La blogger che sfida Ahmadinejad

11 dicembre 2012 • Libertà di stampa • by

Farnaz Seifi, nata a Teheran, dal 2007 vive in esilio forzato lontana dal suo Paese e dalla sua famiglia. Attivista per i diritti umani e femminili, blogger intrapren­dente che aggira la censura del Governo in difesa della libertà di espressione e di informazione, fondatrice della prima rivista femminile online in Iran, Seifi è stata ritenuta troppo scomoda e audace per poter continuare a vivere nel suo Paese. Così la giovane blogger ha dovuto lasciare la sua città, le sue montagne che ogni mattina ammirava dalla finestra di casa e iniziare una nuova vita altro­ve. Oggi vive a Bonn ed è un’affermata giornalista dell’emittente radiotelevisiva Deutsche Welle in lingua persiana. Ma non ha dimenticato la sua gente, non ha abbandonato la sua battaglia per i diritti umani e per la libertà di espressione in Iran. Continua ad avere un blog, anche se scrive sotto pseudonimo, e come gior­nalista cerca di portare l’attenzione sui temi per lei cruciali del suo Paese. L’ab­biamo incontrata a Lugano dove ieri ha partecipato a “Forbidden Voices: Donne blogger in prima linea”, un incontro organizzato da Amnesty International in collaborazione con l’Osservatorio europeo di giornalismo in occasione della giornata mondiale dei diritti umani .

Farnaz Seifi, lei è stata costretta ad abbandonare il suo Paese cinque anni fa. Cosa è accaduto quel particolare giorno del 2007?

«Io e altre colleghe stavamo andando in India per partecipare ad un workshop sul cybergiornalismo. Il poliziotto del con­trollo passaporti timbra il mio documen­to ma non me lo restituisce. Mi dice di mettermi in un angolo e di aspettare, lo stesso succede ad altre mie colleghe. Poi improvvisamente alcune guardie di sicu­rezza in borghese vengono verso di noi, ci portano in un piccolo ufficio nei sotterra­nei dell’aereoporto, prendono i nostri cel­lulari e pochi minuti dopo ci mostrano il mandato di arresto. Dopo essere stata accompagnata a casa per raccogliere i miei effetti personali mi hanno portata nella prigione di Evin, sezione 209, è la sezione che appartiene al Ministero dell’intelligence iraniano. Bendata mi hanno portata e rinchiusa in una piccola cella con all’interno un lavandino sudi­cio. E il Corano.»

Come è cambiata la sua vita da allora?

«Dopo essere stata rilasciata mi è stato impedito di lasciare il Paese per almeno un anno. Il Governo mi ha riconsegnato il passaporto solo dopo avergli assicurato che sarei andata all’estero per continuare la mia formazione e studiare, cosa che mi è stata proibita in Iran. E nel 2007, sono partita per l’Europa, nei Paesi Bassi, dove ho studiato e ho conseguito un master in media e comunicazione».

Nel suo Paese è conosciuta per essere una blogger critica nei confronti del re­gime, femminista e attivista per i diritti umani. Che cosa, secondo lei, ha dato più fastidio al suo Governo?

«Di me stessa non dico mai di essere una donna contro il regime. Sono una persona che si batte per ottenere condizioni di vita migliori e pari opportunità per tutti nella società. Certamente non condividevano quello che scrivevo, il mio blog e il mio approccio critico verso la società e le leggi che discriminano le donne in Iran erano ritenuti scomodi e pericolosi. Credo però che ciò che li ha resi così ostili nei miei confronti o nei confronti di altre femmini­ste in Iran fosse il fatto di non rientrare in quello che è il loro concetto limitato e conservatore di donna. Di non corrispon­dere alla loro immagine di “donna per bene” perché conosco troppo bene i miei diritti e mi batto per ottenerli, non indosso abiti secondo i loro standard e ideali, non accetto le ineguaglianze tra uomini e don­ne nel mio Paese e sono molto critica ver­so l’operato del Governo».

Lei è la fondatrice del primo magazine online femminile in Iran.

«Si, la rivista “Zanestan” che significa “La città delle donne” è stato il primo magazi­ne femminile in Iran. Lo scopo più im­portante era quello di coprire qualsiasi questione importante relativa alla condi­zione delle donne e dei loro diritti. Il ma­gazine ha avuto successo, ma la magistra­tura iraniana ha emesso un mandato per filtrarlo e sabotarlo diffidando tutti i pro­vider dal darci l’host e il dominio sui qua­li appoggiare Zanestan».

Che cosa significa essere donna in Iran oggi?

«Per rendere l’idea in poche parole, esse­re donna in Iran oggi significa portare avanti una battaglia quotidiana. Devi af­fermarti ogni giorno e ogni giorno lottare per i tuoi diritti fondamentali dal mo­mento in cui ti alzi al mattino ed esci di casa. Il Governo attuale e il Parlamento hanno una visione arretrata sulle donne e sul loro ruolo nella società. Secondo loro l’aspirazione principale per una donna nella vita deve essere il matrimonio, fare figli e prendersi cura della famiglia per tutta la vita».

In Iran la censura sui media mainstre­am è molto severa. È diverso per la rete? Ci sono voci libere e indipendenti che informano sul web?

«Ci sono diversi siti di informazione den­tro e fuori dal Paese. Quelli all’estero go­dono della libertà di espressione e costi­tuiscono la fonte di informazione princi­pale per i cittadini in Iran i quali, abituati alla diffusa censura di Internet, hanno imparato ad aggirarla usando software antifiltraggio. Anche i blogger iraniani e gli utenti dei social media giocano un ruolo importante nel diffondere e coprire le notizie. La maggioranza degli iraniani ha il satellite e guarda le notizie dei canali persiani come BBC Persian e Voice of America. Dunque alla fine gli sforzi del Governo di bloccare l’accesso ai media liberi e autorevoli sono vani».

A proposito di come aggirare la censura ci racconti di Hossein Ronaghi Maleki.

«Negli ultimi mesi che ho vissuto in Iran, ogni due settimane io e molti altri blogger e giornalisti ricevevamo sue email sotto lo pseudonimo “Babak Khoramdin” che contenevano nuovi indirizzi antifiltraggio o l’elenco di domini che erano stati bloc­cati dal Governo. Così quest’uomo ha aiutato tanti utenti della rete a bypassare la censura e ad avere accesso alle infor­mazioni. Fino a quando è stato scoperto ed arrestato».

Quali sono gli strumenti che il Governo usa per mettere sotto silenzio le voci li­bere della rete?

«Il Governo iraniano si vanta di essere uno dei pochi al mondo a disporre di un sofisticato cyber-esercito. Consapevole dell’influenza della rete è diventato mol­to attivo sul web: ha aperto diversi blog, postato commenti a favore del regime nei video su YouTube relativi al Movi­mento Verde (una serie di avvenimenti che sono accaduti a seguito delle Elezio­ni presidenziali iraniane del 2009) chia­mando idioti o bugiardi gli oppositori del regime. Dispongono di notevoli mezzi economici, organizzazione e stru­menti avanzati e li usano per la propria agenda politica». 

Guardando alla Rivoluzione verde in Iran del 2009, i media occidentali non hanno sopravvalutato il ruolo di Internet?

«Penso di sì. Non dobbiamo dimenticare che Internet è solo uno strumento, ciò che conta sono le persone che vi stanno dietro. E il cambiamento nel mondo reale potrà accadere solo per mano di azioni reali non semplicemente stando dietro ad un com­puter ».

Come possono i media occidentali aiutare quei Paesi dove viene negata la libertà di espressione?

«Credo che in generale i media occidentali non diano una un’immagine corretta ed equilibrata del mio Paese. I cliché e gli ste­reotipi sono presenti e forti. Ogni volta che si vede un report sull’Iran c’è un video che mostra donne con il chador nero che prote­stano contro gli USA. A mio avviso i media occidentali dovrebbero seriamente ripen­sare il loro atteggiamento nei confronti dell’Iran e cercare di raccontare di più sto­rie: le storie personali della gente, raccon­tare ad esempio la loro sofferenza e diffi­coltà a causa delle sanzioni economiche internazionali imposte».

Che cosa apprezza di più dell’Europa e che cosa le manca invece del suo Paese?

«Ciò che apprezzo di più dell’Europa è il fat­to di vivere i tempi e l’atmosfera di un con­tinente in pace dopo le guerre fatte per la democrazia. Mi piace anche che l’Europa sia piena di bei musei. Ho sempre amato visitare i musei è un’ottima opportunità per conoscere la storia di altri Paesi.
Ci sono molte cose che mi mancano del mio Paese. Più di tutte mi manca ascolta­re, parlare la mia lingua, il persiano. Ho nostalgia del saluto del taxista, del buon­giorno del commerciante, dei cartelli stra­dali e delle pubblicità, di tutte quelle cose insomma per le quali ti senti appartenere alla tua società, alla tua cultura, alla tua gente. La mia gente che conosco così bene, che ama scherzare e con la quale ho condiviso e condivido la storia e le sof­ferenze. Sono cresciuta a Teheran, una città circondata dalle montagne. Ero abi­tuata ad alzarmi al mattino e godere della vista su queste splendide catene montuo­se sovrastanti la mia città. Spero un gior­no di poterci tornare e rivedere tutto que­sto ».

Pubblicato su: Corriere del Ticino, 10.12.2012

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