Turchia, la stretta di Erdogan sui media

8 agosto 2016 • In evidenza, Libertà di stampa • by

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Chairman of the Joint Chiefs of Staff / Flickr CC / (CC BY 2.0)

Una settimana prima del tentato golpe in Turchia un gruppo di giornalisti turchi aveva lanciato una campagna per difendere la libertà di stampa intitolata “Sono un giornalista! Il giornalismo non è un crimine!”. I giornali e i quotidiani online che vi hanno aderito avevano diffuso un comunicato in difesa della libertà di stampa e hanno pubblicato dei banner che recitavano ”Lo sapevi? Il giornalismo non è un crimine!”.

Pochi giorni dopo il tentato colpo di Stato dello scorso 15 luglio, però, molti dei media che hanno sostenuto la campagna non esistono più: più di 100 imprese mediatiche turche, infatti, sono state chiuse e le loro risorse sono state sequestrate dal governo. Tra queste, quotidiani di primo piano come Yarina Bakis, Özgür Düşünce, Meydan e Taraf, così come il sito di notizie Haberdar e l’agenzia di stampa pro-curda DİHA. Tutte sono state costrette a cessare le pubblicazioni.

La libertà di stampa in Turchia è stata però a lungo erosa, anche prima del tentato golpe: i giornalisti del Paese hanno dovuto abituarsi a minacce, arresti e censure, come al fatto che le testate giornalistiche potessero essere regolarmente bloccate o chiuse dal governo. Il più recente Press Freedom Index di Reporters Without Borders ha messo la Turchia al 151 posto, più in basso nella graduatoria di Paesi come Tajikistan, Messico e Russia.

Durante la notte del tentato colpo di Stato molti organi mediatici turchi hanno preso le difese del governo e si sono opposti ai militari. I canali televisivi hanno proseguito con la loro copertura, nonostante i militari avessero dato istruzioni di sospendere le trasmissioni. Questo ha permesso al Presidente Recep Tayyip Erdoğan e ad altri membri del partito al potere Akp, di disporre di una piattaforma: come è noto, Erdogan ha anche usato Facetime per contattare un conduttore della Cnn turca per incoraggiare la resistenza nazionale nelle strade.

Nel frattempo, l’accesso ai social media come Twitter era stato bloccato, per essere poi riaperto, permettendo così al Presidente di diffondere il suo messaggio anche attraverso questo medium, come ha scritto Efe Kerem Sozeri, un accademico, su The Daily Dot. Più di una dozzina di siti di notizie sono stati bloccati dal regolatore delle telecomunicazioni (Tib) il giorno successivo il tentativo di golpe e nel giro di meno di una settimana, il 20 luglio, Erdogan ha dichiarato uno stato di emergenza di tre mesi, sospendendo parzialmente anche la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo.

Queste mosse hanno permesso al governo di governare per decreto e di passare dei provvedimenti che hanno il valore di legge. Il decreto 688, ad esempio, firmato dal Presidente la scorsa settimana, permette ad esempio a qualsiasi membro del gabinetto di ordinare la chiusura di un’organizzazione mediatica nel caso che la ritenga una minaccia per la sicurezza nazionale.

Nelle scorse settimane, ben 16 canali televisivi, 23 stazioni radiofoniche, tre agenzie stampa, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici sono state accusate di avere dei legami con il movimento Gülen, e hanno di conseguenza cessato le attività. Il predicatore turco Fethullah Gülen, che vive negli Stati Uniti, è stato indicato come la mente dietro il tentato colpo di Stato. Secondo il Commitee to Protect Journalist, 48 articoli di news online sono stati censurati nell’ultimo mese, incluso uno pubblicato nel britannico Independent e dedicato al figlio di Erdogan.

Le autorità hanno anche emesso avvisi di garanzia contro 107 giornalisti, accusati di “essere membri di un’organizzazione terroristica, nello specifico della Gülenist Terror Organisation (Fetullahçı Terör Örgütü, FETÖ)”. P24, una piattaforma locale di news indipendente, scrive che trenta di questi sono già stati arrestati. I loro nomi sono stati pubblicati dai media pro-governo e dai follower dell’Akp su Twitter. Fra i giornalisti detenuti figurava anche Bülent Mumay, firma di lungo corso del maggiore giornale del paese, Hürriyet. Mumay era già stato licenziato alla fine del 2015 per pressioni del governo e da allora ha lavorato all’università e come freelance per varie testate, inclusi media tedeschi.

Mumay aveva annunciato su Twitter che avrebbe fatto denuncia alla stazione di polizia, ma è stato arrestato prima di averne la possibilità. Il giornalista aveva anche condiviso una foto della sua tessera dell’Associazione dei giornalisti turchi, scrivendo: “Questa è l’unica organizzazione di cui sono membro”. Mumay è stato rilasciato dopo quattro giorni di detenzione, ma molti degli altri trenta giornalisti detenuti sono ancora sotto indagine.

Anche diversi giornalisti curdi, i cui nomi non appaiono nella lista del governo, sono stati arrestati. Una, Zehra Dogan, dell’agenzia di stampa femminile Jinha, è stata accusata di essere parte di “un’organizzazione terroristica”. Pochi giorni dopo, anche Zeynel Abidin Bulut, del quotidiano turco Azadiya Welat, è stato a sua volta arrestato. Hülya Karakaya, editor della rivista Özgür Halk, è stata arrestata all’aeroporto di Diyarbakır. Stessa sorte è toccata anche a Mehmet Arslan, reporter della Dicle News Agency (DİHA), e a Nizamettin Yılmaz (e sua moglie) di Özgür Gündem e Azadiya Welat, quotidiano curdo pubblicato in Turchia. L’accesso all’agenzia di stampa pro-curdi DIHA è stato bloccato per la 43esima volta quest’anno, come quello all’agenzia di stampa femminile pro-curda JİNHA.

Secondo il sindacato dei giornalisti, DİSK Basın-İş, almeno 64 impiegati di media e case editrici sono stati arrestati dopo il tentato golpe e la Direzione generale della stampa e dell’informazione ha cancellato le tessere di ben 330 giornalisti. Dal 15 luglio, inoltre, più di 60mila impiegati statali, giudici, insegnanti, agenti di polizia e soldati sono stati sospesi dai propri posti di lavoro. Inoltre, anche a 1500 decani universitari è stato chiesto di dimettersi e centinaia fra accademici e scienziati sono stati licenziati. Alcuni di essi sono stati detenuti a loro volta con l’accusa di essere membri dell’ “organizzazione del terrore” FETÖ/PDY, senza alcuna prova.

I raid contro gli accademici e i giornalisti in Turchia sono diventati una caccia alle streghe a tutti gli effetti. Il Committee to Protect Journalists ha scritto che i giornalisti turchi non dovrebbero pagare il prezzo del tentativo degli ufficiali militari di deporre il governo. Le proteste continuano in Turchia, ma non solo da parte dei sostenitori di Erdogan. Il partito di opposizione CHP, ad esempio, ha organizzato una manifestazione pro-democrazia lo scorso 24 luglio nella piazza Taksim di Istanbul, al quale hanno partecipato i sostenitori di tutti i partiti.

Nel suo discorso tenuto in occasione della manifestazione, Kemal Kılıçdaroğlu, Presidente del CHP, ha ripetutamente enfatizzato la drammatica situazione affrontata dalla libertà di stampa, mettendo in guardia dall’uso del golpe come pretesto per una caccia alle streghe: “Lo Stato non dovrebbe essere governato da rabbia e vendetta. La tortura, il maltrattamento, l’oppressione, l’intimidazione non farebbero altro che abbassare lo Stato al livello degli stessi autori del golpe. Questo non dovrebbe essere permesso”, ha dichiarato.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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