Le best practice per la sicurezza del giornalismo

15 novembre 2017 • Libertà di stampa, Più recenti • by


“Defending Journalism”, un nuovo studio internazionale realizzato dall’International Media Support (IMS), analizza gli sforzi fatti in materia di sicurezza del giornalismo in sette Paesi dove conflitti e instabilità compromettono la capacità dei giornalisti di produrre informazione valida e approfondita. 640 giornalisti hanno perso la vita nell’ultimo decennio e più del 90% di queste morti sono avvenute in contesti dove è in corso un conflitto o in luoghi dove vige un regime autoritario. Lo studio dell’IMS punta a fornire una mappatura e una maggiore comprensione di cosa funziona – e cosa no – quando si parla di sicurezza dei giornalisti.

I sette Paesi presi in esame – Filippine, Indonesia, Pakistan, Iraq, Nepal, Colombia e Afghanistan – sono stati selezionati perché presentavano una vasta gamma di risposte al bisogno di migliorare la sicurezza dei giornalisti. “Il nostro studio mostra che le migliori soluzioni per la sicurezza dei giornalisti sono quelle nate e guidate da un grande insieme di attori che include media, società civile, autorità – laddove possibile – e organizzazioni internazionali”, spiega Jesper Højberg, Direttore esecutivo di International Media Support.

L’Afghanistan e la Colombia sono riusciti a stabilire vaste coalizioni locali fra autorità governative, media e organizzazioni civili intorno ai cosiddetti “meccanismi di sicurezza” nazionali, una serie di attività interconnesse che insieme si occupano della sicurezza dei giornalisti. Questi meccanismi mirano a fornire ai giornalisti in pericolo un “pacchetto” di assistenza pensato per i loro bisogni immediati, come supporto di emergenza per trasferimenti, alloggio sicuro, assistenza legale, corsi di addestramento alla sicurezza e di giornalismo in zone di conflitto, nonché campagne di sensibilizzazione contro le violazione della libertà di stampa e in favore di una migliore legislazione.

Serve più innovazione
Tuttavia, nei Paesi dove la polizia e il governo sono fra i colpevoli delle violenze, i media e le organizzazioni per la libertà di stampa devono pensare in modo più innovativo. A Baghdad, ad esempio, i media e le forze di sicurezza hanno firmato un accordo che “regola” le loro relazioni in seguito ad alcuni incontri che hanno aperto il dialogo. Nelle Filippine, invece, i difensori della libertà di stampa hanno unito le forze con la Chiesa cattolica per proteggere i giornalisti sotto minaccia, mentre in Pakistan, infine, le sei associazioni di stampa del Paese lavorano insieme per fornire hub sicuri ai giornalisti che necessitano di aiuto.

Una delle debolezze di questi meccanismi nazionali, come sottolineato anche nello studio, è il fatto che questi dipendano in larga parte da finanziamenti stranieri. Inoltre, la mancanza di coordinamento e di priorità condivise fra le organizzazioni di sviluppo internazionale dei media e fra gli attori locali in alcuni dei Paesi esaminati, ha in certi casi indebolito l’impatto degli sforzi fatti per migliorare la sicurezza. “Tutti gli attori dell’ecosistema mediatico, dal governo ai mezzi d’informazione, dalle autorità di polizia alla società civile, devono assumersi questa responsabilità e lavorare congiuntamente per assicurare ai media la capacità di lavorare in modo libero, sicuro, accurato e senza paura di ritorsioni”, insiste Jesper Højberg.

“Ecco perché il Piano d’azione delle Nazioni unite sulla sicurezza dei giornalisti e la questione dell’impunità adottato dagli stati membri nel 2012 è un importante strumento per connettere gli sforzi locali in materia di sicurezza dei giornalisti con l’attuale dibattito internazionale sull’argomento. La possibilità per i giornalisti di esercitare in sicurezza il proprio ruolo di watchdog è una questione che ci riguarda tutti”, continua Højberg.

“Defending Journalism” sarà lanciato domani, 16 novembre, a Copenhagen in occasione del seminario Closing Spaces, che IMS ospiterà insieme alla Danish National Commission for UNESCO. Lo studio fa parte di un più vasto progetto sulla sicurezza dei giornalisti finanziato dal Ministero degli Esteri danese, che include una condivisione transnazionale peer-to-peer delle migliori pratiche sulla sicurezza co-implementate dalla International Federation of Journalisms (IFJ). I meccanismi presi in esame nella pubblicazione sono consultabili anche su The Journalists’ Protection Wiki.

Lo studio completo è disponibile qui come Pdf.

Articolo pubblicato originariamente sul sito di International Media Support. Traduzione dall’inglese a cura di Giulia Quarta

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