La Turchia non è l’Egitto ma è un carcere per giornalisti

5 giugno 2013 • Libertà di stampa • by

“Turkey is not Egypt. But seriously, you guys. It’s really not”. La Turchia non è l’Egitto, recita un tweet. Non è l’Egitto, ma è il più grande carcere per giornalisti al mondo, come viene definito il paese di Recep Tayyip Erdogan dall’associazione internazionale Repoters Without Borders. Questo spiega, in parte, per quale motivo mentre le vie di Istanbul si riempivano di manifestanti, riuniti in una delle più clamorose proteste contro il governo, Cnn Turk, versione turca del canale all news statunitense, mandava in onda un documentario sui pinguini. Grazie ai social media è diventata celebre l’immagine di due teleschermi accostati, dove si vede invece la sorella maggiore americana trasmettere, nello stesso momento, le immagini della protesta. Una diversità di linee editoriali all’interno di una medesima azienda a cui già Al Jazeera ha abituato il pubblico, nelle sue due versioni in arabo e in inglese. Ma nemmeno la tv dell’emiro del Qatar aveva mai osato tanto.

CnnTurk-pengusis-1

La principale emittente satellittare araba in questi giorni ha usato soprattutto i termini inglesi “riots” e “turmoil” per definire le proteste in Turchia, a sottolineare l’aspetto di disorganizzazione e di assenza di una meta politica delle manifestazioni in corso. Nemmeno i media mainstream occidentali, dalla Bbc fino a Abc News, passando l’Economist si sono spinti in realtà molto oltre, dando ampio spazio soprattutto alle ragioni governative: prima la presa di posizione di Erdogan (che in un botta e risposta con una corrispondente dell’agenzia Reuters durante una conferenza stampa ha dichiarato “io non so cosa fare, me lo dica lei se lo sa”, riferendosi alla gestione della crisi in atto), ieri le scuse del vicepremier Bulent Arincper la “forza eccessiva” utilizzata contro i manifestanti, che ha provocato anche due vittime nei giorni scorsi.

L’inizio delle manifestazioni risale alla scorsa settimana quando alcuni manifestanti si sono riunuti a Gezi Park, nei pressi di piazza Taksim, per protestare contro il presunto piano di realizzazione di un centro commerciale nell’area. La dura e violenta reazione della polizia ha fatto sì che #occupaygezi si trasformasse nel giro di poche ore in #occupyturkeycon manifestazioni dilaganti in tutto il paese contro il governo (islamico) di Erdogan. Proteste che, viste da Occidente, hanno rimandato alla memoria piazza Tahrir.

Così per una Katherine Maher (@katherinemaher), direttrice del settore strategy ed engagement dell’organizzazione per i diritti digitali Access, che twitta “Turkey is not Egypt”, c’è un Ivan Watson (@IvanCNN), corrispondente della Cnn, che preoccupato per l’ogettiva difficoltà e a tratti impossibilità di comunicare attraverso Twitter durata alcune ore nella giornata del 3 giugno presagisce: “Sarà una Turkish Tahrir”. La disfunzionalità del social media effettivamente c’è stata, come confermato anche in un comunicato di Twitter, che però non ha dato spiegazione del perché questo sia accaduto. Le due visioni estreme sulla situazione in Turchia sono ripercorse nel blog di Jillian C. York, attivista e direttrice di International Freedom of Expression per l’Electronic Frontier Foundation.

L’egiziana piazza Tahrir è diventata la definizione giornalistica attraverso cui raccontare il livello di conflitto tra un popolo e i suoi governanti, ma il rischio di prendere un nuovo abbaglio dal riflesso orientale è alto: “C’è una grande differenza tra le manifestazioni in Turchia e quelle in Egitto – spiega un giornalista turco che preferisce mantenere l’anonimato – In Egitto le persone hanno tentato di rovesciare un regime che non era democratico. La Turchia ha un sistema parlamentare democratico e il potere di Erdogan deriva da elezioni libere. Ma le persone sono frustrate dal suo governo anti-democratico e autoritario, con l’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. I turchi sono preoccupati per il loro stile di vita laico, che molti pensano sia minacciato dall’agenda politica islamica di Erdogan. Ma non vogliono rovesciare Erdogan”.

L’elemento critico di queste giornate di protesta è stata senza dubbio la violenta reazione della polizia, che ha fomentato la protesta, inizialmente contenuta anche se decisa a far sentire la propria voce, come spiega in un’analisi il giornalista turco Cihan Celik, dalle pagine della versione inglese di Hurriyet, uno dei pochi media indipendenti presenti in Turchia: “La protesta è cominciata con un’affluenza molto bassa all’inizio della scorsa settimana, contro la demolizione di un parco dimenticato, ma ciò che la resa più popolare è stata la brutale reazione della polizia. Venerdì è stato un momento storico per Istanbul in particolare, con la città ha sempre esercitato un proprio dominio sul resto del paese per vari motivi e sentimenti. Ma nella giornata di sabato si è vissuto qualcosa di molto raro per l’intera Turchia, che non ha visto disordini popolari dagli anni Settanta, un periodo che si è chiuso con una giunta militare”.

Autoritarismo e non ascolto delle istanze delle opposizioni, accompagnati da un malconento popolare nei confonti di scelte di governo troppo islamiche (l’ultima in ordine cronologico, quella di non consentire la vendita di alcolici dopo le 10 di sera) sono dunque alla base degli avvenimenti che stanno interessando la Turchia in questi giorni, dove l’eccessivo uso della forza è stato lamentato da diplomatici e organizzazioni internazionali. Non è invece una novità di questa settimana la pressoché totale assenza di libertà di stampa nel paese che geopoliticamente può essere visto come la fine del Medio Oriente e l’inizio dell’Occidente. Per la volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea la Turchia ha rivisto negli ultimi anni alcune delle ipotesi di reato più pesanti previste per i giornalisti, ma l’insulto alla nazione turca rimane ancora un reato sanzionato penalmente con cui fare i conti. Ed eccoli i conti della Turchia in fatto di libertà di stampa, scandagliati nell’ultimo report di Reporters Without Borders. “La Turchia è al 154° posto su 179 paesi, dietro a Iraq, Afghanistan e Russia” ricorda il giornalista turco, la cui volontà di mantenere l’anonimato è presto spiegata: “Il report definisce il paese come il carcere per giornalisti più grande al mondo, dove circa 70 giornalisti sono ancora dietro le sbarre. Durante le manifestazioni di questi giorni molte Tv hanno chiuso gli occhi. Gli analisti sostengono che si siano auto-censurate, mentre altri che siano state oggetto di pressioni da parte del primo ministro, una prassi consolidata nel mondo editoriale turco”.

Una stampa quella turca che ricorda la “stampa di corte” dei paesi del Golfo Persico – Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti – dove i media tendono a supportare o quanto meno a non contrastare il potere, pur non essendo di proprietà dello stato, bensì sotto il controllo di gruppi privati (Agusto Valeriani in “Il giornalismo arabo”, 2005). Il silenzio mediatico turco è diventato a sua volta oggetto di accese proteste in questi giorni, con manifestazioni di fronte alle sedi di alcune delle principali televisioni: Haber Turk, Atv e Ntv. Sebbene si tratti di emittenti private, la pressione sui media in Turchia è tale da compromettere seriamente una corretta informazione. Ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che a dominare il panorama mediatico turco è il Dogan Group che, per quanto nelle mani di uno strenuo oppositore di Erdogan, non lascia spazio ad un reale pluralismo dell’informazione.

Le proteste di questi giorni sono state “un momento cruciale per i media turchi – come evidenzia la giornalista freelance Gulseren Olcum – che hanno fallito nel loro ruolo di fare informazione su questioni nazionali. Questo ha fatto arrabbiare molte persone. E’ risaputo che che i media in Turchia non sono affidabili al 100 per cento, ma il fatto che siano stati completamenti muti durante le proteste è stato un vero schock”.

Tutt’altro che muti sono stati invece i social media che “hanno avuto un ruolo fondamentale nelle proteste. Molti manifestanti si sono organizzati attraverso Twitter e Facebook. Le informazioni si sono diffuse attraverso i social media – spiega ancora Olcum – E soprattutto anche i turchi residenti all’estero si sono organizzati dando supporto alle manifestazioni, hanno contribuito a diffondere le informazioni e a garantire la copertura mediatica della protesta turca”. L’assenza di libertà di stampa non ha quindi evitato che le immagini delle violenze della polizia contro i manifestanti e per contro delle folle pacifiche e festose facessero il giro del mondo, anche grazie alle dirette in streaming su Us Stream, una piattaforma interattiva che consente a chiunque minuto di una videocamera e di una connessione internet di trasmettere velocemente le proprie immagini ad un pubblico potenzialmente illimitato.

Va indubbiamente meglio ai media occidentali che si trovano a operare in contesti più agevoli, anche se secondo alcuni vi è un po’ la tendenza a minimizzare la protesta turca, come sostiene Daniele Camparidocente di lingua italiana all’Università di Hacettepe di Istanbul: “Per quanto festosa e pacifica, la gente che scende in strada per manifestare è davvero tanta”. E alla domanda se piazza Taksim sia la “turca Tahrir”, risponde sul Al-Monitor Koert Debeufche vive al Cairo e rappresenta l’European Parliament’s Liberals and Democrats in the Arab world: “Pensavo di no. Fino a quando non sono arrivato a Istanbul. Le persone di ogni Primavera Araba hanno una cosa in comune. Hanno protestato, anche rischiando la vita, per più libertà e democrazia. Volevano essere ascoltate, non essere sottomesse ad un’autorità – si trattasse di un re, un dittatore o una maggioranza – che cercasse di dire loro cosa fosse più giusto per loro. Perciò se si considera piazza Tahrir come il simbolo della rivoluzione in Egitto, allora è evidente che Taksim non può essere questo per la Turchia. Ma se si cosidera piazza Tahrir come il simbolo delle persone che in Medio Oriente e in Nord Africa chiedono più libertà e democrazia allora, senza dubbio, Taksim è la turca Tahir”.

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