Alessandro Milan: “La radio è un bene rifugio”

29 novembre 2013 • Giornalismo sui Media • by

“La radio non è in rotta con gli strumenti digitali, ma ne ha fatto una spalla”, questo il motivo per il quale il medium radiofonico sta beneficiando meglio di qualsiasi altro dalla rivoluzione digitale. A dirlo, il più mattiniero dei giornalisti al microfono italiani, Alessandro Milan di Radio24, ospite, insieme a Matteo Pelli (Radio 3i) e Roberto Antonini (Rete Due), all’Università della Svizzera italiana dell’incontro su radio e Rete organizzato dall’Ejo e dall’associazione dei giornalisti ticinesi. La radio ha infatti saputo reinventarsi nel corso della rivoluzione digitale, trovando un suo ruolo e un modo di sfruttare al meglio le risorse messe a disposizione dalla Rete, senza esserne travolta, come invece è accaduto per altri media, a cominciare dai giornali di carta. Podcast, streaming e, come vedremo nel corso dell’intervista, anche Twitter, sono tutti strumenti che servono la radio, senza cannibalizzarla e senza sottrarle spazi.

Anche in un fase del genere di crisi economica, mentre i giornali sono alla disperata ricerca di un modello di business sensato che possa garantire loro un futuro, la radio, spesso snobbata, lasciata in disparte e data per morta, continua a fare il suo mestiere. Milan la definisce un “bene rifugio”, una certezza, sia tecnologica che di contenuto, cui potersi rivolgere anche in un passaggio difficile come quello in cui ci troviamo. Il segreto? La sua immediatezza, la facilità di utilizzo, le poche risorse necessarie a foraggiarla e, anche, alcuni punti in comune con le ragioni di successo del Web. Alessandro Milan è in onda tutte le mattine, dalle 6.30 alle 9 su Radio24 a 24 Mattino, con la sua rassegna stampa.

Come si dà in radio, il giorno dopo, una notizia che ha occupato tutti gli spazi disponibili come quella della decadenza di Berlusconi?
“Chiunque segua i mezzi di informazione in Italia sa che l’informazione nel nostro paese funziona così: o sei berlusconiano o sei antiberlusconiano. Mi repelle, ma se la gente non ti inquadra, allora si sente disorientata. Non si riesce, in Italia, da quando Giuliano Ferrara ha sdoganato l’idea dell’informazione non tanto sui fatti, ma sulle opinioni prima dei fatti, –  idea che ha distrutto il mito del giornalismo anglosassone -, non si riesce a dire ‘questo è un fatto’. L’unico modo di raccontare quella notizia, come ho fatto io, è chiamare Alessandro Sallusti de Il Giornale e Francesco Bei di Repubblica e dare due opinioni contrastanti e ragionare per contrasto. Si potrebbe dire ‘ma come? Un fatto non discutibile’, però in Italia questo, purtroppo,  non è vero. Quindi cerco di fornire i due punti di vista più contrapposti possibili e poi confido nell’intelligenza e nella capacità di elaborazione degli ascoltatori. Do due informazioni agli antipodi e so che gli ascoltatori sanno discernere e si faranno una loro opinione. Questa dovrebbe essere sempre separata dai fatti ma purtroppo viene prima di questi”.

Pensi che la radio riesca a recuperare quel gap insondabile tra la Rete e i giornali del giorno dopo, condannati per forza di cose a pubblicare notizie “già vecchie”?
“La radio è in crescita come diffusione proprio dal momento in cui è cresciuta Internet, che ha fagocitato tutti i mezzi di informazione cartacei perché i giornali escono e alle 9 del mattino sono già vecchi. Dal momento in cui le persone hanno sempre meno tempo per informarsi, anche solo un quarto d’ora o 20 minuti, cosa fanno? Vanno sui siti dei giornali. La radio, invece, ha acquisito moltissimo dalla diffusione della Rete, proprio perché la radio è uno strumento semplice e immediato e l’uso di Internet ne ha moltiplicato gli usi , penso ai podcast, allo streaming, all’ascolto live. Mentre tutto questo distrugge sempre più i giornali che, secondo me, stanno progressivamente morendo e non solo per via di Internet, per la radio, invece, tutto questo è stato un supporto che ha fatto in modo che l’ascolto, grazie alla tecnologia, sia sempre più diffuso”.

In particolare tu hai un rapporto molto stretto con Twitter, penso ad esempio alla tua rassegna mattutina con l’hashtag #rassegnati.
“Un po’ mi spaventa. Il tutto è nato perché alle 5.30 sono in radio e leggo i giornali cartacei per preparare la trasmissione e intanto twitto con #rassegnati che, lo svelo una volta per tutte, non è un moto di pessimismo, ma indica coloro che seguono la rassegna, ‘i rassegnati’. Poi è chiaro che il doppiosenso c’è sempre. L’altro giorno ad esempio mi ha risposto Matteo Renzi molto piccato, come già Tremonti e ci sono portavoce di ministri che mi ringraziano perché fornisco loro i flash delle notizie principali prima che il ministro li chieda alle 8.30. Da quando questa cosa è esplosa, mi spaventa perché molti l’hanno presa come una rassegna su Twitter parallela a quella in radio. In realtà non è così. C’è certamente la diffusione via radio ma, allo stesso tempo vi è anche ‘la rassegna via Twitter di Alessandro Milan’. Dovrebbe essere un supporto di complemento che non sostituisce la radio, però ho notato che è molto seguita”.

E poi, “La carta costa”, il tuo premio quotidiano all’articolo più inutile.
“Ogni giorno ero basito dalla quantità di articoli inutili prodotti. Per scherzo, in redazione, dicevo ‘ma non si rendono conto che la carta cosa?’ e poi è diventato una sorta di premio. Molte persone mi dicono di aspettare la rassegna stampa per il finale, per sapere quale vincerà. Ho l’idea che raccontare in modo istituzionale sia un po’ ingessato, bisogna informare, anche nella rassegna stampa, creando un flusso, un racconto, una storia sempre nell’alveo dell’istituzionalità, ma non ci si può più mettere a fare l’elenco della spesa con i titoli degli articoli. Cerco di dare un po’ di brio: molti mi criticano, ma vedo che l’atteggiamento è premiato. Aggiungo sempre che anche il ‘microfono costa’, perché penso sia terribile prendersi troppo sul serio. Molti autori la prendono bene, altri mi rispondono, magari non sapendo bene di cosa si tratta, un po’ risentiti. Ma sempre in modo simpatico”.

Per le dinamiche dell’informazione in Italia, in riferimento a quel bipolarismo di cui parlavamo prima, pensi che la radio possa rappresentare una sorta di “terza voce”?
“La libertà di stampa è un falso mito, mi spaventano quelli che dicono ‘io posso dire quello che voglio’. Tutti abbiamo un editore e tutti abbiamo dei direttori. In Italia il peggio è quando ti dicono ‘parla del libro del mio amico’, le classiche marchette che ci sono state anche nella mia esperienza. Negli ultimi anni non ho mai avuto un direttore che mi abbia imposto un tema e il modo di coprirlo. Questa è stata una grande fortuna. La libertà è scegliere dei temi ed essere franchi nel proporli agli ascoltatori, anche senza paura di dire la propria opinione. Questa, però, non deve mai soverchiare il fatto. Quello vuol dire mettersi al centro dell’attenzione, ma è la notizia a dover essere al centro. Travaglio pensa di essere il cultore della libertà di stampa, ma ognuno risponde a delle logiche”.

Ma come sta la radio oggi? È davvero morta come si sente dire?
“Assolutamente no, anzi, è in una fase di grande ascesa proprio perché, nei momenti di crisi, a sopravvivere sono le cose più semplici e meno costose. La radio ha costi più bassi delle strutture di tv e giornali e, soprattutto, è più semplice. In questi passaggi, si vede la riscoperta delle ‘cose di una volta’, questo è il succo della questione. C’è anche una magia che la radio ha e che manca alla tv, ma si entrerebbe nel filosofico. La verità è che nei momenti di crisi ci si rifugia sempre nei beni rifugio, anche nell’informazione”.

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