Le interferenze politiche soffocano Al Jazeera International

8 aprile 2008 • Editoria, Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 08.04.2008

Ma che succede ad Al Jazeera Internatio­nal? Doveva essere il network televisivo in grado di scardinare la supremazia delle grandi testate occidentali come Cnn, Fox News, Bbc World Service e invece il progetto è già in fase di ridimensionamento. Tutto iniziò un paio di anni fa, quando Al Jazeera, che allora trasmetteva solo in arabo, annunciò la creazione di un canale di informazione in lingua inglese con obiettivi sia commerciali che culturali. In un mondo sempre più globalizzato, i dirigenti del gruppo televisivo che ha sede nel Qatar pensavano di poter conquistare una fetta dell’audience mondiale e conseguentemente del mercato pubblicitario.

Ma l’operazione aveva anche ambizioni politico-mediatiche. Da circa 15 an­ni il mondo arabo accusa le grandi tv americane di diffondere una lettura anglosassone degli eventi nel mondo e in particolare in quello islamico. In occasione di fatti eclatanti, come guerre o attentati, il punto di vista degli arabi sarebbe stato costantemente ignorato o travisato da Cnn e dalle altre tv; senza contestualizzazione, senza equilibrio, senza alcuna empatia quando le vittime non erano occidentali. Secondo Al Ja­zeera era dunque giunto il momento di permettere al pubblico mondiale di poter attingere a una fonte diversa in nome del pluralismo.

Gli inizi furono molto promettenti: Al Jazeera international iniziò a trasmettere nel novembre 2006 e tra i suoi giornalisti di punta annoverava molte grandi firme inglesi e americane, allettate – oltre da stipendi alquanto generosi – dalla prospettiva di poter fare un giornalismo finalmente obiettivo e multiculturale. E con che mezzi: 500 cronisti assunti, 18 uffici di corrispon­denza in tutto il mondo, trasmissioni 24 ore su 24. I primi programmi si rivelarono davvero di qualità con reportage, analisi originali e accurate non solo dal Medio Oriente, ma anche da Africa, Asia, America Latina. Insomma, da quelle regioni del mondo che di solito hanno poca visibilità sulle emittenti occidentali.

Ma poi qualcosa si è rotto: dopo qualche mese l’audience complessiva è risultata molto più bas­sa del previsto, anche per la difficoltà di penetrare il mercato statunitense, dove solo pochi providers via cavo diffondono Al Jazeera International. Oggi la rete in inglese può essere vista da cento milioni di famiglie in sessanta Paesi: tanto, ma non abbastanza per prosperare. I bud­get sono stati ridotti e sono mutate le direttive redazionali: meno libertà di scelta e più disciplina. Con il tempo il quartier generale di Doha ha iniziato a far pressioni, indicando che cosa andasse trasmesso e che cosa no. Insomma, sono iniziate le interferenze politiche sulla reda­zione.

Nei giorni scorsi ben 15 giornalisti hanno deci­so di dimettersi, per ragioni diverse: politiche, editoriali, contrattuali. Poi se n’è andato anche l’americano Dave Marash, il volto più noto del network, con parole che non lasciano equivoci: «La tv che va in onda ora, sebbene eccellente, non è quella per la quale ero stato reclutato». Perché è aumentato il controllo dal Qatar e l’au­tonomia delle sedi distaccate è rapidamente svanita. «Hanno iniziato a decidere quali temi trattare e quale taglio dare ai servizi», ha spiegato Marash «Hanno continuato a coprire tutto il mondo, ma dalla prospettiva e privilegiando gli interessi di Doha». Insomma, l’illusione è svanita. Un colpo per il prestigio di Al Jazeera, che ora deve difendersi anche sul fronte interno: dall’11 marzo è infatti possibile seguire i pro­grammi di Bbc Arabic Television, la tv araba della Bbc.

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