Gaza, la guerra dei media

24 luglio 2014 • Libertà di stampa • by

Assedio di Gaza, dicembre 2008. C’erano solo due giornalisti di Al Jazeera English, Ayman Mohyeldin e Sherin Tadros, che potevano raccontare, al di fuori del mondo arabo, l’assedio israeliano della Striscia. Dopo l’inizio dei bombardamenti, nessun giornalista è più riuscito a entrare a Gaza, ma entrambi si trovavano già lì prima dell’inizio dell’operazione Piombo Fuso.

Assedio di Gaza, luglio 2014, l’hashtag #GazaUnderAttack conta oltre 4 milioni di tweet, quello #IsraelUnderFire circa 200mila, come riporta Mashable, sostenendo che Israele starebbe perdendo la battaglia sul terreno dei social media. L’offensiva iniziata l’8 luglio scorso viene raccontata in diretta, un momento dopo l’altro, da corrispondenti di guerra, cittadini della Striscia e israeliani, oltre che – con fini di propaganda – da Hamas e dall’esercito isreaeliano. Il volto del conflitto israelo-palestinese che emerge dagli organi di stampa è in prevalenza quello dei bambini palestinesi vittime dei bombardamenti israeliani. La maggior parte delle vittime a Gaza, infatti, sono civili.

Tuttavia il racconto del conflitto arabo-israeliano continua a essere fortemente polarizzato e anche colossi internazionali come Bbc, Cnn e Nbc News non vengono risparmiati dall’accusa di essere filo-palestinesi in alcuni casi e filo-israeliani in altri. Inoltre, uno sguardo attento dentro al panorama mediatico palestinese rivela che tra Gaza e Cisgiordania esiste un “esercito di giornalisti”, con un numero di professionisti e testate che, se rapportato alla popolazione, è insolito anche per i vicini paesi arabi. Eppure, questa abbondanza di voci, non è sinonimo di libertà di stampa.

Sono i bambini il volto del bombardamento di Gaza
I dati forniti dalle Nazioni Unite confermano che il numero dei civili uccisi supera di gran lunga quello dei militanti di Hamas, che l’esercito israeliano (Idf) sostiene essere il target dell’operazione. Solo negli ultimi due giorni, ogni ora è morto un bambino palestinese. Secondo l’Idf, civili, donne e bambini vengono usati come scudo umano e la loro uccisione è un’esclusiva responsabilità di Hamas. Il premier israeliano ha invece accusato i palestinesi di diffondere immagini di “morti telegenici”. Dal lato israeliano le vittime sono al momento una trentina di soldati.

Il 16 luglio scorso quattro bambini palestinesi sono rimasti uccisi dal lancio di una serie di missili mentre giocavano su una spiaggia di Gaza, sotto agli occhi dei reporter internazionali, per la maggior parte alloggiati in un hotel poco distante. “Alcuni minuti prima stavo tirando qualche calcio al pallone insieme a loro. Li ho lasciati che stavano ancora giocando e sono ritornato all’hotel. Dopo pochissimo ho sentito le esplosioni, prima delle quali nessun avvertimento a lasciare la zona era stato lanciato dall’esercito israeliano”. È il racconto di Ayman Mohyeldin, corrispondente dell’americana Nbc News.

Nelle ore successive il giornalista ha pubblicato sui suoi profili Facebook e Twitter una serie di immagini che documentavano la disperazione dei familiari giunti all’ospedale, quando hanno appreso della morte dei loro figli. Poco dopo la notizia riferita da Glenn Greenwald: l’emittente ha chiesto a Mohyeldin di lasciare immediatamente la Striscia. Una mossa che i colleghi giornalisti e la rete hanno subito interpretato come una censura per un eccesso di emotività che non si addice a un reporter di guerra.

Nel giro di poche ore l’hashtag #LetAymanReport è stato inondato di messaggi di sostegno e di richieste di chiarimento rivolte alla Nbc. Di conseguenza, non si è fatta attendere la retromarcia dell’emittente: con una dichiarazione, infatti, il network Usa ha fatto sapere che a breve Mohyeldin sarebbe tornato a Gaza. Il giornalista a sua volta ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte della rete televisiva a proseguire nel racconto della guerra dal versante palestinese. Un corrispondente di Al Jazeera, invece, non è riuscito a trattenere la commozione durante un collegamento incentrato sul bombardamento di sabato scorso di Shijaiyah.

Polarizzazione del conflitto e politicizzazione del racconto
La polarizzazione del conflitto israelo-palestinese si traduce in un racconto politicizzato dei fatti che riguardano i due territori. Alla ricerca dell’oggettività, i media mainstream raccontano parallelamente ‘due storie’ con collegamenti concomitanti con i reporter dislocati su entrambi i territori. Ma non è sufficiente per sfuggire alle critiche.

L’Esercito israeliano nei giorni scorsi ha inviato una mail ai reporter internazionali giunti a Gaza, sollevandosi da qualsiasi responsabilità nel caso di ferimento o uccisione di giornalisti e sottolineando che è parte della strategia di Hamas utilizzare i anche i reporter come scudo umano. Nel frattempo, l’ufficio di corrispondenza di Al Jazeera a Gaza è stato colpito da fuoco dell’esercito israeliano.

La Bbc, a sua volta, è stata criticata per dare troppo spazio al punto di vista israeliano e poco a quello palestinese e una protesta filo-palestinese è andata in scena a Londra davanti al quartier generale dell’emittente. Una corrispondente della Cnn, Diana Magnay, è stata trasferita da Gaza a Mosca dopo un tweet nel quale definiva “feccia” i festeggiamenti da parte di alcuni israeliani intenti a osservare da una collina il bombardamento sulla Striscia e affermava di aver ricevuto minacce da questi. Talvolta i bias risultano tanto evidenti da delineare un’inequivocabile linea editoriale, come nel caso di questo racconto pubblicato dal Wall Street Journal che nel dare la notizia dell’uccisione dei quattro bambini sulla spiaggia di Gaza, riferisce in modo puntiglioso che stavano giocando a un gioco chiamato “Arabi ed Ebrei”.

Il panorama mediatico palestinese 
I Territori palestinesi possono contare su quello che gli stessi palestinesi sono soliti chiamare un “esercito di giornalisti”. Il locale sindacato dei giornalisti sostiene che i professionisti dei media siano 1.600 in Cisgiordania e 430 a Gaza. “Il numero di media outlet palestinesi è impressionate – si legge in un recente report di Reporters Without Borders – soprattutto se confrontato con gli altri paesi arabi della regione”: sono più di 12 i canali televisivi e circa 60 le stazioni radiofoniche in Cisgiordania, mentre sono 22 le emittenti televisive satellitari e 5 le stazioni radiofoniche a Gaza. A questo si aggiungono più di 30 giornali cartacei e agenzie online in Cisgiordania e non meno di 20 nella Striscia. Il tutto per una popolazione di 4,4 milioni di persone.

Cifre rese ancor più straordinarie da fatto che – fatta eccezione per il giornale Al-Quds nato nel 1951 – la stampa palestinese ha appena vent’anni di vita. Infatti, la nascita dell’industria mediatica a Gaza e in Cisgiordania è successiva all’istituzione dell’Autorità palestinese derivante dagli accordi Oslo del 1993.

“La prima Intifada non ha avuto alcuna copertura mediatica da parte dei palestinesi perché l’esercito israeliano sistematicamente arrestava i giornalisti palestinesi. In quel momento abbiamo sentito il bisogno di avere una nostra immagine, una nostra stampa” ha raccontato agli osservatori di Reporters Without Borders un cameraman palestinese. Da quel momento in poi, il panorama mediatico è sorto come in modo naturale sulle fondamenta di una attivismo filo-palestinese, con una forte connotazione politica. Una situazione che continua ancora oggi e che gli stessi giornalisti palestinesi denunciano come un’assenza di indipendenza.

In questo scenario, i social media possono rappresentare un rimedio all’assenza di libertà di espressione? Nei territori palestinesi come altrove, si pone la questione della verifica delle fonti delle notizie che emergono dai social media e dell’estremismo nelle posizioni che in rete trova facilmente spazio. Così come vi è il controllo che Hamas e Autorità palestinese – al pari di altri governi – esercitano sugli autori di commenti poco graditi. Una situazione complessa e che, come evidenzia Reporters Without Borders, ha poca speranza di cambiare in assenza di una pace duratura.

 

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