“Scegliete!” la buona televisione

27 luglio 2011 • Editoria, Giornalismo sui Media • by

È il messaggio contenuto nel pamphlet di Paolo Ruffini edito da “add” nel quale il direttore di Rai3 raccoglie alcune considerazioni sulla buona televisione e il suo lavoro per il servizio pubblico italiano. Il libro ha il pregio del tempismo, pubblicato a ridosso dell’ennesimo scontro in casa Rai sulle improvvise fuoriuscite di Saviano e Santoro e sul sempreverde scontro su rapporti tra politica e informazione. Il libro di Ruffini fa dei distinguo tra buona e cattiva televisione e marca quel confine netto che ha portato in anni recenti la piccola Rai3 a superare gli ascolti delle ammiraglie della tv pubblica e privata italiana: la libertà di fare delle scelte precise. Rai3 ha avviato una narrazione diretta ai propri spettatori, scegliendo di raccontare la realtà e il mondo piuttosto che chiudersi nel racconto della televisione stessa. Senza mai demonizzare, anzi cercando lo share, misurandosi con i diversi linguaggi e i codici della televisione senza mai rifiutarli. Il recente successo del programma evento Vieni via con me e i costanti ottimi risultati di ascolto di trasmissioni engagé quali Report e Che tempo che fa, indicati da Carlo Freccero come la vittoria della realtà sui reality, sono per Ruffini la dimostrazione di come la tv racconti la vita e quanto stretto sia il suo legame con la “verità del nostro tempo”.

Quei programmi hanno riempito il vuoto lasciato dalla fine del modello televisivo illusionistico cui siamo stati abituati e su cui troppo spesso le reti italiane si sono appiattite. Ora che il paradigma è mutato e il paese si è scoperto in crisi e indebitato, Fazio e Saviano hanno avuto successo, battendo il Grande Fratello di Mediaset, perché hanno “messo in scena la nostra voglia di ricostruirci”.

Costruire un argine a quella deriva illusionistica era per Ruffini lo statement del progetto Rai3 di buona televisione. In Scegliete! è presentato il paradigma di una televisione condivisa e libera, non autoreferenziale, capace di ospitare voci critiche; vedendoci non un motivo destabilizzatore ma al contrario la conferma di aver svolto un buon lavoro, sviluppando domande e dibattito, occasioni di democrazia. “Un editore che non può scegliere liberamente al massimo è un tipografo” ed è per questo che senza scelte, senza identità forti, la televisione smarrisce la sua vocazione narrativa, perdendosi nell’afasia e nel non dire niente per non scontentare nessuno, o peggio nell’ospitare tutte le opinioni per non esprimerne alcuna, come se esistesse un solo canale. La televisione deve avere il coraggio di scegliere, dice Ruffini, perché “la scelta di libertà è a suo modo una scelta netta, radicale” e, aggiunge, “non si può essere moderatamente liberi”. Alla televisione, per le responsabilità connesse al suo potere e ai suoi numeri, non può spettare solo il compito di aumentare l’audience abbassando sempre più il “denominatore cognitivo”, così facendo tradirebbe se stessa. In una democrazia evoluta, dove il servizio pubblico ha la libertà e il dovere di vigilare sull’operato del governo, anche le voci più critiche trovano posto senza spaventare. Criterio di scelta che spetta anche ai telespettatori, chiamati ad esprimere delle preferenze, ad accettare o rifiutare ciò che viene loro proposto, uscendo dal pregiudizio antitelevisivo che vuole tutta la televisione uguale e da buttare. Spingendosi fino alla legittima ed estrema scelta di non guardarla.

Nella sua a volte fin troppo esplicita semplicità, il libro di Ruffini corre il rischio comune a tutte le considerazioni di buon senso fatte nell’eterno dibattito sulla televisione in Italia: diventare l’opinione espressa di una parte nell’eterna lotta Berlusconi vs. Rai e Rai vs. Berlusconi, ennesima conseguenza delle eccessive influenze politiche del sistema tv a tutti i livelli e della particolare situazione di ownership dei due poli. Non solo di questo parla Scegliete!, bensì di un’idea più laica di televisione dove Rai3 non debba essere considerata una riserva indiana e il sistema televisivo non il teatro di “scontro di tante minoranze nel nome delle rispettive identità”. E dove si possa anche ragionare sul futuro del medium.

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