’appoggio del ministro per l’informazione e la cultura e la maggioranza del parlamento, aveva chiesto il divieto a Tolo TV e alle sue quindici concorrenti private di trasmettere le soap indiane perchè “antislamiche”. Tolo TV si è rifiutata e quando Karzai ha accusato Mohseni di non comprendere la cultura afghana, il Murdoch di Kabul pare abbia risposto serenamente “non è arrivato il momento di cambiare?”.

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