Data Journalism, una storia di unicorni e MacGyver

17 agosto 2016 • Cultura Professionale, In evidenza, Ricerca sui media • by

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yosuke muroya / Flickr CC / BY-NC 2.0

Il data journalism è ovunque. Outlet digitali specializzati ne realizzano in continuazione, diversi libri sono stati pubblicati e articoli sul tema compaiono di frequente nelle riviste scientifiche. 

Ciononostante, c’è una certa tendenza a esagerare legata al fenomeno che può essere osservata regolarmente negli articoli sul tema e, in particolare, in quella di natura più tecnologica: di primo acchito, potrebbe infatti sembrare che il data journalism sia già entrato a fare parte del mainstream giornalistico a tutti gli effetti e che sia stato accettato come pratica apprezzata e rispettata anche dai giornalisti tradizionali. Non è così.

Il data journalism è infatti tuttora confrontato da problemi che riguardano il suo status e il suo valore all’interno delle aziende mediatiche in diversi segmenti di mercato. Due articoli scientifici pubblicati di recente osservano i problemi da diversi punti di vista e i loro risultati permettono di farsi un’immagine più completa e accurata del rendimento del data journalism in due Paesi.
Nel primo studio, Alfred Hermida e Lynn Young della University of British Columbia (Canada) hanno cercato di tracciare una mappa del data journalism e di valutare il suo impatto sulle norme, pratiche e culture in diverse aziende mediatiche canadesi.

A tale scopo, i due ricercatori hanno condotto 17 interviste con i data journalist e freelance più importanti che lavorano per i giornali tradizionali, così come emittenti private e pubbliche. Nello specifico, si sono concentrati sull’impatto che le identità professionali emergenti come i data journalist hanno sulla collaborazione all’interno e all’esterno delle aziende mediatiche, sfidando i limiti professionali e “l’interazione dei ruoli giornalistici tradizionali e emergenti all’interno delle strutture organizzative”. I ricercatori hanno scoperto che c’è una chiara “gerarchia d’ibridità” tra le organizzazioni mediatiche del campione, avendo alcune già sviluppato una cultura tecnologica integrata che amalgama le innovazioni tecnologiche con l’operato giornalistico, mentre altre hanno ancora delle difficoltà a creare dei data team con fondi sufficienti.

Un primo indicatore dei diversi livelli di ibridità può essere individuato nella categorizzazione professionale dei data journalist. Molte testate adottano ancora categorie molto legate ad aspetti tecnologici, utilizzando formule come, scrivono i ricercatori, “interattivo, mobile, digitale, Web e dati, legate a categorie professionali generali come coordinatore, manager, redattore, produttore e sviluppatore”, elementi che denotano come il campo sia ancora piuttosto fluido. Ciononostante, diversamente da altri studi svolti nel Regno Unito, dove sono emerse separazioni nette tra le figure tecniche e giornalisti, la maggior parte dei giornalisti intervistati si vedono come tecno-giornalisti o “unicorni”, specialisti leggendari capaci di scrivere un articolo, scrivere codice e analizzare dati senza aiuto di terzi.

Analogamente, ci sono ancora nette differenze per quanto riguarda le norme e pratiche dei data journalist. Questi mostrano infatti una tendenza crescente verso collaborazioni informali piuttosto che verso la concorrenza. Questo tipo di “macgyvering”, come lo ha chiamato uno dei giornalisti intervistati, consiste nel fare appoggio alle risorse di diverse parti, sia all’interno che all’esterno della organizzazioni mediatiche. Il fatto che i data journalist trascendano i confini delle organizzazioni, interagiscano con la loro comunità (ricercatori in data science inclusi) e collaborino all’interno di “connessioni pan-mediatiche” grazie a una forte identità condivisa è un buon esempio di networked journalism.

L’abilità delle aziende mediatiche di far collimare competenze tecnologiche e giornalistiche si riflette anche nello status aziendale e nel contesto in cui operano i data journalist. Alcune testate, in particolare le emittenti di servizio pubblico e due giornali tradizionali con un po’ di background in computer-assisted reporting, sono riuscite a sviluppare una cultura tecnologica di redazione grazie all’introduzione dei team interattivi o di data science. Questi gruppi di lavoro altamente specializzati possono contribuire a diffondere la loro competenza tecnologica in tutta la redazione, promuovendo anche il cambiamento culturale verso una produzione di notizie realmente digitale. Altre redazioni assegnano invece un “ruolo di servizio” ai data journalist, circoscrivendo i loro contributi agli aspetti tecnici e limitando così di fatto la loro autorità giornalistica. Altre ancora si affidano infine allo “one-man-show” di alcuni data journalist.

Nel secondo studio, Eddy Borges-Rey della University of Stirling (Scozia) analizza con 24 interviste con data journalist, redattori, news manager, un programmatore e un designer, se e in che misura i data journalist usano i database e gli algoritmi per controllare l’operato di data broker. Considerando che dati e algoritmi governano sempre di più le nostre vite, come dice Borges-Rey, c’è una crescente ma ancora insoddisfatta “domanda di giornalisti capaci di investigare le dinamiche di potere che sostengono i dati”.

I risultati del paper mostrano che i data journalist intervistati non sembrano essere interessati a svelare le dinamiche di potere e le violazioni delle aziende di data broking e non considerano questa attività parte dei loro compiti principali. I reporter specializzati in tecnologia o scienza, invece, coprono più spesso questi temi. Ciononostante, i data journalist contribuiscono a curare database in qualità e specializzati, ma non dal punto di vista del contenuto. Considerando l’immensa competenza dei data journalist nel maneggiare e estrarre dati, questo è, in un certo senso, sorprendente. Tuttavia, la maggior parte dei data journalist hanno ammesso di essere in difficoltà quando confrontati con il problema dell’inaccessibilità dei dati posseduti dai data brokers. In questo caso, fanno affidamento a metodi investigativi più tradizionali come leak o i contributi dei whistleblower, cosa che sottolinea ancora una volta il ruolo enormemente importante di persone pronte a rivelare informazioni di interesse pubblico, che meritano di essere protette.

In contrasto con i risultati di Hermida e Young, lo studio di Borges-Rey offre un’immagine più coesa del data journalism britannico. Secondo il ricercatore, il giornalismo dei dati avrebbe infatti messo in discussione la logica tradizionale del giornalismo non solo con la diffusione del mindset computazionale nelle redazioni, ma anche per aver trasformato la narrativa lineare dell’informazione in qualcosa di più interattivo e coinvolgente. Per quanto riguarda questo aspetto, le pratiche di data journalism si sono progressivamente integrate nelle redazioni e, con il tempo, si sono diversificate in tre forme principali: a) una forma breve e quotidiana di data journalism; b) una forma estesa e investigativa e c) un data journalism quasi ludico che verte a intrattenere il pubblico. Tuttavia, queste affermazioni molto ottimiste potrebbero essere dovute al fatto che Borges-Ray abbia intervistato professionisti dei principali centri di data journalism come il Guardian, la Bbc o il Telegraph, dato che l’integrazione del data journalism è invece ancora assente in numerosi news outlet regionali e locali.

Complessivamente, i due studi su Canada e Inghilterra portano nuovi risultati significativi alla crescente letteratura scientifica sulle forme quantitative di giornalismo. Entrambi mostrano comunque come il data journalism non abbia ancora totalmente raggiunto il suo pieno potenziale, soprattutto a causa delle limitazioni aziendali e della fluidità del settore. Persino il sistema mediatico britannico, in cui generalmente il data journalism è ben integrato nel ciclo delle notizie, soffre un divario centrale-regionale dovuto alle scarse risorse economiche e umane delle testate più piccole. Questo lascia spazio a collaborazioni esterne, come hanno confermato entrambi gli studi.

Soprattutto nel caso canadese, il “freelance data wrangler” è una figura sempre più richiesta, che lavora con diverse organizzazioni mediatiche. 

Sorprendentemente questa situazione si presenta molto simile in Italia, in cui la categoria dominante di data journalist è ancora quella del freelance. Infine, i due articoli mostrano non solo che alcune aziende mediatiche ancora faticano a trovare l’uso e il posto giusti per il data journalism, cosa che si traduce in problemi strutturali permanenti.  Entrambi dimostrano anche che il data journalism è un’importante risorsa, poiché permette alle organizzazioni di sviluppare dei network per tutto l’ecosistema giornalistico. Una qualità vitale se le aziende mediatiche vogliono superare la loro incessante deistituzionalizzazione.

Borges- Rey, E. (2016). Unravelling Data Journalism. A Study of Data Journalism Practice in British Newsrooms. Journalism Practice. Published online, DOI: 10.1080/17512786.2016.1159921.

Hermida, A., & Young, M. L. (2016). Finding the Data Unicorn. A Hierarchy of Hybridity in Data and Computational Journalism. Digital Journalism. Published online, DOI: 10.1080/21670811.2016.1162663.

Articolo disponibile anche in inglese, qui. Traduzione a cura di Georgia Ertz.

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