L’occhio dei media sulle presidenziali USA

29 ottobre 2012 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

Sarà anche “poco interessante”, la campagna presidenziale USA 2012, ma neppure stavolta mancano le sorprese. Scende nei sondaggi la capacità di coinvolgere gli americani rispetto al 2008 dello “Yes, we can change” di Obama: solo il 63 per cento di americani definisce “interessante” la sfida, mentre nel 2008 erano ben 71 su 100 i cittadini che si sentivano coinvolti. Parallelamente, diminuisce anche la capacità di traino delle notizie e di converso l’attitudine a seguire le news sulla campagna: rispetto a quattro anni fa 48 statunitensi invece di 61 su 100 seguono attentamente le notizie sulle elezioni. Ma dal punto di vista mediatico, anche in questa tornata elettorale i cambiamenti e i colpi di scena non mancano. Il più eclatante riguarda la rapida risalita di Mitt Romney, fino a qualche settimana fa condannato da una serie di gaffes e dalla loro risonanza mediatica a rincorrere Obama con qualche punto percentuale di distanza.

Sin dal primo dibattito televisivo – a dimostrazione che i media creano e i media distruggono – l’andamento delle preferenze elettorali ha subìto una inversione di tendenza, mostrando la capacità di risalita del candidato repubblicano e costringendo l’incumbent democratico a veder vacillare la propria permanenza alla Casa Bianca. Inoltre, in campo mediatico questa campagna elettorale non ci consegna rivoluzioni, come fecero invece altre elezioni passate introducendo ad esempio i dibattiti televisivi, l’uso della rete o dei social media. Ma per gli osservatori attenti anche questo 2012 consegna una utile cartina di tornasole delle innovazioni in campo mediatico e giornalistico. La conclusione del ciclo di dibattiti presidenziali è l’occasione per far emergere alcuni tratti distintivi.

SMART TV Facebook, twitter e l’intero mondo dei social media è già da tempo chiamato in causa nella campagna elettorale. Nel 2008 Barack Obama ne fece un punto di forza oltre che un potente strumento di raccolta fondi, e tuttora il candidato democratico si distingue per la massiccia presenza e il gradimento sui social network. Ma nel 2012 a maturare è la capacità di integrazione delle diverse piattaforme mediatiche e la ormai consolidata convergenza dei media. Una sinergia evidente in occasione degli eventi-dibattiti, a tal punto che, come abbiamo visto in una precedente analisi per Ejo, lo stesso mondo del giornalismo si interroga sulle potenzialità e i condizionamenti di twitter & co circa la qualità e la autonomia dell’analisi giornalistica. Abbiamo visto Walter Shapiro lanciare l’allarme sui condizionamenti tra ondate di tweet e capacità di osservazione del giornalista, Brendan Nyhan notare la tendenza dell’informazione a convergere sulle impressioni convogliate da twitter, e così altri. Riflessioni tutte da sviluppare, e che richiedono una attenta osservazione delle evoluzioni future. Ma il dato attuale, confermato dal primo all’ultimo dibattito di ottobre 2012, è che in qualunque modo si intersechino, le strade dei social media e dei media tradizionali di certo non potranno più separarsi. La “smart tv”, l’apparecchiatura che integra tv e web 2.0, è di fatto già in tutte le case d’America. Ben la metà degli americani adulti possiede uno smartphone, un tablet oppure entrambi, e fra questi il 66% utilizza l’apparecchio per leggere le notizie: i dati segnalano una crescita notevole rispetto a un anno fa, come rende noto una ricerca congiunta di Pew Center e The Economist. Il consumo delle notizie è sempre più legato al web, così come anche il coinvolgimento politico si esprime sempre più attraverso i social network (ben il 66% di americani li usa a questo scopo). Non stupisce allora che 10 americani su 100 abbiano guardato il terzo dibattito Obama-Romney con un occhio alla tv e un altro ai social media, creando una loro smart tv “di fatto”. Gli effetti della convergenza fra i media sono evidenti: twitter stabilisce i suoi vincitori nei dibattiti, la stampa a sua volta rilancia i tormentoni di twitter, immancabilmente gli spin doctor utilizzano i social media per influenzare le opinioni. Un meccanismo talmente potente che la stessa stampa su carta, pure in altri continenti, discute proprio di questo. Fioccano anche in Italia le analisi sul  rapporto tra spin e tweet e il tam tam degli hashtag di moda su twitter, come l’horses and bayonets che ha fatto il successo di Obama al terzo dibattito.

CONVERGENZE

Ma le convergenze in questa campagna elettorale non riguardano solo gli strumenti e l’uso dei media. Coinvolgono ad esempio anche i linguaggi e i discorsi dei candidati, oltre che il loro riflesso sulla stampa e sui media in genere. Fin dal primo dibattito il riferimento più ricorrente da parte dei contendenti è stato quello alla “classe media”, corteggiata da entrambi. Spesso Romney ha sfoggiato le proprie capacità di mediazione fra i due campi repubblicano e democratico. Ancora di più nel terzo dibattito, riguardante la politica estera, sono stati non pochi i punti di vista e gli approcci comuni. Il ritmo del confronto televisivo, anche se vivacizzato da qualche attacco sferzante, è apparso spesso come un susseguirsi e un rincorrersi di posizioni non troppo distanti. Gli “I agree” di Romney sono diventati un ennesimo tormentone mediatico. Un avvicinamento di posizioni che da tempo non sfugge ai politologi – Anthony Downs già nel 1957 osservava che la convergenza programmatica al centro è stimolata nel caso di competizioni bipolari – e che non è sfuggita agli osservatori della stampa internazionale, come in Italia Massimo Gaggi che sul Corriere ha parlato di una “stessa idea di mondo”. Ancora a proposito di convergenze, i tre dibattiti hanno coinvolto i media di tutto il mondo ed europei in primis, assidui frequentatori della campagna americana, come dimostra la risonanza mediatica attribuita da web, stampa e tg al primo e ai successivi dibattiti. Il “duello” di Boca Raton del 22 ottobre costituisce un ulteriore esempio dell’attenzione dei media internazionali. Dal punto di vista di chi in America vive, la politica estera non è certo l’argomento più coinvolgente: il podio spetta all’economia, e non a caso di solito l’ultimo dibattito riguarda questo o altri aspetti di politica interna. Ma dal punto di osservazione di chi si trova fuori dagli Stati Uniti, la gara tra Obama e Romney per aggiudicarsi il ruolo di leader mondiale è stata certamente molto interessante. Non a caso l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha commentato che i due contendenti parevano gareggiare “su chi si sarebbe mostrato più duro con la Cina”, la stessa Columbia Journalism Review dagli Stati Uniti ha fatto notare la subalternità assegnata all’Africa nel dibattito,  mentre la stampa europea ha messo in rilievo l’assenza dell’Europa fra i temi affrontati nel confronto (si veda ad esempio “L’assenza dell’Europa” di Rampini in prima pagina su Repubblica del 24 ottobre). Ciascuno a suo modo scontento di come è (o non è) stato  oggetto del dibattito, nessun Paese del mondo – e nessun medium internazionale – ha in ogni caso contraddetto l’assioma di fondo: la scelta del Presidente degli Stati Uniti condiziona di fatto gli sviluppi internazionali. Mediaticamente, e non solo.

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