Stampa e riforma,
la retorica della modernità

2 aprile 2012 • Giornalismi, Giornalismo sui Media • by

Nell’intermezzo tra la chiusura del tavolo fra governo e parti sociali e il viaggio in Asia di Mario Monti,  mentre la mediazione tra partiti, sindacati e governo conquistava un ruolo da protagonista della narrazione giornalistica, proprio la stampa è stata una delle sedi del dibattito sulla riforma del lavoro. Confermando quella linea di tendenza per cui quando il web dà in tempo reale la notizia, la carta si fa forte del proprio ruolo sedimentato di cassa di risonanza ed elaborazione dell’opinione, nella scorsa settimana i giornali cartacei hanno stipulato una sorta di spazio di mediazione delle opinioni. Rivisitando le 5 W “who, where, when, what, why?” – chi, dove, quando, cosa, perché – ovvero il mantra del giornalismo di tradizione anglosassone, la cronaca trasformatasi in opinione rende meno netta e più friabile la costruzione dello “scheletro” della notizia, il profilo dei fatti. Questa dilatazione è ben visibile sul piano temporale, il “quando”, perché la dimensione temporale a cui fare riferimento diventa protagonista della narrazione dei fatti e della manipolazione della notizia. Anche l’individuazione dei soggetti, il “chi”, è frutto di una scelta di senso, come si può notare osservando i protagonisti della scena pubblica mediatica, tra i quali possiamo individuare i presenti ma anche gli assenti, gli invisibili – o visibili a singhiozzo, precari per l’appunto.

SINTONIE

Dal 21 marzo e per poco meno di una settimana, alla riforma del lavoro i principali quotidiani dedicano l’apertura e un tempo della narrazione piuttosto ampio: in media sono una decina le pagine consecutive occupate da questo tema. Gli approcci alla questione sono differenziati e in più di un caso i diversi punti di vista vengono esplicitati su editoriali engagé. Esemplare in questo senso il De Bortoli di sabato 24 marzo, che a sua volta critica il Viale de Il Manifesto. Guido Viale replica il 27 marzo ne “L’estremismo del capitale”, confermando la costruzione di un dibattito delle idee che avviene sulle e tra le testate. Non è da meno, nel proporre una propria visione situata dell’azione, Eugenio Scalfari il 27 marzo nel suo “Governo e sindacati uniti nell’errore”. Sulla stampa a maggiore diffusione, Corriere e Repubblica in particolare, sul fronte del dibattito è possibile individuare alcune sintonie: entrambi i punti di vista sono accomunati dall’opinione che l’articolo 18 abbia un peso irrisorio sulla realtà del mondo del lavoro, per quanto esprimano posizioni diverse. Ed entrambi i giornali incentrano la narrazione proprio su questo punto, l’articolo 18, seppur da angolazioni differenti. Se il Corriere mette in evidenza le aperture (“Il nuovo articolo 18 varrà per tutti”), lo stesso giorno in apertura Repubblica parte dalle tensioni: “Cambia l’articolo 18, la Cgil non ci sta”. Tuttavia è un’altra ed ancora più sottile, la sintonia di fondo tra i due giornali e i due articoli di opinione di De Bortoli e Scalfari: la contestualizzazione temporale della vicenda. Di più, il fattore tempo e la memoria storica diventano strumenti per la manipolazione della narrazione presente.

MODERNITA’ E ARCAISMO

Se lo stesso Scalfari qualche settimana fa aveva avviato un parallelismo tra l’epoca del sindacalista Lama e l’era Camusso, De Bortoli e il Corriere in generale avviano una costruzione narrativa persino più sistematica. Si comincia con Di Vico e “I veti fuori dal tempo” del Corriere del 21 marzo. Le “lungaggini del confronto con le parti sociali” vengono qui descritte come una dinamica perversa e incancrenita nel tempo, a cui Monti ha saputo porre fine. Lo scontro fra i tempi che furono e quelli che sono (o che possono essere) è un leit motiv che  fa parte di una più complessiva costruzione retorica e narrativa. L’esempio è a pagina 5: le “decisioni da prendere in modo moderno” del pezzo di apertura su Monti sembrano fare il paio con la “transizione dolorosa da un sistema arcaico” del trafiletto su Marchionne nella stessa pagina.  L’opposizione semantica e valoriale tra modernità  e arcaismo viene ribadita nell’editoriale di De Bortoli sabato 24. Il direttore parla di “ripetizione logora di schemi mentali del passato”, del “tentativo di creare un solco ideologico” che paradossalmente sembra ribadito ed enfatizzato dal titolo stesso, “Una trincea ideologica”.  A riprova che il dibattito si dipana anche sui giornali di carta e che le scelte semantiche e le costruzioni narrative costituiscono le “armi” del contendere delle idee, Mauro il 27 marzo su Repubblica riprende la condanna agli atteggiamenti ideologici, pur riferendola alla parte opposta. 

ALTRI TEMPI

Negli stessi giorni della settimana, intanto, occupa spazio sui giornali e sulle homepage (di Libero in primis) l’episodio della maglietta “Fornero al cimitero” e di Diliberto, secondo quel meccanismo –  già analizzato nel caso stampa No Tav – per cui il singolo episodio viene eretto a simbolo e la minaccia della tensione produce a sua volta tensione (narrativa). Il risultato paradossale di questa dinamica è che, se da un lato la contrapposizione tra modernità e arcaismo spinge a parole verso il cambiamento, dall’altro la retorica narrativa a supporto di questo concetto sfrutta al massimo le suggestioni dei tempi che furono. Lampante la descrizione di Landini fatta da Piero Ottone su Repubblica del 22 marzo: il leader Fiom “non potrà impedire la prevalenza nell’Italia odierna di un sindacato possibilista (…) e tuttavia potrà ritardarla”, scrive Ottone. Che si pone la domanda “che cosa vuole questo personaggio?”, il quale “appartiene alla schiera di coloro che vogliono cambiare il mondo”? E per rispondere fa riferimento alle “guerre e distruzioni di metà del Novecento” oltre che a Karl Marx. Prova a ribaltare questa interpretazione il Manifesto, che restituisce un diverso significato al passato e al presente, confermando che proprio su questo piano temporale dilatato si sta giocando il dibattito delle idee “su carta”. Lo si vede ad esempio nella domanda rivolta a Carlo Smuraglia in un’intervista: “Professore, gli entusiasti di questa annunciata riforma del mercato del lavoro parlano di «fine di un’epoca», l’epoca cioè del «consociativismo». Siamo davvero a un passaggio storico?”. Dopo aver disvelato l’opposizione tra modernità e arcaismo imbastita dalla stampa mainstream e aver arginato il parallelismo tra l’ieri e l’oggi, il quotidiano partecipa al dibattito tentando di restituire ai passaggi storici il significato che ebbero per i lavoratori, e domanda “quanto fu difficile l’introduzione del principio dell’articolo 18 nello Statuto dei lavoratori”.  

SOGGETTI INVISIBILI

E concentrando l’attenzione proprio sulla rappresentazione del punto di vista e sul protagonismo narrativo dei soggetti coinvolti dalla riforma, lavoratori in primis, si possono fare in conclusione alcune osservazioni. Proprio i quotidiani che attingono sul piano retorico al concetto di  modernità, spesso tralasciano di rappresentare sulla scena pubblica la soggettività  dei precari, in larga parte giovani. Se si parla di questa fascia sulla stampa, lo si fa non di rado per citare gli obiettivi dichiarati della riforma, mentre sono decisamente più diradati i casi in cui la stampa si avvale del suo potenziale critico e informativo per confrontare i mutamenti che la riforma intende introdurre con i loro impatti sulla classe precaria. Le due pagine dedicate da Repubblica il 23 marzo alle proteste dei precari e alle criticità dei provvedimenti venturi nei confronti di questa fascia sociale rappresentano un caso singolare, mentre lo stesso giorno il Corriere fa accenno alla manifestazione nella stringa di una didascalia. Ben due pagine sono invece dedicate dal giornale di via Solferino domenica 25 all’intraprendenza di alcuni giovani scelti dalla testata oltre che al curriculum ideale. “Cosa fa davvero la differenza? Non arrendersi mai e provarle tutte. Ecco le storie dei ragazzi”, recita il sommario. Lo stesso giorno Dario Di Vico pare sollevare il problema della scarsa rappresentanza sulla scena pubblica dei precari, ma lo fa in modo limitato riferendosi a una categoria specifica e a tavolo concluso: “Perché nessuno ascolta il popolo delle partite Iva?”, si domanda. La lacuna sul fronte della rappresentazione mediatica della soggettività precaria viene in parte colmata se si rivolge lo sguardo oltre i due giornali più venduti. Il “giovane” (per data di nascita) Fatto Quotidiano ad esempio offre lo strumento del blog a un soggetto collettivo precario, San Precario, che sulla riforma si esprime. Anche il (meno giovane) Manifesto dedica spazio alla posizione dei gruppi organizzati di precari sulla riforma. Paradossalmente proprio i quotidiani  che più di tutti inneggiano alla modernità e che su di essa costruiscono strategie retoriche, raramente si fanno intermediari di questi punti di vista, mostrando in tutta evidenza che la modernità sta dove la vede chi la racconta

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  • Giovanni Carpinelli

    è curioso notare come non venga registrato nessun tentativo di rovesciare il discorso. Non è detto che questo debba avvenire rifiutando il parametro della modernità. Alla maniera di Bobbio la domanda sarebbe: quale modernità? e si potrebbe aggiungere: “modernità di chi? modernità per chi?” E tutto sarebbe ancora più chiaro.

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