Egitto, ancora in carcere i giornalisti di Al Jazeera

4 marzo 2014 • Libertà di stampa • by

“I giornalisti non dovrebbero mai essere parte della storia, dovremmo rimanere sullo sfondo come testimoni o tramite per la notizia. Per questo provo disagio per l’attenzione che sta suscitando la nostra incarcerazione” ha scritto in una seconda lettera dal carcere di Tora al Cairo il giornalista australiano Peter Greste, uno dei membri dello staff di Al Jazeera detenuti in Egitto dal 29 dicembre scorso. Le accuse sono di fare disinformazione a sostegno dei Fratelli Musulmani, movimento il cui esponente Mohammed Morsi è stato deposto dal ruolo di presidente – il primo democraticamente eletto in Egitto – nell’agosto 2013, dopo una manifestazione popolare di dimensioni senza precedenti. Insieme a Greste si trovano nel medesimo carcere altri due giornalisti dell’emittente panaraba, Mohammed Fahmy e Baher Mohamed. In particolare, a Fahmy e Mohamed viene rivolta anche l’accusa di essere membri della Fratellanza, movimento di recente messo di nuovo fuori legge nel paese.

I tre sono detenuti dal 29 dicembre scorso e per diverse settimane la loro incarcerazione è stata prorogata senza una vera e propria formalizzazione ufficiale delle accuse, quindi senza la possibilità di difendersi. Per la loro liberazione si è levato un appello da giornalisti di tutto il mondo il 27 febbraio scorso, con la campagna #FreeAjStaff, virale in rete nell’arco di poche ore. Il caso dello staff di Al Jazeera è emblematico di un’ulteriore stretta sulla libertà di stampa e di espressione in Egitto, ma conferma anche la diffusa percezione di Al Jazeera come megafono dei terroristi, come sostenitrice dei Fratelli Musulmani e come strumento di agenda setting per il Qatar, dove l’emittente è nata ed ha il suo quartier generale. Il caso può anche essere letto in chiave di politica estera, in una fase dove si stanno ridefinendo i rapporti e gli equilibri tra i paesi del Golfo Arabo ed Egitto, tornato nelle mani dei militari dopo una parentesi di governo della Fratellanza.

Insieme ai tre giornalisti di Al Jazeera, anche altri reporter (sarebbero almeno venti, la maggior parte egiziani e operatori di Al Jazeera) sono stati accusati di fabbricare notizie per screditare l’operato del governo, anche se nessuna lista completa dei nomi degli arrestati risulta finora diffusa. Il processo contro di loro è iniziato il 20 febbraio scorso. Tutti insieme, secondo le autorità egiziane, avrebbero costituito la ‘cellula terroristica del Marriot’, dal nome dell’hotel situato nel lussuoso quartiere cairota Zamalek, dove da sempre alloggiano i corrispondenti esteri. Alcuni reporter sono riusciti a lasciare il paese prima di finire dietro le sbarre, tra questi la giornalista olandese Rena Netjes.

Anche l’ufficio del Cairo di Al Jazeera Mubasher Misr ha subito un raid e lo stop delle trasmissioni nell’agosto scorso. Stessa sorte è toccata ad  altre tre emittenti televisive, Ahrar 25, Al-Quds e Al-Yarmouk. In questo momento, oltre a numerosi giornalisti, si trova in carcere anche Ahmed Maher, il fondatore del Movimento 6 Aprire, l’anima politica della rivoluzione di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011. Per i giornalisti egiziani e per i corrispondenti internazionali il caso dello staff di Al Jazeera e degli altri giornalisti arrestati è la riprova della difficoltà di svolgere nel paese il proprio mestiere di reporter in sicurezza e con imparzialità.

Inoltre, molte delle emittenti private nate dopo la rivoluzione del 2011 hanno già chiuso o hanno staccato la spina alle loro trasmissioni più a rischio censura. Popolare è il caso della Cbc che ha definitivamente smesso di mandare in onda il popolare show di satira politica condotto dal comico Bassem Youssef, Al-Bernameg. In un comunicato congiunto il Committee to protect journalists, Index on Censorship e Reporters Without Borders hanno parlato di una “intenzionale restrizione della libertà di strampa e di espressione, attraverso la criminalizzazione di giornalisti legittimati, che ha tutte la caratteristiche dell’Egitto autoritario dei tempi di Mubarak”. Analoghe situazioni di minacce alla libertà di stampa in Egitto si erano verificate anche sotto il regime di Morsi, come  nel caso dello stesso Bassem Youssef, arrestato nel marzo 2012. Nel dicembre 2102, invece, El-Hosseiny Abou-Deif, giornalista del quotidiano Al-Fagr, dopo aver subito diverse minacce, è rimasto ucciso davanti al palazzo presidenziale durante una manifestazione.

Sono diversi gli attivisti, giornalisti e intellettuali colpiti, ancor prima che dal governo di Morsi, dal regime di Mubarak, come il blogger e intellettuale Alaa Abdel Fattah. Così come non sono mancate vittime tra le fila della Fratellanza: Ahmed Assemun, fotografo di appena 26 anni e sostenitore dei Fratelli Musulmani, durante le proteste pro-Morsi soffocate nel sangue nell’agosto 2013 aveva filmato la sua stessa morte, colpito da un cecchino.

Photo credits: Al Jazeera

 

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