La pericolosa situazione del giornalismo in Libia

8 febbraio 2017 • Libertà di stampa, Più recenti • by

Henry Patton / Flickr CC / BY-NC-SA 2.0

In Libia ogni settimana emerge una nuova notizia drammatica sullo stato di salute dei media e omicidi e rapimenti di giornalisti, così come chiusure o attacchi contro le redazioni sono purtroppo all’ordine del giorno. Questi atti oltraggiosi hanno un impatto profondo sulla capacità del settore mediatico di svolgere le sue funzioni, ancora più cruciali in un contesto di guerra civile, come è per la Libia. Le condizioni politiche e di sicurezza si sono deteriorate progressivamente a causa del cruento conflitto tra le milizie Fajr Libya a Misurata e le forze di Amaliyet al-Karama dirette dal generale Khalifa Haftar, esploso in seguito alle elezioni legislative del giugno 2014 marcate dalla sconfitta delle correnti fondamentaliste.

Si può dire che oggi i giornalisti libici esercitano la loro professione “con un piede nella fossa”, camminando come funamboli su una corda tesa, sballottati tra il vivere nell’orrore o il morire assassinati. I libici avevano sperato che la rivoluzione del febbraio 2011 potesse portare una stampa libera e indipendente, capace di avere un reale impatto sulla società. Questa speranza è stata invece annientata dai problemi molto gravi che sono sorti nell’ambiente professionale dei giornalisti. Le condizioni di sicurezza precarie e la divisione politica della Libia hanno influito direttamente sul lavoro dei giornalisti e hanno aumentato i casi di violazioni gravi nei loro confronti.

In Libia, anche dopo la caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi, i giornalisti continuano a pagare un prezzo esorbitante per l’esercizio della loro professione e non soltanto a causa dell’assenza di sicurezza o del numero crescente di crimini politici rivolti contro la società civile, ma anche perché rispondono a una deontologia professionale che impone loro di non compromettersi con le milizie. Negli ultimi anni non sono mancati episodi molto gravi: nel 2014, ad esempio, otto giornalisti, tra cui Jomaa al-Osta, il proprietario della rete televisiva AlAssema TV, e il suo direttore dell’informazione Mohammad al-Houni, sono stati rapiti dalle milizie, che hanno anche ucciso uno dei due.

Anche un cameraman della rete internazionale privata Libya, Ayoub Qwaider, è stato rapito nella primavera del 2014 mentre filmava gli scontri esplosi dopo l’inizio dell’Operazione dignità nel quartiere di al-Hawari al sud di Benghasi. Qwaider è stato in seguito liberato, ma il suo materiale è stato confiscato. 
Il fotografo di Agence France Presse, Abdullah Doma, è rimasto a sua volta coinvolto in un attacco a Benghazi, senza però rimanere ferito. Lo stesso giorno, due missili sono stati lanciati contro la sede della rete Libya Addawliya, dopo che l’emittente aveva intervistato Abdullah Naker, ex responsabile del Consiglio rivoluzionario per la Libia e al contempo uno dei capi delle milizie nella regione di Zintan. Naker aveva parlato delle ripercussioni dell’operazione militare lanciata dal generale Khalifa Haftar contro le milizie.

Tra gli assassinati più celebri uccisi dopo la Rivoluzione vi è anche il giornalista e attivista per i diritti umani Abdul-Salam al-Mesmari, assassinato nel 2013 davanti all’uscita di una moschea di Benghasi dopo la preghiera del venerdì. Prima del funerale di Mesmari, alcuni manifestanti avevano attaccato una sede del partito islamista al-Adala wal-Binaa (Giustizia e Costruzione), braccio politico dei Fratelli musulmani, considerato come uno dei principali partiti che controllano il Congresso nazionale generale” (il Parlamento di transizione dal 2012 al 2014, nda).

Nonostante il Primo ministro dell’epoca, Ali Zeidan, avesse annunciato che il Congresso nazionale e il Governo avrebbero preso tutte le misure necessarie per trovare i colpevoli e gli autori di tutti questi assassinii, fino ad oggi le identità dei killer di Mesmari e di altre personalità pubbliche non sono state ancora svelate. Gli attacchi hanno colpito anche militanti molto conosciuti, come gli avvocati e attivisti Salwa Bokaikis ed Entisar al-Hasayri. Secondo Reporters Without Borders (Rwb), l’insicurezza che regna in Libia ha un impatto notevole sulla professione giornalistica. Questi crimini ricordano anche l’assassinio, avvenuto nel 2005, del giovane giornalista Daïf al-Ghazal da parte degli agenti di Gheddafi nei giorni più bui della tirannia in seguito alle critiche poste dal giornalista contro il regime. Le violenze contro i giornalisti nella Libia di oggi sono di varia natura: aggressioni fisiche, rapimenti e intimidazioni.

Già tre anni fa, le milizie di Radaa al-Khassa, coordinate dall’islamista Abdul-Rauf Kareh, hanno intimato alla rete pubblica al-Wataniya, di non mandare in onda la cerimonia d’investitura del nuovo Parlamento libico, un giorno prima del rapimento dei suoi collaboratori. A questo scopo, le milizie hanno forzato il personale dell’emittente televisiva a lasciare lo stabile, a non riferire sulle attività del nuovo Parlamento e a sostenere l’operazione “L’alba della Libia”, lanciata dalle milizie di Misurata con l’intenzione di controllare l’aeroporto di Tripoli e di liberarlo dall’influenza delle milizie di al-Zintan.

Il rischio di entrare nel mirino delle milizie armate persiste ancora per i media libici sin dalla caduta del regime di Gheddafi. I canali digitali e satellitari libici, che solitamente trasmettevano le notizie dalla Libia a tutto il mondo, sono divenuti a loro volta il soggetto di queste notizie, a causa degli attacchi che hanno colpito le loro sedi e i loro collaboratori. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani, così come la Federazione internazionale dei giornalisti, hanno chiesto alle autorità libiche di garantire la protezione di chi fa informazione e corre il rischio di essere preso di mira dalle milizie armate o è a rischio rapimento o uccisione. Nonostante la campagna internazionale di solidarietà lanciata per la loro liberazione, tra i giornalisti rapiti, figurano anche il tunisino Sofiène Chourabi e il suo collega cameraman Nadir Ktari, di cui tuttora non si hanno notizie certe.  Lo scorso gennaio è circolata la notizia che i due potrebbero essere stati uccisi.

Articolo tradotto dall’originale francese da Georgia Ertz e disponibile anche in arabo

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