Una fiera mediatica. Perchè i media gonfiano certi argomenti?

23 novembre 2007 • Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 20.11.2007

Cosa accomuna Britney Spears, Paris Hil­ton, LadyD e PapaGiovanni Paolo II? Op­pure il praticello del Grütli, l’emergenza climatica, l’aviaria e la moria dei boschi? Di tutte queste personalità e di questi temi si è discusso in occasione del quarto Radiosimposio di Zuri­go, definendoli esempi di isteria mediatica collettiva – anche detti, in gergo giornalistico, media hype. Questo tipo di fenomeno si manifesta quan­do i media dedicano troppa attenzione ad un tema o ad una persona, cioè quando tendono a sensazionalizzare e scandalizzare, con il risultato finale di disinformare il proprio pubblico.

Su invito della Radio svizzera di lingua tedesca e dell’ Università di Zurigo, qualche giorno fa numerosi ricercatori e giornalisti si sono riuniti per dibattere le cause che producono questo tipo di fenomeno mediatico. Perché i giornalisti gonfiano alcuni argomenti nonostante professino di voler informare obiettivamente il proprio pubblico? Perché si gettano come cavallette per settimane, a volte mesi, su un argomento o su pseudo personalità come Paris Hilton? E perché allo stesso tempo rinunciano a trattare altri temi decisamente più importanti? E, ancora, perché spesso le cronache sono dominate da punti di vista evidentemente parziali, anche in casi in cui la propaganda non c’entra per nulla?

Anche se alla fine del simposio sono emersi più interrogativi che risposte, questo proficuo scambio di opinioni è stato senz’altro positivo. Esther Kamber e Kurt Imhof (Università di Zurigo) han­no offerto una retrospettiva storica: secondo loro l’isteria mediatica collettiva è aumentata in modo impressionante, così come la tendenza dei media a scandalizzare e personalizzare esage­rando i conflitti e attribuendo loro significati morali. Le differenze tra la stampa scandalistica e il giornalismo di qualità si sono via via appianate. Vinzenz Wyss (Scuola universitaria professionale di Winterthur) ha sottolineato come «per raccontare delle storie ci vogliono vittime, carnefici, eroi e ciarlatani». Quando essi non esistono, vengono creati dai media. Secondo la filosofa Ursula Pia Jauch (Università di Zurigo) «ogni hype è un piccolo spettacolo da circo», ma anche una «pubblica ed eccitante messa in scena». Dai diversi contributi è emerso che il fenomeno dei media hype, e con esso la distorsione della cronaca, ha radici nell’accresciuta concorrenza tra i media ed è quindi quasi sempre guidato da motivi economici. In sala non si è sentita volare nemmeno una mosca quando Eric Honegger, ex direttore della Swissair, nel frattempo prosciolto da ogni capo di accusa, ha raccontato in veste di vittima la sua esperienza personale con i media. Per il manager, che fino a qual momento aveva goduto di fama e successo, l’esperienza di essere condannato prima ancora di essere giudicato è stata inquietante: «mi sembrava di essere in una situazione paradossale nella quale avrei potuto dire e spiegare qualunque cosa, tanto nessuno mi avrebbe creduto». Egli ha avuto l’im­pressione di essere «perseguitato dai media e dalla società» e alla fine non ha più semplicemente avuto la forza di leggere quello veniva scritto su di lui. Alla domanda se ritenesse i media cre­dibili egli, con freddezza, ha risposto: «no».

Come l’industria dell’informazione sia mutata insieme al cambio generazionale è emerso in mo­do altrettanto evidente durante il simposio. Men­tre la vecchia guardia dei caporedattori come Peter Studer della tv svizzero-tedesca, Marco Fär­ber della radio svizzera SRG e Markus Gisler del giornale economico Cash condividevano la pre­occupazione per questi hypes, i direttori odierni hanno reagito sulla difensiva. Ueli Haldiman della tv svizzero-tedesca SF non voleva nemme­no considerare il problema: secondo lui non c’era bisogno di «tormentarsi» per comprendere i nu­meri e le statistiche con i quali i ricercatori avevano brillantemente presentato le esagerazioni dei media e i danni da loro causati alle persone e alla società. Il caporedattore Marc Walder del Sonntagsblick ha invece apertamente riconosciu­to che i media boulevardistici «vivono di scandali ed emotività». La situazione per questo tipo di media si è fatta critica dal momento in cui anche gli altri hanno iniziato ad agire secondo questi criteri. Felix Müller, direttore della NZZ am Sonntag, a quel punto è passato al contrattacco accusando a sua volta i ricercatori di «creare un hype su un hype», esagerando cioè il problema dell’isteria dei media.

Agli organizzatori del simposio bisogna ricono­scere di essere riusciti, per un giorno, a rendere i mass-media, solitamente difficili da penetrare nei propri meccanismi quotidiani, trasparenti. Sarebbe sicuramente di buon auspicio per la loro blasonata credibilità se i media, dietro le quinte, in futuro riuscissero più spesso a creare occasioni di dialogo con il proprio pubblico e con i ricercatori preoccupandosi di più di far capire le proprie logiche di produzione, favorendo così una maggiore trasparenza del loro operato.

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