Glenn Greenwald, un libro per capire il Datagate

27 maggio 2014 • Giornalismo sui Media • by

Uno dei leitmotiv più riccorrenti in No place to hide, il nuovo libro di Glenn Greenwald dedicato al Datagate (in Italia esce per Rizzoli), è il tentativo – ancora necessario – di contestualizzare le rivelazioni di Snowden nella cornice che più è loro: quella che coinvolge tutti i cittadini e gli utenti di Internet nella globalità dello scandalo e delle sue ripercussioni. Critici e minimizzatori hanno usato ogni mezzo possibile per cercare di discreditare o sminuire la fonte (Snowden), il messaggero (Greenwald e le testate che hanno pubblicato) e il contenuto (la sorveglianza globale) di quello che a tutti gli effetti è uno dei casi giornalistici più importanti della storia recente, già premiato con un doppio Pulitzer per il “servizio pubblico” prodotto.

Il libro di Greenwald, in questo, è un efficacissimo canale di diffusione di questi argomenti. Il testo, infatti, ripercorre tutto l’affaire Snowden dai suoi albori fino ai più recenti sviluppi, facendo luce su come le rivelazioni siano diventati articoli giornalistici, su come Edward Snowden abbia cercato di raggiungere Greenwald già a fine 2012 e, soprattutto, fornisce nuovi dettagli inediti sulle attività di spionaggio della Nsa e le altre agenzie coinvolte – qui raccolti da Fabio Chiusi -, le cui relative slide sono consultabili dal sito del giornalista americano. Anche per chi ha seguito l’evolversi delle rivelazioni dall’inizio e con costanza, leggere il libro di Greenwald costringe di nuovo a porsi di fronte all’enormità delle cose che racconta e che abbiamo scoperto, ribadendo ancora una volta quanto i programmi di sorveglianza della Nsa e del GCHQ britannico come Boundless Informant, Prism, Blarney, Tempora e X-Keyscore rientrino in un disegno chiaro che una slide dell’Nsa resa nota da Snowden riassume perfettamente: “Perché siamo interessati all’Http? Perché quasi tutto quello che un utente tipo su Internet usa l’Http”.

Nel fare questo,Schermata 2014-05-22 alle 17.01.49 il grande merito del libro di Glenn Greenwald è infatti mettere tutto insieme nel medesimo corpus di contenuti, raccogliendo quanto altrimenti si potrebbe correre il rischio di perdere nell’aggiornarsi dei titoli di giornale e delle rivelazioni. E se ripercorrere tutti i programmi di sorveglianza insieme e i numeri di dati raccolti dà quasi un senso di spaesamento, il messaggio del libro rimane sempre chiaro in ogni pagina: il Datagate riguarda tutti ed è solo con la consapevolezza del problema che se ne può venire fuori e formulare una risposta che sia culturale e politica.

No Place to Hide dice soprattutto tanto anche sul giornalismo, uno dei tanti aspetti che sono usciti stravolti dal ciclone Snowden. Sulla scia delle rivelazioni, infatti, soprattutto negli Usa e nel Regno Unito, il giornalismo stesso si è trovato messo in discussione da numerosi punti di vista: attaccato, paragonato al terrorismo, censurato ed esposto a pericoli che non sembravano più compatibili con la democrazia. L’ultimo capitolo del libro, intitolato “Quarto potere”, ripercorre i momenti di massima tensione del Datagate, ricordando la detenzione di David Miranda all’aeroporto di Londra, la distruzione degli hard disk voluta dai servizi inglesi nella redazione del Guardian e gli attacchi inviati a Greenwald e Snowden anche da ampi settori della stampa Usa, in un’inedita “guerra” di giornalisti contro giornalisti. Oltre alle pericolose accuse di spionaggio rivolte alla fonte del Datagate e ad altri whistleblower dall’amministrazione Obama, a cominciare da Chelsea Manning.

Ma Edward Snowden, oltre al dibattitto che – almeno negli Usa – ha messo la tutela dei diritti digitali e della privacy, ne ha scatenato almeno un altro, tutto interno al mondo dell’informazione: le rivelazioni sulla sorveglianza globale hanno infatti costretto la stampa Usa a un ragionamento su stessa e sul suo ruolo come watchdog del potere. Nel suo libro, Greenwald torna su quanto da lui sostenuto nell’ormai famosissimo confronto con Bill Keller dell’ottobre scorso ribadendo la sua visione di un giornalismo aggressivo, adversarial e pronto a mettere a nudo le incongruenze e gli eccessi della politica. A detta di Greenwald è proprio nel vedere nel potere un “avversario” che si riscontra il ruolo storico nel giornalismo nell’era del controllo digitale, una visione agli antipodi con quanto sostenuto di recente da Michael Kinsley che, proprio recensendo il libro sul New York Times, ha sostenuto che spetterebbe al governo la decisione finale su quali documenti possano o non possano essere pubblicati.

Ed è proprio questa impostazione che, continua Greenwald, ha portato alla frequente minimizzazione del Datagate e alla demonizzazione delle personalità che ne hanno reso possibile la pubblicazione, a cominciare da Snowden stesso, bollato come spia per giungere fino ad Alan Rusbridger, direttore del Guardian, che si è persino sentito chiedere in tribunale se, alla luce di quanto pubblicato dal suo giornale, davvero amasse il suo paese.

In questo senso, l’uscita del libro di Greenwald potrebbe anche rappresentare una svolta nella comunicazione dello scandalo, soprattutto in Italia, dove l’attenzione nei confronti del Datagate è stata insufficiente e il dibattito, con ogni probabilità, ristretto ai soli addetti ai lavori. Come democrazia, necessitiamo di far luce su questi aspetti, sul coninvolgimento dell’Italia (ribadito in più passaggi anche nel libro) e sulle risposte che la politica non ha saputo dare o voluto pretendere. Ma potrebbe rappresentare anche un passo avanti verso la creazione di un’ effettiva cultura del whistleblowing come pratica di trasparenza, in un contesto come quello italiano dove la parola whistleblower non ha nemmeno una traduzione. Una traduzione che, però, non serve necessariamente.

Troppo spesso, infatti, si è letto nelle cronache italiane del Datagate di Snowden e Chelsea Manning come di “talpe”, definizione con connotazioni negative che si rifanno all’ambito dello spionaggio, già ampiamente e giustamente criticate, e che ben poco hanno a che vedere con il concetto stesso di whistleblowing. Peccato quindi che anche la traduzione italiana del libro di Greenwald commetta spesso lo stesso errore, facendo in diverse occasioni del whistleblower Edward Snowden, la talpa Edward Snowden. No Place to Hide rimane comunque un libro importantissimo e una lettura fondamentale per mettere finalmente a fuoco uno dei casi che più contribuirà a plasmare il nostro rapporto con Internet in futuro, i diritti digitali e, soprattutto, il modo in cui il giornalismo ci racconterà tutto questo.

Photo credits: Gage Skidmore / Flickr CC

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