Più connessi, ma più spaventati: i media in Medio Oriente

31 agosto 2015 • Giornalismo sui Media, Più recenti • by

Cinty Ionescu / Flickr CC

Cinty Ionescu / Flickr CC

Il ruolo giocato dai social media in occasione delle primavere arabe nel 2011 è stato probabilmente esagerato dagli osservatori occidentali, ma il nuovo report Media Use in the Middle East rivela come Facebook, Twitter e Instagram stiano profondamente cambiando il panorama mediatico nella regione.

Lo studio, analizzando l’utilizzo dei media, la libertà di stampa e la credibilità degli organi di informazione negli Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Tunisia e Libano, ha riscontrato come “i social media siano diventati sinonimo di Internet” e come l’essere connesi “permei la cultura araba”.

La maggioranza (79%) delle persone coinvolte nello studio usano infatti queste piattafome per messaggiare direttamente “almeno una volta al giorno” con poche variazioni per quanto riguarda il genere o l’età.

Lo studio dà anche evidenza a come ci siano grandi differenze nell’uso di Internet e dei social media tra i diversi paesi del Medio Oriente. L’uso più ampio è infatti registrato negli Emirati, in Qatar e in Arabia Saudita, mentre in Egitto, Tunisia e Libano i numeri sono più bassi, per quanto progressivamente in crescita. In Egitto, in particolare, l’utilizzo di Internet è raddoppiato passando dal 22 al 45% della popolazione complessiva negli ultimi due anni, mentre in Libano la penetrazione del web è invece cresciuta dal 58 al 79% nello stesso periodo.

Inoltre, è interessante notare come la maggior parte delle persone nei paesi analizzati acceda a Internet con gli smartphone piuttosto che da un computer o da un laptop. Il report, realizzato da Everette Dennis, Justin D. Martin e Robb Wood della Northwestern University in Qatar, è stato presentato di recente all’American Journalism Educators’ Conference di San Francisco ed è stato realizzato per il terzo anno consecutivo ed è quindi possibile comparare dati sulla regione anche in prospettiva.

Ad esempio, i ricercatori hanno potuto riscontare come la libertà di espressione (definita nel report come “it is okay for people to express their ideas on the internet, even if they are unpopular”, nda) sia rimasta stabile in quattro dei sei paesi analizzati dal 2013 ma è diminuita in modo significativo in Arabia Saudita (del 10%) e in Tunisia (del 20%). Il numero di persone che supportano la libertà di espressione si è rivelato essere più alto tra coloro che hanno frequentato l’università.

Nel report si legge anche come circa la metà (48%) dei partecipanti ritenga che Internet, nei loro paesi, dovrebbe essere più regolamentato, anche se questo desiderio varia dal 67% del Qatar al 35% degli Emirati. Solo due cittadini su cinque (39%) hanno detto di sentirsi “a loro agio nell’esprimere le proprie opinioni politiche online”, un dato che è sceso rispetto al 44% del 2013. Meno della metà (45%) dei partecipanti, invece, ha detto di sentirsi al sicuro nell’esprimere online la propria opinione sulla politica, un altro dato in diminuzione rispetto al 2013, in cui il report registrò un più alto 48%. Questi dati variano da paese a paese.

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“I due paesi più colpiti dalle proteste, Egitto e Tunisia, hanno visto le decrescite maggiori in termini di persone che si sentono a loro agio nell’esprimere opinioni politiche. La Tunisia ha fatto registrare la decrescita più sensibile, mentre in Egitto le autorità non hanno consentito di porre la domanda in assoluto”, si legge inoltre nel report.

Poco più di un terzo (35%) dei partecipanti, inoltre, è preoccupato dalla possibilità che il governo possa monitorare le sue attività online. I cittadini nei paesi arabi analizzati, ad ogni modo, “si fidano generalmente degli organi di stampa” e 7 su 10 (69%) sostengono di “fidarsi che i mass media riportino le notizie complessivamente, accuratamente e in modo equilibrato”, senza particolari variazioni sulla base del titolo di studio dei partecipanti.

Bisogna notare come la stampa in Europa e negli Usa, frequentemente critica ma anche guidata dalla massimizzazione dei click e dalla ricerca di aumenti negli introiti pubblicitari, può solo sognare risultati così positivi circa la fiducia nei confronti dei media. Si è infatti sempre sostenuto che i Paesi con economie stabili e prospere avessero anche i media di più alta qualità e più credibili rispetto a quelli caratterizzati dall’instabilità, proprio come Egitto, Libano e Tunisia.

I cittadini dei paesi del Golfo (Emirati, Arabia Saudita e Qatar) tendono ad avere un’opinione più positiva nei confronti dei loro media: la maggioranza, infatti, sostiene che gli organi di stampa siano complessivamente credibili. In ogni caso, gli egiziani, i libanesi e i tunisini esprimono minore fiducia nei confronti dei loro organi di informazione nazionali, con meno della metà a esprimersi favorevolmente nei confronti delle testate giornalistiche.

Il livello di libertà di stampa nei singoli paesi, comunque, non sembra essere connesso con quanto i cittadini credono nei media. Secondo il ranking annual di Reporters without Borders, il Libano (al 98esimo posto) ha “notevoli problemi” di libertà di stampa, il Qatar (115esimo), gli Emirati (120esimi) e la Tunisia (126esimi) hanno invece “una situazione difficile”, mentre in Egitto (158esimo posto) e Arabia Saudita (164esimo) la situazione è considerata “molto seria”.

I ricercatori hanno incluso nel report anche le restrizioni che si sono visti imporre dai governi in alcuni paesi: non è possibile condurre sondaggi in Iran, Iraq e Yemen, in Egitto molte domande sono state censurate, mentre in Arabia Saudita le condizioni di lavoro sono state sorprendentemente favorevoli.

La ricerca, che è stata finanziata dal Qatar National Research Fund, ha anche riscontrato come gli utenti più giovani nella regione siano complessivamente i più disposti a pagare per le news online che le fasce di età più alte. La commedia, come in Occidente, è il genere più in crescita tra le abitudini mediatiche anche nel contesto arabo. Gli utenti più giovani (18-24 anni), ad esempio, usano Internet per guardare contenuti di questo tipo più frequentemente che quelli di 45 o più anni ed è stato riscontrato anche come le donne (79%) siano più propense a guardare commedie in televisione degli uomini (72%).

A parte i dati di per sé, la ricerca è anche interessante per il modo innovativo in cui presenta i suoi risultati. I lettori possono “giocare” con il sondaggio, combinando diversi data set o seguire collegamenti tematici per comparare i risultati, al fine di portarli alle loro conclusioni.

Articolo pubblicato, in una versione lievemente differente, sulla Neue Zürcher Zeitung il 22 agosto. Articolo tradotto dall’originale tedesco

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