Spotus.it, qualcosa di più di uno spot?

5 maggio 2010 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

L’idea di Spot.us è generare un flusso di informazione non necessariamente prodotto da giornalisti professionisti: l’importante è il contenuto, la qualità… Utopia?

Anche in Italia prende il via l’iniziativa Spot.us seguendo le impostazioni e la storia del sito americano. L’idea è avere uno spazio per proporre giornalismo d’inchiesta indipendente. Ma esiste realmente in Italia un’opportunità di questo tipo? Soprattutto, esiste una rete di finanziatori, disposti a sostenere un costo nella realizzazione di un prodotto giornalistico al di fuori degli schemi della tradizione editoriale? In termini professionali, in Italia, il problema del giornalismo non è una scarsità di risorse, ma un eccesso di risorse. Sono già troppi i giornalisti contrattualizzati, tanti i giornalisti precari.

Le organizzazioni editoriali non sono economicamente in grado di sostenere redazioni ereditate dal passato. Esiste un surplus di forza lavoro che non riesce a essere ricollocata, basti pensare al numero di giornalisti estromessi dalle redazioni in questi ultimi anni. E’ davvero difficile pensare che possa nascere la necessità o la volontà di appoggiarsi a strutture di questo tipo. Le risorse interne sono contingentate. E comunque è un problema di costi. Se davvero un giornale dovesse esternalizzare una componente di produzione giornalistica lo farebbe per risparmiare offrendo proposte di collaborazione a prezzi inferiori alla media di mercato.

Certo, l’idea di Spot.us è trovare un circuito di finanziamento alternativo, siano essi comuni cittadini, associazioni, fondazioni, così come un canale di diffusione alternativo. Uno stile e un approccio molto distante dalla cultura italiana. Può essere un’occasione per verificare davvero se esistono condizioni che possano promuovere la produzione di un giornalismo che nasce da una domanda del pubblico o dei singoli giornalisti. Non deve poi essere sottovalutato un aspetto: le inchieste costano, il giornalismo costa. Una cosa sono le opinioni, i blog, una cosa è l’impegno che richede la stesura di una vera e propria inchiesta.

L’idea di Spot.us è generare un flusso di informazione non necessariamente prodotto da giornalisti professionisti: l’importante è il contenuto, la qualità.. Utopia? Può nascere un giornalismo spontaneo non strutturato, slegato da una logica redazionale? Oppure, molto semplicemnte, può essere un tentativo per dare opportunità alla folta schiera di freelance di confrontarsi con il mercato. Tutti – sottintende il messaggio di Spot.us – possono cimentarsi in iniziative del genere. Vero, non vero?, Ma se lo si fa per professione deve essere garantito un compenso minimo di sopravvivenza. Rispetto a quest’ultimo tema la formula di Spot.us non garantisce nulla. E’ un po’ come mettere all’asta un prodotto su eBay: chi offre di meno?

La mia opinione è che iniziative di questo tipo andrebbero inquadrate all’interno di un approccio più strutturato: chi mette i soldi in un servizio o inchiesta proposti da una persona di cui non sa nulla? Non si sa come lavora, non si conoscono le sue capacità , le sue esperienze… Insomma ci dovrebbe essere un diverso rapporto domanda-offerta, una redazione giornalistica che vaglia le proposte e le filtra, che funga da intermediario rispetto ad altre realtà editoriali. Se invece si vuole puntare al giornalismo dal basso, al citizen journalism, d’accordo, si può provare, ma un’iniziativa basata unicamente sullo spontaneismo lascia perplessi.

Eccessivamente critico? Probabilmente sì. Ovviamente mi auguro che Spot.us possa avere il successo che si merita, ma sarebbe interessante allargare il dibattito e avere pareri diversi.

Secondo quanto affermano gli autori , Spot.us “vuole permettere ai cittadini, alle associazioni, ai gruppi che si auto-organizzano sul web, ai comitati che sempre più nascono nel territorio di far conoscere storie, problemi, fatti e misfatti che permeano il quotidiano di molti di noi. Partendo dal contributo dei cittadini, dalle loro segnalazioni e dalle loro proposte vogliamo cercare di ricreare le condizioni per far rivivere il giornalismo d’inchiesta, ormai sull’orlo dell’estinzione, attraverso una nuova forma di finanziamento dal basso. Per fare questo, per approfondire, per indagare, per andare oltre la superficie chiamiamo in causa reporter, siano essi giornalisti, freelance o professionisti della nuova informazione come i blogger che avranno la possibilità di adottare un’inchiesta proposta da un cittadino o di proporne una, chiedendo aiuto non solo finanziario ai cittadini e a eventuali testate giornalistiche interessate”.

Ed ecco il meccanismo a cui è ispirata l’iniziativa, così come descritto nel sito:

Due possibilità di generazione della domanda:

  • Un cittadino (anche a nome di associazioni, comitati, gruppi online) sollecita un’inchiesta su un dato tema.
  • Un reporter adotta un’inchiesta proposta da un cittadino o ne propone una, fissando il costo necessario per la sua realizzazione (+ un 20% necessario a coprire i costi delle commissioni Paypal e la remunerazione del redattore che supervisionerà l’inchiesta).

Le fasi successive:

  • La proposta d’inchiesta è ora nella fase “promesse di donazione”: viene espressa solo una promessa di finanziamento, nulla viene versato.
  • Se il costo dell’inchiesta viene coperto dalle promesse, parte la fase di finanziamento vero e proprio. I “promettenti” vengono avvisati con una email che è tempo di mantenere la promessa (ovviamente non vi è alcun obbligo, se non quello morale). Anche chi non ha promesso può finanziare l’inchiesta. Possono essere donati 5, 10, 15, 30, 50 euro a testa.
  • Se una testata è interessata all’inchiesta, può finanziarla a partire dal 50% del costo, ottenendo la possibilità di supervisionarla e di pubblicarla in anteprima.
  • Se l’inchiesta è finanziata, un redattore si mette in contatto con il reporter proponente, seguendolo e spronandolo durante la realizzazione, invitandolo a scrivere sul suo blog per tenere aggiornati gli utenti o per chiedere aiuto, sotto forma di informazioni, alla comunità di Spot.Us Italia.
  • L’inchiesta realizzata viene controllata e sottoposta a editing dal redattore; quando il livello qualitativo viene ritenuto accettabile, l’inchiesta viene pubblicata su Spot.Us Italia sotto licenza Creative Commons.

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  • Antonio Rossano

    Sono Antonio Rossano, presidente dell Associazione Pulitzer, non-profit, che si occupa del sostegno alla libertà di informazione.
    Nell’ ambito dell iniziative da noi promosse, a marzo 2010 abbiamo pubblicato in italia, prima di chiunque altro, inclusa la stessa spotus.it, una piattaforma per crowdfunding nel mondo dell’ informazione, giornalismo e comunicazione.
    Debbo innanzitutto fare una precisazione, che però non toccherebbe a me.
    Spotus.it non è la filiale italiana di Spot.us, bensì la “riproposizione” di quella idea in Italia, utilizzandone come buon punto di partenza, il nome.
    Ma di Spot.us, Spotus.it ha solo il nome: non è un progetto non profit, bensì una impresa con obiettivo di fare profitto, sebbene, precisano i suoi fondatori, disposti a reinvestire il 70% dell’ utile nel sostegno di queste attività.
    In ogni caso rispetto il lavoro e le scelte degli altri, anche quando non le condivido.
    Dopo la precisazione (ma ve ne sarebbero da fare di altre), esprimo il mio parere su quanto scrive Piero.
    L’ Italia non è , e non lo sarà per lungo tempo, il paese del “crowd”. Ovvero non esiste una cultura diffusa della partecipazione e del sostegno dal basso.
    Esistono fenomeni ed iniziative, anche in grande quantità, che però rappresentano gli sforzi di “indirizzamento” di gruppi o elites, non sicuramente un fenomeno di massa in grado di sostenere dal basso qualcosa di serio e problematico come il mondo del giornalismo e dell’ informazione.
    Ed è per questo che l’ unica iniziativa italiana di crowdfunding (peraltro assolutamente non rivolta al mondo dell’ informazione) di successo, Kapipal, è un prodotto in lingua inglese destinato in primis ad un mercato internazionale, con particolare riferimento a quello statunitense.
    Ma quella è, nelle intenzioni del suo creatore, un sistema per raccogliere e realizzare piccoli e medi progetti, di qualsiasi tipo, non per portare avanti un discorso “culturale” sull’ informazione ed il suo sotegno “dal basso”.
    E’ per questo motivo che la ns piattaforma, Youcapital.it, è tecnologicamente minimalista: è solo un canale di transito e di informazione.
    Il nostro “oggetto sociale” è il sostegno non-profit all’ informazione, con tutto il lavoro e la fatica che questo implica, quotidianamente, per quello che si sta costituendo come un vero e proprio network di giornalisti ed operatori della comunicazione, strutturato sul territorio italiano.
    Partecipiamo ed organizziamo eventi, seminari ed incontri, tra la gente, presentando le inchieste che sono state pubblicate sulla nostra piattaforma. Portiamo il dibattito, fortemente localizzato sul territorio (al momento sono pubblicate 2 inchieste, la prima sulla strategia della tensione nelgi anni ’80 è per sua natura ed i fenomeni in essa descritta, legata all ‘ Emilia Romagna e zone limitrofe, la seconda, sul Nulcleare in Sardegna, ovviamente al territorio di quella regione) tra la gente e , tra la gente, discutiamo e ci confrontiamo, presentendo gli autori del progetto ed aprendo una discussione diretta: proprio per dare motivazione e stimolo, alle persone, per poter eventualmente anche sostenere l’ inchiesta, che in ogni caso riguarda le zone dove vivono, la loro terra.
    E questo per noi è già di per sè un obiettivo ed un risultato: portare i giornalisti a contatto con la gente è già un modo per sostenerli e promuovere le loro attività.
    Con i gruppi di coordinamento regionali riusciamo ad intervenire laddove è necessario, con risorse legate al territorio, alla gente.
    E tutto questo, senza 340.000$ che spot.us ha ricevuto in USA dalla Knight Foundation, come si sostiene in questo paese?
    A mio avviso è insostenibile, e solo una parola può dare un senso al tutto: non-profit.
    E’ la forza e la consapevolezza della gente, di persone che operano con uno scopo culturale e sociale , che può, in Italia, paese dove mancano filantropi e fondazioni benefiche, sostenere un “limitato” canale di informazione alternativa.
    Ed è quello che noi di Associazione Pulitzer, anche con la piattaforma Youcapital.it, stiamo tentando di fare.
    L’ 8 maggio Eleonora Pantò presenterà l’ Associazione al Genovacamp, con i cui organizzatori stiamo stringendo una prtnership ultraterritoriale.
    Il 26 maggio saremo a Bologna, abbiamo ottenuto con il gruppo di coordinamento regionale, la sala della Provincia, ed avremo ospiti Gianni Lannes, giornalista di inchiesta (vive sotto scorta), Paolo Soglia direttore di radio Città del Capo (la più ascoltata di Bologna), Antonella Beccaria , scrittrice e giornalista che ha proposto e sta già realizzando l’ inchiesta sulla strategia della tenzione, il sottoscritto per l’ Associazione e quasi sicuramente esponenti della Facoltà di Scienze della Comunicazione di Unibo.
    Il 5 giugno saremo a Napoli, al Vesuviocamp con il neonato gruppo campano, e successivamente, sempre in quella città stiamo organizzando un evento dedicato per presentare i progetti pubblicati su Youcapital.it, tra la gente.
    Il 6 giugno torniamo a Bologna dove ci è stata riservata una intera sessione al festival delle culture antifasiste.
    E poi tante altre cose su cui proveremo ad informarvi.
    Il tutto con la consapevolezza che il nostro è un progetto culturale, di informazione, non-profit, non un sito web.

  • Il problema non è trovare un pubblico pagante, quanto capire che l’informazione subisce un drastico cambio di rotta. I costi si abbattono e per mantenere una redazione seria potrebbero bastare – alla grassa – 20 mila euro al mese. Significa che un giornale online con 20mila lettori motivati, potrebbe chiedere un finanziamento di 1 euro al mese. Dando, di contro, informazione approfondita, perché la cronaca diventa sempre più dominio sei social network.
    Se Spot.us italia pensa di guadagnare dal crowdfunding è fuori strada. Sarà un miracolo riuscire a finanziare qualche progetto di inchiesta. Ciò che afferma Antonio Rossano è vero: bisogna fare rete nella società, incontrare la cittadinanza attiva, sensibilizzarla e coinvolgerla nel processo di creazione dell’informazione.
    I grandi network esternalizzeranno la produzione di informazione, pagando molto di meno, ma si troveranno prodotti i cui costi inziali sono già stati sostenuti, il che è già un bel passo avanti e garantisce un minimo di guadagno al giornalista.

  • Grazie Antonio e Alessio per avere aperto la discussione, trovo interessante entrambi i vostri contributi … io sono sempre dell’idea che un progetto giornalistico debba partire da un gruppo di persone che condivide un percorso, partendo da obiettivi comuni… insomma comunque una redazione, possiamo chiamarla in modo diverso, ma quella rimane.. per quanto riguarda la sostenibilità…. beh questo è un discorso aperto… l’importante è dare dignità all’informazione e a chi la crea…. ovviamente il riconoscimento spetta poi sempre al pubblica.. per dirla ancora più semplicemente: l’informazione non s’improvvisa. Lavorando per piccoli gruppi credo valga ‘poi la pena specializzarsi, focalizzarsi.. avere un’dentità

  • Solo oggi leggo quest’articolo.

    Grazie dell’attenzione da parte del team di Spot Us Italia. La nostra è una sperimentazione a tutto campo, dal modello di giornalismo a quello di business e ci piacerebbe costruire e plasmare questi modelli attraverso il dialogo con cittadini, reporter e testate giornalistiche, attraverso le loro critiche e i loro suggerimenti.

    E’ difficile far passare il messaggio che per avere informazioni e approfondimenti su un tema a lui caro, un cittadino debba pagare, anche solo 5 euro: ma se l’alternativa è il silenzio e la mancanza di ogni informazione?

    Per quanto riguarda il compenso del reporter, sono d’accordo, anche se questa piattaforma è strutturata più per acquisire visibilità attraverso inchieste socialmente rilevanti piuttosto che guadagni. Ma nulla vieta che, nella giustificazione richiesta del costo dell’inchiesta, il reporter aggiunga una piccola cifra come compenso.

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