Per Pubblico il valore della carta
è ancora irrinunciabile

19 settembre 2012 • Giornalismo sui Media • by

Dalla diaspora della sinistra prende oggi il via una nuova avventura editoriale. Pubblico, quotidiano diretto da Luca Telese, co-fondatore de Il Fatto da cui si è separato nel corso dell’estate per divergenze con Marco Travaglio, si presenta come un prodotto integrato carta-digitale. Una logica che sembrava dovesse essere forzatamente adottata dalla stampa tradizionale, ma che si pensava ormai superata per coloro interessati a proporre ex novo prodotti di informazione. La riflessione che si è andata caratterizzando negli ultimi tempi ha sempre sottinteso l’implicito azzeramento dei costi associati al ciclo della filiera cartacea a favore di investimenti dedicati alla creazione di un sistema giornalistico solo digitale. Eppure, come dimostrato dalla storia de Il Fatto, la carta risulta ancora una risorsa irrinunciabile.

E non centra la storia delle sovvenzioni pubbliche, sia Il Fatto sia Il Pubblico sono estranei al gioco dei contributi governativi. Evidentemente per creare un legame vero con un pubblico il più ampio possibile la carta non può essere dismessa. La carta serve ancora per creare una identità forte e risulta essere vitale alla sostenibilità di un piano economico.

La ricetta de Il Pubblico? Un assetto editoriale competitivo in termini di costi e la volontà di puntare a un target molto focalizzato, appartenente a un’area progressista attualmente orfana di riferimenti editoriali. Per Pubblico è poi importante intercettare tutta quell’area di lettori in uscita dai grandi quotidiani. Insomma il ragionamento è che in Italia esiste ancora un potenziale bacino di lettori, lettori disposti a pagare e comprare un giornale nel momento in cui viene loro offerto un prodotto di informazione all’altezza di desideri e aspettative.

Il prezzo di copertina è fissato a 1,50 euro e la sostenibilità del progetto è valutata nell’ordine delle 10-15 mila copie vendute. L’investimento iniziale è di 750mila euro mentre la redazione è formata da un numero di circa 30 giornalisti, tra interni e collaboratori.

Pubblico si inserisce, quindi, in una logica di prodotti micro-editoriali, capaci di sostenersi grazie a bassi costi di gestione (la foliazione si aggira sulle 20 pagine) e una integrazione dei canali di distribuzione, cartacei e digitali. Insomma, una formula del piccolo è bello e, soprattutto, sostenibile. Quanto meno queste sono le aspirazioni.

Un progetto, quello di Pubblico, che prende le distanze da iniziative solo digitali, come quelle di più recente creazione, come Linkiesta e Il Post. Queste ultime, per quanto abbiano tentato una proposizione originale dei contenuti, stanno vivendo una situazione economica alquanto complessa. Fenomeno che evidenzia come i proventi online – tranne rare, rarissime eccezioni – non sono ancora in grado di supportare attività giornalistiche a tutto tondo. Tuttavia il progetto Pubblico di Telese è denso di incognite e il modello di business adottato tutto da provare.

Per quanto riguarda la scelta dei contenuti e lo stile giornalistico il giornale propone approfondimenti sui temi del sociale e della politica che potrebbero tranquillamente essere pubblicati in un magazine settimanale. Ma per creare un’identità, è la tesi che sembrerebbe sottintendere l’iniziativa, serve un contatto Pubblico quotidiano.

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