La “primavera italiana” e la blogger siriana

21 giugno 2011 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 21.06.2011

"On the internet nobody knows you are a dog"

L’affluenza alle urne, il quo rum ampiamente raggiunto a dispetto di chi aveva det to «io non mi recherò a votare» e di qualche TG di informazio ne che aveva comunicato la data sba gliata dei referendum, sono stati un chiaro segnale. Politico, certamente, ma anche socia le e di costume, un segnale importan te da non ignorare ma raccogliere e comprendere. In particolare dal mondo dell’informazione che ancora una volta ha dimostrato di non saper interpretare il cambiamento ormai in atto che viene dal basso. Un cambiamento che grazie ai refe­rendum è diventato più evidente e tangibile, una primavera italiana che, come quella araba, ha trovato nella rete e nei social network il medium di riferimento, il mezzo congeniale per esprimersi, far sentire la propria voce, fare circolare le notizie affinché l’importanza del voto su questioni come la privatizzazione dell’acqua e il nucleare fosse chiara.

Un compito in passato assolto principalmente dai giornali, che oggi riescono ancora a dare l’approfondimento sulla versione cartacea e a rinnovarsi sul web tramite un’informazione costantemente aggiornata e interattiva (Repubblica.it nei due giorni del refe rendum ha varcato lo soglia dei 3 mi lioni e mezzo di utenti unici) e dal mezzo televisivo che invece invecchia e stenta a trovare una nuova identità sia nei palinsesti sia nei modi di fa re informazione.

D’altra parte il sistema televisivo si muove secondo logiche così consunte che è difficile pensare ad una tv generalista di qualità, ad un servizio pub blico di informazione nell’interesse dei cittadini.

Ed è qui, come ha sottolineato Riccardo Luna, direttore uscente di Wired, rivista di scienza e tecnologia, che va riconosciuta l’importanza di Internet: nel salvare il buon giornalismo e la qualità dell’informazione rimettendo «al centro di tutto non la pubblicità o il potere, che purtroppo ci tengono al guinzaglio, ma coloro che avrebbero dovuto sempre starci. I lettori. O me glio, i cittadini». I quali clic dopo clic familiarizzano con i social media, facebook in particolare che in queste elezioni è stato il medium di riferimento di un’intera «web generation». Mentre twitter lo è stato soprattutto per i giornalisti che sempre di più lo usano come strumento di lavoro nelle redazioni, in Italia come nel resto dell’Europa. Ha scritto Marco Belpoliti sulla Stampa che nei referendum la vittoria è stata segnata anche dal passaparola dei 140 caratteri di twitter che hanno scandito il passaparola virale.

Ma se da una parte la forza della rete muove e coinvolge le masse per una nobile causa, dall’altra può facilmente ingannare e manipolare. Anche media mainstream come Guardian e CNN che da subito hanno creduto alla storia dell’attivista lesbica Amina Arraf, da mesi il simbolo della rivolta in Siria grazie al suo blog A girl in Damascus e del suo arresto. Per poi scoprire che Amina non è mai esistita ed era il frutto dell’invenzione di Tom MacMaster, un cittadino statunitense.

Anche in rete quindi c’è chi manipola e disinforma. Ricordiamoci della vignetta di Peter Steiner pubblicata sul New Yorker nel 1993 che mostra va un cane seduto davanti al computer e nella didascalia diceva: «su Internet, nessuno sa che sei un cane».

E teniamo però anche presente che il falso della blogger siriana è nato in rete ma dalla stessa è stato smascherato grazie a quei meccanismi di verifica e di «intelligenza collettiva» che le sono propri e che ne fanno un luogo di informazione e di confronto co sì importante.

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