Presidenziali americane: l’ora del confronto

11 ottobre 2012 • Giornalismi, Giornalismo sui Media • by

Il confronto con il futuro richiede allenamento, che si tratti del prossimo Presidente degli Stati Uniti oppure del giornalismo che verrà. E’ per questo che non solo gli staff e i due candidati, il repubblicano Mitt Romney e l’incumbent democratico Barack Obama, ma anche i media e il mondo del giornalismo hanno dedicato molto più di un giorno di attenzione alla prima sfida in tv tra i candidati alla presidenza Usa 2012.

Dei tre dibattiti televisivi che scandiranno il percorso fino alle elezioni presidenziali di novembre, il primo ha lasciato il segno e prima ancora di cominciare ha assunto i tratti di evento mediatico internazionale. L’ora del confronto televisivo è decisiva e comincia in realtà, per eco mediatica, giorni prima, per poi terminare non meno di una settimana dopo l’ora della sfida. A colpi di schermo si può perdere o vincere una elezione, e la storia recente lo dimostra. Ma è soprattutto tra due candidati che si è giocata la sfida più interessante il 5 ottobre 2012. A Denver, in Colorado, si sono fronteggiati anche il giornalismo che è stato e quello che verrà.

Nella contesa per la Presidenza americana i media creano e i media distruggono: lo abbiamo visto in una precedente analisi su Ejo, e la regola vale ancora di più per i dibattiti televisivi, vero e proprio giro di boa della campagna elettorale. Il momento è considerato talmente decisivo che dopo il primo dibattito nel ’60, lo storico Kennedy vs Nixon vinto dal democratico, per un lungo periodo successivo e fino al Carter vs Ford del ’76, i candidati più forti hanno scansato l’appuntamento per non rischiare una débacle dell’ultimo minuto. L’evento fa parlare di sé, nel breve periodo può favorire un candidato rispetto all’altro, e inoltre incide soprattutto sulla fascia di indecisi: una performance positiva ha riscontri visibili nei sondaggi, anche se difficilmente sposta le preferenze di chi è già chiaramente orientato su un candidato. La vera arma vincente è mostrarsi presidential, comportarsi da futuro Presidente: un obiettivo non scontato neppure per l’incumbent, il candidato in cerca di una riconferma alle urne.

CHI VINCE?

Per questo i due contendenti attraversano ore di preparazione all’incontro, vengono seguiti dal loro staff, a sua volta impegnato a fare del proprio meglio ad esempio stemperando le aspettative e costruendo così il terreno per il gradimento della performance. Allo stesso modo i media, americani e non solo, partecipano di questa attesa. Sulla stampa, in tv e online fioccano le analisi della gestualità, gli excursus sui dibattiti che hanno fatto la storia, i consigli per i candidati, i suggerimenti sulle domande da porre,  le analisi dei punti deboli dei contendenti, le strategie dei loro staff: questi sono solo sei dei temi ricorrenti sui media nei giorni che precedono la fatidica ora. Il dibattito in sé poi catalizza grande attenzione. Secondo i dati della compagnia di rilevazioni Nielsen, questo confronto televisivo del 2012 è stato il più seguito negli Stati Uniti dopo quello del 1980: più di 67 milioni di persone si sono sintonizzate da casa sul match tv, per non parlare di chi ha guardato il confronto al tavolino di un bar o attraverso la rete. In un’ora e mezza, divisa in blocchi da sei, le due Americhe democratica e repubblicana si sono confrontate sulla politica interna e in particolare su economia e sanità. L’uno contro l’altro, è andato in scena un Obama dai toni pacati e con lo sguardo rivolto alla platea di americani, e avverso a lui, un Romney smagliante nonostante le clamorose gaffes dei giorni precedenti, più aggressivo dell’avversario nei toni, con gli occhi puntati sul Presidente in carica. I discorsi del repubblicano, a partire dal linguaggio e dall’uso dei soggetti, hanno fatto appello alla individualità e alla libertà del singolo piuttosto che alla collettività: l’”io” di Romney e i casi di singoli cittadini da lui chiamati in causa, contro il “noi” americani o il “voi” elettori dello stile scelto da Obama. Uno scontro di visioni e di linguaggi che ha trovato però anche ricorrenti punti di mediazione, oltre a quelli di differenziazione. Da notare ad esempio la frequenza con cui entrambi i candidati hanno nominato e chiamato in causa “la classe media”. Chi ha vinto fra i due? A dibattito terminato, il responso è circolato immediatamente, diffondendosi in tv, sulla rete, sulla stampa online e poi su quella di carta, con risonanze immediate sui media internazionali: Romney è stato incoronato vincitore della serata. Una medaglia assegnata con immediatezza e univocità, a tal punto da mettere in rilievo una delle caratteristiche del dibattito in quanto evento mediatico.

NUOVA GENERAZIONE

Come può infatti il giornalismo e il mondo dei media mettersi d’accordo a livello globale e fotografare in un’istantanea il vincitore? Come si forma il responso? Attraverso l’analisi, qualche sondaggio di prima battuta, la selezione di alcuni frammenti del dibattito che vengono investiti di maggiore portata significativa. Ma non solo… Vale la pena citare il racconto in prima persona di Walter Shapiro, cronista politico di rilievo. Sulle colonne della Columbia Journalism Review, nel ricordare la sua esperienza ai dibattiti come giornalista sin dagli anni Ottanta, Shapiro tratteggia una professione che cambia e che rischia di lasciare per strada un po’ di autonomia di valutazione e una certa dose di capacità di analisi. Con i titoli da trovare in fretta e in mezzo al trambusto del dibattito presidenziale, “è difficile trovare un pensiero originale  e capacità di riflessione”, conclude Shapiro ammonendo le nuove leve del giornalismo. Le sirene che favoriscono l’immediatezza del responso, e allo stesso tempo sono accusate di distrarre dall’analisi profonda, sono anzitutto loro: i social media e tutti gli altri strumenti istantanei digitali. Questo è del resto il tratto saliente dell’evento-dibattito nel 2012, con tutti gli aspetti positivi e anche criticabili di un mondo dell’informazione che si trasforma. Tra le porte che il digitale ha spalancato, c’è ad esempio la verifica in tempo reale della veridicità di ciò che i candidati affermano, ovvero il “fact checking”, una abitudine del mondo dell’informazione statunitense, ancora poco consolidata invece nella maggior parte dei Paesi europei. Oltre ai fact-checks del dibattito, il giornalismo digitale si traduce in una opportunità di informazione partecipata e anche in una maggiore possibilità di contatto diretto con le percezioni del pubblico. Non a caso è su twitter e sui social media che i sostenitori dei candidati fanno il tifo per i loro preferiti, che gli staff tentano di influenzare le opinioni, e che i giornalisti a loro volta possono cogliere le percezioni immediate nel corso dell’evento. Ma una somma di tweet non fa necessariamente un’opinione valida: sta al giornalista dare spessore critico alla sua analisi, capace a sua volta di condizionare le opinioni e di fare tendenza mediatica. Brendan Nyhan, politologo ed esperto di media, nota in relazione al dibattito presidenziale la tendenza dei media a convergere invece sulle narrazioni e le interpretazioni offerte in tempo reale su twitter. Lo stesso Nieman Journalism Lab dell’Università di Harvard non esita a puntare l’attenzione proprio sulla veste digitale del dibattito. Certo è che l’evento mediatico ci presenta un giornalismo di nuova generazione, per quanto in fase adolescenziale.  Il risultato è apparentemente paradossale: per via di blog, social media e digitale, sono rapidissimi i tempi di analisi e di informazione. E anche la capacità di convergenza appare sorprendente. Allo stesso tempo e di pari passo con questa rapidità, più l’evento si fa globale e circola su web e media di tutto il mondo, più la durata dell’evento in termini mediatici si protrae, si fa lunga e persistente.

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